Luna, spazio, sfida, limite e speranza

A quaranta anni dal primo allunaggio alcune considerazioni mi pare utile aggiungere alle tante scritte in questi giorni.

Solo se la presenza del limite è abitata dalla possibilità del suo superamento, sono possibili la sfida e la speranza. Non solo. Il superamento di un limite è davvero vincente soltanto se apre a un nuovo limite sfidabile e non insuperabile.

L’allunaggio di Armstrong e soci è stato momento straordinario. Ma ha aperto a un nuovo limite – la conquista di Marte – troppo invalicabile, non identificabile come nuova possibile sfida se non in tempi molto, troppo, lunghi, tali da comportare una capacità di identificazione umana trans-generazionale e una identità politica nuova, in grado di presupporre un sentimento di comune appartenenza non a un singolo paese magari rivale di un altro, ma alla intera umanità. Il diaframma storico, ideologicoo e politico dell’uomo del Novecento non era in grado di aprirsi a respiri tanto ampi. E così il nuovo limite post-lunare non è parso vivibile e non è stato vissuto come sfida umana praticabile.

È come se con il raggiungimento del sasso lunare (così si rivelò la misteriosa luna) lo spazio cominciasse a implodere su sé stesso, dicendo sempre più piccola, pietrosa, inospitale la terra, rendendola sempre più insopportabilmente confusa e confusamente abitata. Troppo confusa e abitata, disperatamente confusa e abitata.

Il contemporaneo definirsi del mondo come villaggio globale, invece di essere percepito come la fantastica presenza di una nuova possibile empatia, di una nuova feconda vicinanza-appartenenza, è stato sempre più fastidiosamente vissuto come intollerabile riduzione degli spazi e delle identità, quasi che il mondo diventasse un piccolo invivibile pianerottolo invaso da condomini litigiosi, bolsi e beceri. La televisione ha favorito questa frammentazione del Sé, in una sequela di dipendenze via via sempre più esproprianti, a cominciare proprio da quella del video televisivo, che ha derubato sempre più le case della loro natura di relazione, parola, sguardo e che ha sempre più appiattito il cervello e reso superficiale il cuore (vedi il mio Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, Ferrari, Clusone, 1995).

La conquista della luna, tra l’altro, si definiva all’interno di una connotazione spaziale della sfida e della speranza. Non a caso gli attori di quella conquista erano statunitensi, appartenenti dunque a un paese dalla storia breve (solo due secoli) e – soprattutto – abituato a identificare il limite con la frontiera – fosse il far west dei primi coloni o la nuova frontiera kennedyana – e la sfida con lo spostamento sempre più in là della frontiera, fino ad arrivare alla Luna come estremo West da conquistare. Se il nuovo Occidente (questo significa la parola West; questo significava per gli antichi greci la stessa parola Europa) è troppo lontano, cade la connotazione spaziale della speranza e va in crisi lo stesso concetto culturale e politico di Occidente. Non credo sia un caso che con l’allunaggio del ’69 inizi la crisi della potenza USA. Solo la ancora più grave crisi della URSS e la incapacità di un rapido ed efficace processo di unificazione non soltanto “occidentale” dell’Europa hanno in parte mascherato in questi quaranta anni la lenta deriva del potere statunitense.

La connotazione spaziale del limite, della sfida e della speranza è evento tipico del maschio e delle società patriarcali o – peggio – maschilistiche. La femmina e le società matriarcali tendono invece a connotare in modo diverso il limite, la sfida e la speranza. Li leggono all’interno di una visione del tempo ciclica, giocata sulla ripresa dell’esistente, sulla sua accoglienza e gestazione, sulla capacità di mestruare il vecchio e di concepire, generare e partirire il nuovo. Non è un caso – a mio avviso – che questi ultimi quaranta anni siano stati segnati da una crisi sempre più profonda del maschile e da una affermazione sempre più decisa del femminile, soprattutto quando questa affermazione non si è limitata a scimiottare il maschile. Donne straordinarie hanno segnato in moltissimi paesi la storia politica e sociale degli ultimi decenni, come non mai era accaduto. Basti pensare a quante donne sono state premio Nobel per la pace.

Grazie soprattutto alla donna, è oggi possibile riproporre una nuova connotazione del limite, della sfida e della speranza. La donna non è soltanto la signora del tempo e della ripresa. È anche – forse ancora di più – la signora della per-sonanza. Scrivo con il trattino la parola per-sonanza, proprio per indicarne al meglio il significato: è la possibilità che ciascuno di noi ha di risuonare nell’altro attraverso l’altro, cioè di per-sonare di lui e in lui. La donna accoglie in sé il maschio e il suo seme, dunque per-sona di lui, dando poi al bambino concepito la possibilità di risuonare in lei e di lei.

La per-sonanza è la possibilità relazionale più straordinaria. È evento d’amore e di accudimento, perché è evento pieno di relazione. È evento trans-generazionale, capace di dire l’essere umano in una visione storica ampia, non schiacciata in logiche miopi, in individualismi asfittici e astratti.

Il nuovo limite, la nuova sfida, la nuova speranza oggi sono giocabili all’interno di una connotazione relazionale. Allora l’altro, la sua diversità, la sua alterità sono la grande avventura e la grande risorsa. Sono la vita della speranza e sono la speranza della vita.

 

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