Fantastico Roberto Saviano
2009/11/11
Fantastico Roberto Saviano. Ci sta ricordando stasera su Rai 3 quanto potente è la parola, quanta vita e forza abbia, quanto umana sia.
Continuo dopo.
Un bacio a tutti.
Se quanto sta sempre più emergendo è vero, Stefano Cucchi è stato ucciso, proprio a partire da un pestaggio della polizia penitenziaria, che si è tentato di coprire e che si tenta tuttora di coprire. Difatti, se la verità è questa, perché nessuno degli esecutori, dei complici, dei conniventi, degli omertosi parla, denuncia, confessa? Che c’è? Un vero e proprio sistema di complicità, connivenza, omertà? Così diffuso e grande, da non permettere l’identificazione di uno o più colpevoli?
E, se la verità è questa, è tragico che a temere di più sia il testimone che questa verità ha detto. Significa che il sistema è talmente marcio da proteggere i delinquenti, non i testimoni della verità.
La violenza mortale sarebbe stata perpetrata proprio là dove dovrebbero esserci la verità e la giustizia, cioè in un Tribunale. Non è giusto. Urla vendetta agli occhi di Dio.
La violenza mortale aarebbe stata perpetrata dagli uomini che dovevano portare Stefano davanti al Giudice. Se così è, Stefano non è stato ucciso da uomini del potere giudiziario, ma da uomini del potere esecutivo (la polizia penitenziaria dipende dalMinistero della Giustizia e dal ministro Angiolino Alfano), che rispondono a chi governando è il Potere Esecutivo. E questo stesso potere sta, in molti degli ultimi 15 anni, cercando di svuotare sempre più di senso e di possibilità la Giustizia, i giudici, il potere giudiziario. Questo stesso potere permette al proprio sottosegretario Carlo Giovanardi di affermare indegnità abissali proprio su Stefano Cucchi e sulla sua morte, senza nulla fare per intervenire sui veri colpevoli, cioè su uomini che, a quanto pare, dipendono da sé stesso. Questo stesso potere sceglie e autorizza il trombettiere del Re Augusto Minzolini ad attaccare il potere giudiziario, pubblicamente, nella veste solenne ed editoriale di Direttore Responsabile del TG1. Questo stesso potere sta cercando in tutti i modi e non importa a quale prezzo sociale, politico, storico, culturale, di svuotare di senso, oltre al potere giudiziario, anche il potere legislativo del Parlamento, cercando di imporre leggi anticostituzionali, che hanno l’unico scopo di garantire l’impunità di un uomo che ha dovuto fare politica per sfuggire proprio a quel potere giustiziario che ha tentato di comprere e corrompere e che ora vuole distruggere, deve distruggere, non può non distruggere.
Stefano Cucchi non è soltanto un fratello o un figlio. È tutti noi, quando abbiamo a che fare, prima che con un potere giudiziario sempre più lento e giurassico, proprio con un potere esecutivo che ha interesse a tenere sempre più nella preistoria e nella paralisi i Giudici, per poterli poi accusare di questi stessi mali, per potere poi trovare in questi mali il pretesto per affossare ancora di più il potere giudiziario, fino ad annullarlo. Come la storia insegna, come la nostra Costituzione rivela e come i padri costituenti ben sapevano, il rischio del fascismo (non importa se di destra o di sinistra) sta soprattutto e proprio negli eccessi del potere esecutivo. A diffferenza degli altri due poteri, il potere esecutivo, per propria natura istituzionale, è espressione di una parte, è formato da uomini di una sola parte politica, eletti a maggioranza semplice; per questo è più a rischio di essere soggetto di prevaricazioni e di eccessi.
Non è la prima volta che comportamenti di carabinieri e poliziotti (aggiungerei anche agenti dei servizi segreti) sono occasione di forti dubbi, di indagini, di processi, a causa di eccessi, illegalità, prepotenze, violenze, omicidi. Che succederebbe se la loro azione fosse sempre più protetta da un potere esecutivo non controllato o non controllabile.
Se le guardie della polizia penitenziaria risulteranno coinvolte o colpevoli, Angiolino Alfano, che ne è il responsabile istituzionale, dovrebbe dimettersi. Magari lo dovrebbe già fare oggi, se emergesse che molti dei dubbi e dei silenzi relativi al caso Cucchi fossero legati a un sistema di violenze abituali e di coperture interno proprio alla polizia penitenziaria. Forse a qualcuno fa comodo che la morte di Stefano sia attibuita ai giudici o, genericamente, alla giustizia. Forse a qualcuno fa gioco fare pensare che la morte di Cucchi si un’ulteriore prova che “nei tribunali quacosa non funziona” e che quindi, ancora genericamente, la colpa della morte di Cucchi è dei giudici. Non è vero. Se la polizia pentitenziaria è responsabile, Stefano è stato ucciso da uomini che rispondono al potere esecutivo; i responsabili istituzionali allora sono Angiolino Alfano, ministro della Giustizia, e Silvio Berlusconi, presidente dell’esecutivo.
È grande e bella Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi. È come Antigone. Vuole dare senso al fratello, deporre dalla croce il suo cadavere devastato e darlo al diritto del senso e al senso del diritto. Come Antigone, ci dice che la morte non può né deve essere l’assoluto: ogni uomo ha diritto alla dignità, fosse pure la dignità della morte e nella morte. Solo così la morte non è l’assoluto della fine e la fine dell’assoluto. Solo così l’uomo è lui il fine; è lui ad abitare l’assoluto, atteso e accolto dall’assoluto. Se manca il riconoscimento di questo diritto, ogni legge della città è prevaricante, violenta, onnipotente e prepotente come sanno esserlo le leggi dell’impotenza e della barbarie. In questo Antigone è come Socrate: afferma che ogni piccola legge umana trova radice e dignità soltanto se, come suo simbolo, rinvia alla grande Legge, all’assoluto che sta dopo la morte e che, perciò, dà senso alla morte, significandola come apertura a quel senso e quei significati per i quali si può vivere e per i quali si deve sapere anche morire.
È misero e microscopico Carlo Giovanardi. È come Creonte. Vuole che la morte si fermi alla constatazione della debolezza e del limite, ne sia la sanzione e la legittimazione. Che diritti può avere un “drogato”, un “anoressico”? Forse non è neppure un uomo: se lo è, la sua umanità può essere soltanto archiviata come umanità sbagliata e abortita, colpevole di sé stessa, obbligata a morire, coperta da una compassione incapace di pietà, negata da silenzi senza verità, inquinati dalla contraddizione, dal dubbio, da probabili e necessarie omertà. Creonte è l’uomo delle piccole minuscole leggi, quelle che pretendono di dire, anche nella morte, soprattutto nella morte provocata, chi è uomo e chi non lo è. È l’antica tremenda presunzione dei fascismi e dei nazismi: solo qualcuno è uomo, solo qualcuno ha diritti, solo qualcuno è “normale”, cioè degno della norma e della legge. Gli altri, prima o dopo tutti gli altri, sono degni solo della legge che uccide, che ha bisogno di massacrare anche i cadaveri e di continuare a uccidere chi è già ucciso. Gli altri, prima o poi tutti gli altri, possono e devono soltanto essere schiacciati da leggi sempre più ingiuste, prevaricati da leggi che hanno bisogno di potenti protetti, di aguzzini legittimati, di picchiatori tutelati, di monarchi imbalsamati.
È il solito vecchio stantio artificio dei fascismi e dei nazismi: avere bisogno della morte, agire la morte, produrre la morte, identificandola come ineluttabile e forse provvidenziale sterminio del “debole” e del non “normale”. Chi non può costruire, alla fine uccide, deve uccidere, non può non uccidere, perché l’uomo o lo affermi tutto e senza condizione oppure, prima o poi, lo uccidi, devi ucciderlo, non puoi non ucciderlo.
È la pazzia di tutti i Creonte della storia. Hanno bisogno di dissociarsi: di dirsi umani quando uccidono l’uomo; di difendere le pareti e i crocefissi, mentre crocefiggono e distruggono.
Antigone venne a propria volta condannata, colpevole soltanto di avere voluto seppellire il proprio fratello, togliendone le spoglie all’aria e agli animali, immergendolo nel battesimo materno della terra e della eternità. Da Creonte venne condannata a essere sepolta viva. Come il fratello viene ucciso da una morte senza morte, così la sorella viene uccisa da una vita senza vita, E a uccidere è sempre un potere senza potere, il potere idiota e omicida dei Creonte e dei Giovanardi.
Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.
La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.
Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.
A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.
Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.
Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.
Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.
I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.
Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?
Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.
Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.
Yoani Sánchez è una dissidente cubana, contraria al regime castrista. Tiene un blog “Generación Y”, premiato (tra l’altro ha ricevuto il premio Ortega y Gasset del 2008, sul giornalismo digitale) e molto cliccato fuori dall’isola, rappresenta una delle voci critiche più ascoltate nel mondo. Nel blog parla di coome è oggi la vita a Cuba e di come vive che non è in linea con il regime. Il resoconto che segue racconta quanto è avvenuto a Yoani venerdì scorso 6 novembre.
“Nei pressi di calle 23, proprio alla rotonda dell’avenida de los Presidente, abbiamo visto arrivare a bordo di un’auto nera – di fabbricazione cinese – tre robusti sconosciuti: “Yoani, sali in auto” mi ha detto il primo afferrandomi con forza per un polso. Gli altri due trattenevano Claudia Cadelo, Orlando Luís Pardo Lazo e un’amica che ci accompagnava a una marcia contro la violenza. Ironia della vita, quella che doveva essere una giornata di pace e concordia si è trasformata in una serata carica di botte, grida e male parole. Gli stessi “aggressori” hanno chiamato una pattuglia che si è portata via gli altri miei due compagni, Orlando e io eravamo condannati all’auto con targa gialla, lo spaventoso terreno dell’illegalità e dell’impunità per l’Armageddon.
Mi sono rifiutata di salire sul brillante Jelly e abbiamo preteso che si identificassero e mostrassero un mandato giudiziario che li autorizzasse a portarci via. Non ci hanno fatto vedere nessuna carta che provasse la legittimità del nostro arresto. I curiosi si accalcavano intorno e io gridavo: “Aiuto, questi uomini ci vogliono sequestrare”, ma loro hanno fermato chi voleva intervenire con un grido che rivelava tutto il fondamento ideologico dell’operazione: “Non vi intromettete, questi sono dei controrivoluzionari”.
Di fronte alla nostra resistenza verbale, hanno preso il telefono e hanno detto a qualcuno che doveva essere il loro capo: “Cosa facciamo? Non vogliono salire sull’auto”. Immagino che all’altro lato la risposta sia stata categorica, perché dopo ci hanno riempito di botte e spintoni, mi hanno caricato con la testa verso il basso e hanno tentato di infilarmi nell’auto. Ho afferrato la porta, ricevendo colpi sulle mani, sono riuscita a togliere un foglio che uno di loro portava in tasca e me lo sono messo in bocca. Mi sono presa un’altra scarica di botte perché restituissi il documento.
Orlando era già dentro l’auto, immobilizzato da una mossa di karate che lo faceva stare con la testa verso il pavimento. Uno ha messo le sue ginocchia sul mio petto e l’altro, dal sedile anteriore mi colpiva nella zona dei reni e sulla testa per farmi aprire la bocca e liberare il documento. Per un istante, ho temuto che non sarei più uscita da quell’auto. “Sei arrivata fino a qui, Yoani”, “Adesso la finirai di fare pagliacciate”, ha detto quello che era seduto accanto all’autista e che mi tirava i capelli.
Nel sedile posteriore si poteva assistere a uno spettacolo molto strano: le mie gambe verso l’alto, il mio volto arrossato per la pressione e il corpo indolenzito, all’altro lato c’era Orlando conciato male da un picchiatore professionista. In un gesto di disperazione sono riuscita ad afferrare, dai pantaloni, i testicoli di questo personaggio. Ho affondato le mie unghie, supponendo che lui avrebbe continuato a schiacciare il mio petto fino all’ultimo respiro. “Uccidimi adesso”, gli ho gridato, con il fiato che mi restava, ma quello che stava nei sedili anteriori ha detto al più giovane: “Lasciala respirare”.
Sentivo Orlando ansimare e le botte continuavano a cadere su di noi, ho pensato per un attimo di aprire la porta e gettarmi fuori, ma all’interno non c’era una maniglia utilizzabile. Eravamo nelle loro mani ma ascoltare la voce di Orlando mi rincuorava.
In seguito lui mi ha detto che gli accadeva lo stesso ascoltando le mie parole rotte dai singhiozzi… perché gli dicevano “Yoani è ancora viva”. Ci hanno lasciati in pessime condizioni, scaraventandoci in una strada della Timba, una donna si è avvicinata: “Che cosa vi è successo?”… “Un sequestro”, ho risposto.
Ci siamo messi a piangere abbracciati in mezzo al marciapiede, pensavo a Teo, non sapevo come avrei potuto spiegargli quel che avevo passato. Come potrò dirgli che vive in un paese dove succedono queste cose, come potrò guardarlo e raccontargli che sua madre è stata malmenata in mezzo alla strada perché scrive un blog dove esprime le sue opinioni in kilobytes. Come potrò descrivergli il volto autoritario di chi ci ha fatto salire con la forza su quella macchina, il piacere che si leggeva sui loro volti mentre ci percuotevano, alzavano la mia gonna e mi trascinavano seminuda verso l’auto. Sono riuscita a vedere, nonostante tutto, il livello di agitazione dei nostri aggressori, la paura del nuovo, delle cose che non possono distruggere perché non le comprendono, il terrore del gradasso che sa di avere i giorni contati.” (traduzione di Gordiano Lupi)
Come si vede, oggi, la vera agorá, cioè la vera piazza, capace di garantire la libertà di espressione, di confronto, di democrazia è internet pur con tutti i suoi limiti. Se in Italia a fare “opinione”, molto spesso e certamente non sempre in senso democratico, è ancora la televisione, questo è dovuto da un lato a un grave ritardo sociale e culturale del nostro paese, dall’altro a un sistema di potere intellettuale molto medievale, fondato sulla mediocrità e sull’asservimento diffuso degli intellettuali e in particolare dei giornalisti. I cambiamenti richiedono tempo, però internet può essere, almeno oggi, uno spiraglio di speranza, che non deve cozzare contro il muro di quel sistema proprietà-direzione-lettore quale è quello che oggi caratterizza la stampa italiana televisiva e non. Ci vorrà tempo, fatica e coraggio, ma la goccia scava la pietra, come dicevano i latini.
Dedico qui ad Alda Merini alcuni miei aforismi presi da “Frattaglie. Aforismi alla rinfusa con pensieri, battute, slanci, provocazioni e pure qualche ripetizione più o meno voluta“, che godette della “Devota postfazione” di un grande amico della poetessa.
l’arte e la follia sono alberi simili
diverso è solo lo stormire delle fronde
non c’è nulla di più umano
di una umanità negata
noi siamo
la coscienza che suscitiamo
abitare la poesia
è vivere da sfrattati
solo un poeta
sa amare da mortale
i poeti sono portatori sani
di castità
Tre giorni fa, il 28 ottobre, Mahmoud Vahidnia, un giovane studente, fresco vincitore delle olimpiadi di matematica iraniane, in un incontro all’università di Teheran tra l’ayatollaoh Khamenei, leader supremo e sacro del regime, e gli studenti ha osato prendere, tra altri, la parola, per chiedere a Khamenei quanto nessuno ha mai osato chiedergli.
”Voglio dirle qualcosa”, ha esordito Mahmoud guardando dritto in faccia Khamenei, “perché nessuno può permettersi di criticarla in questo paese? Non è ignoranza questa? Lei ritiene di non fare errori? L’hanno trasformata in una sorta di idolo irraggiungibile che nessuno può sfidare”.
Dopo pochi minuti di sorpresa la televisione di stato ho distolto le telecamere dal ragazzo, che tuttavia ha continuato a parlare per una ventina di mintuti tra gli occhi sbigottiti dei professori. Fortuna ha voluto che il seguito dell’intervento venisse ripreso dai telefonini di qualcuno dei presenti.
Non si sa che fine abbia fatto Mahmoud. Pare sia sparito o, più probabilmente, secondo le abitudini di quel regime poliziesco, sia stato prelevato e fatto sparire chissà dove e chissà come. Di certo non è sparito da internet, dove i filmati del suo intervento sono cliccatissimi.
Amo il coraggio di questo ragazzo intelligente e ingenuo come soltanto gli eroi sanno esserlo; bello e vero come solo la libertà e la vita lo sono; indifeso e forte come sanno esserlo unicamente i profeti e gl innamorati della speranza; puro e autentico come solamente la luce dei mattini più veri può esserlo.
Grazie, Mahmoud. Dovunque tu sia, ti abbraccio.
Sarà un caso, ma grazie all’affaire Piero Marrazzo nessuno o quasi ha parlato quanto si doveva della sentenza d’appello del caso Mills, che conferma il giudizio di primo grado. Dunque, se dovessimo seguire la logica del cui prodest?, tutto l’affaire trans Marrazzo avrebbe un proprio indubbiamente sospettabile utilizzatore finale.
Ma, probabilmente le cose sono ancora più complicate e stanno ancora peggio. E in gioco non ci sono soltanto il Presidente della Regione Lazio e i suoi gusti sessuali.
Di certo, per propria stessa ammissione Berlusconi ha detenuto per giorni il filmato riguardante Marrazzo. Ha cioè detenuto per giorni un corpo di reato: e questo configura per “Superman” il reato di ricettazione, contro cui i magistrati dovranno procedere, rossa o meno che sia la loro toga, turchesi o meno che siano i loro calzini.
Di certo “mister B.” non ha denuciato nè il corpo del reato di cui è stato per giorni e giorni in posssesso, nè il reato di cui, tramite il video, era a conoscenza. Anche queste omesse denunce sono reati, che, perpetrati dal Presidente del Consiglio dei Ministri, per giunta costituiscono un grave esempio negativo.
Di certo l’Impunit0 si è mosso con palese sovrapposizione di ruoli e inquinamento di interessi: padre di Marina Berlusconi, proprietario più o meno di fatto di Mondadori e Fininvest, datore di lavoro più o meno diretto di Alfonso Signorini e company, Presidente del Consiglio dei Ministri, Premer del PDL, calunniatore di giudici, assolto per prescrizione, pluriimputato, pluricoinvolto in processi, pluribeneficiario di leggi ad personame ecc. ecc. .
Di certo buona parte della oscurità dell’intero affiare Marrazzo lo vede più o meno direttamente presente, confusamente presente, minacciosamente presente e capace di utilizzare insieme i diversi ruoli e le diverse identità e funzioni che lo caratterizzano. Per cui ogni oscurità dell’intera vicenda finisce con il porre inquietanti e gravi interorgativo sul ruolo effettivo che Berlusconi può avere avuto nella fasi della intera vicenda. Aspetto ancora più grave, tutto ciò non può non suggerire gravi dubbi sui limiti effettivi di quanto sta avvenendo, sugli scopi, sulle persone coinvolte e su quelle che potrebbero già essere coinvolte, sulla loro manovrabilità o ricattabilità da parte dei vari personaggi in campo e dell’eventuale regista dell’intera operazione. Se poi si pensa alla facilità con cui Silvio contatta potenze “non alleate ma amiche” e all’abilità che queste potenze hanno o possono avere nella gestione dei servizi segreti e del rapporto con giornalisti e informazione, allora non si possono non sentire inquietanti presagi, nefasti brividi lungo la schiena.
Più che in legioni che superino il Rubicone o in eserciti spregiudicati che conquistino a qualsiasi costo terre e uomini, il potere spregiudicato del Principe oggi sta nella possibilità di un uso manipolatorio, distruttivo, minaccioso, intimidatorio e ricattatorio della infomazione e dei servizi segreti. Berlusconi ha il potere di questa possibilità. L’affaire Marrazzo lo lascia largamente intuire. Questo fa paura, molta paura, anche e soprattutto perché, come questo blog sta dicendo da molti mesi, Berlusconi è uno squalo ferito, che dà fastidio soprttutto ai poteri ai quali finora la “cosa” Berlusconi ha fatto gioco.
Già lo si è detto: alla puzzols ridotta all’angola non resta che gettare cacca il più lontano e il più in alto possibile, magari colpendo un obiettivo per intimorine un altro o molti, molti altri, forse tutti o quasi tutti.
Anche in ordine al caso Marrazzo puntualmente spunta il dilemma: perdonare o non perdonare?; è giusto che una moglie perdoni il marito che la tradisce, “per giunta”, con un trans?; non c’e forse – come si chiede Maria Corbi su “La Stampa” – anche “un diritto, forte, ugualmente meritevole al non perdono”?
Come ho già detto nel mio precedente post (2009/10/28 – Perché la moglie di Marrazzo si comporta così. L’articolo di Giulia Bongiorno sul “Corriere della sera”), non conosco la coppia Roberta Serdoz e Piero Marrazzo, né so quali siano le dinamiche reali e profonde (quali può conoscerle soltanto il lavoro clinico di un attento psicoterapeuta) che costituiscono e strutturano la loro relazione di coppia. Né tanto meno conosco se, quanto e come si stia davvero vivendo da parte loro la dinamica del tradimento e quella del perdono.
Vorrei però trarre spunto dal fatto di cronaca, per ragionare sul senso e sul significato di un perdono troppo precoce, quale quello che molti, più o meno inconsciamente, vorrebbero che Roberta concedesse o negasse subito a Piero. Al di là della prurigine di molti di fronte a un tradimento colto come particolarmente trasgressivo e – soprattutto – al di là del bisogno sommario della folla di chiedere per un tradimento (o per un omicidio) “perdono subito” (come per altri versi usa chiedere “santo subito” o, per altri ancora, “a morte subito”), vorrei un attimo riflettere sul senso – all’interno della coppia e di fronte al tradimento – della esperienza del perdono o del non perdono precoci e sommari. Perché, prima ancora che qualcuno lo chieda, la coppia giunge in fretta al perdono, troppo in fretta, così in fretta?
La mia esperienza clinica di psicoterapeuta mi induce in forte perplessità di fronte a una moglie o a un marito che perdonino un tradimento subito, totalmente, immediatamente o – al contrario – che non perdonino mai, assolutamente mai, inesorabilmente mai, come se “quel” tradimento fosse il male assoluto e inassolvibile. In entrambi i casi di solito significa che quella coppia non si è mai davvero costituita; di solito significa che, sotto la apparenza nobile o indignata del perdono dato o negato in modo tanto sommario, sotto sotto si sta vivendo una di queste due strategie relazionali:
- più o meno inconsciamente si continua la recita di un matrimonio che in realtà non c’è e che a tutti e due serve non ci sia. Allora “concedere il perdono” è la vernice di superficie che cela il permanere della indifferenza; spesso è la variante presentabile della solita dinamica relazionale, che mira a evitare ogni vera intimità, ogni vero coinvolgimento, ogni autentica costituzione del Noi di coppia;
- si manda immediatamente tutto all’aria, senza alcun margine di parola, di dialogo, di confronto, di attesa, di possibile mediazione, come se non si aspettasse altro. Allora le frasi “non posso assolutamente perdonare” o “non posso essere assolutamente perdonato” sono l’alibi, l’occasione per rompere con sdegno altezzoso o con remissività sospetta la vita di coppia.
L’evento del tradimento è esperienza oltremodo complessa all’interno di una coppia, come ho detto altrove in parecchi miei articoli (vedi per esempio i seguenti: Il tradimento è sempre un evento della coppia e nella coppia; C’è tradimento e tradimento; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire (II commento) ecc. ecc.). Se i due partners non sono personalità adeguatamente evolute (quando uno dei due ha carenze di rilievo, di solito anche l’altro ha nodi problematici non trascurabili, consci o inconsci), allora la relazione di coppia difficilmente si costituisce e si struttura come dinamica simmetrica, cioè equilibrata. È più facile che si costituisca e si strutturi come sbilanciata, con uno dei due che sovrasti o domini o controlli l’altro. Allora, in questo caso, anche la “concessione” o la “impossibilità” del perdono possono essere funzionali allo squlibrio e alla asimmetria della coppia della coppia. Invece che superarli, possono ulteriormente sedimentarli e addirittura legittimarli. Fino alla successiva sempre più misera crisi.
Di solito un perdono dato o rifiutato troppo precocemente è frutto non tanto di una autentica e profonda dinamica di coppia, quanto di un bisogno (da parte sia della vittima che perdona sia del traditore che è perdonato) di percorrere un corto circuito che eviti all’uno, all’altro e al loro essere coppia un autentico processo di elaborazione dei vissuti e della crisi. È come se la coppia, perdonando o rifiutando il perdono troppo in fretta, perdesse o volesse perdere l’occasione di evolvere, di crescere, di amare meglio e di più, magari proprio a partire dall’analisi e dalla elaborazione del tradimento, delle sue modalità dei suoi perché consci e inconsci, dei suoi come e quando.
Di fronte alla esperienza drammatica del tradimento, la coppia dovrebbe – auspicabilmente aiutata dalla mano esperta di uno psicoterapeuta della coppia e della famiglia – affrontare con attenzione e gradualità, step by step, tutte le dolorose e impegnative fasi del lutto:
- la disperazione e l’urlo lacerante dell’anima, che prendono di fronte alla scoperta e/o alla rivelazione del tradimento (non è per nulla trascurabile che il tradimento sia rivelato invece che scoperto o viceversa);
- il bisogno di negare magicamente l’evidenza dei fatti o – più spesso ancora – di continuare a negare questa evidenza;
- la spesso incontenibile rabbia non solo del tradito nei confronti del traditore, ma anche del traditore nei confronti di chi, lasciandosi tradire, non ha visto, non si è accorto, non ha reagito, non ha impedito (di solito raramente viene riconosciuto anche questo secondo versante del tradimento);
- l’impotenza della coppia e nella coppia di fronte al vuoto e al silenzio nel quale improvvisamente si avverte di ritrovarsi e di viversi;
- la depressione di almeno uno dei due di fronte alla presa di coscienza della improvvisa solitudine, della paralisi esistenziale, della caduta delle certezze prima di allora credute o sperate;
- la voglia della ripresa, della comprensione, della evoluzione sulla base di riferimenti più solidi e di identificazion più vere.
Come si vede, il tradimento può essere la preziosa occasione di una costituzione e strutturazione profonda della coppia. Dare o negare troppo in fretta il perdono può essere il modo di tradire questa occasione.
Per-dono è parola di origine latina, formata dalla preposizione per, che significa “attraverso”, e dal sostantivo donum, che significa “dono”. Il tradimento può davvero essere esperienza di perdono, se attraverso di esso la coppia sa riscoprirsi come dono. Non soltanto perché l’uno si dona all’altro, ma anche perché insieme si dona la coppia al mondo e il mondo alla coppia.
Se si intende il perdono nel senso abituale di “concessione” che l’uno concede o nega all’altro, si dimentica che il perdono – lungi dall’essere soltanto un fatto a due – vive sempre come presenza di quel tertium, che è appunto quel dono che la coppia è e può essere per sé stessa e per il mondo e che, secondo la Bibbia (Genesi, 1, 27), è il presenziarsi dell’immagine di Dio e delle relazioni Trinitarie.

