Foto di Bruno Bettelheim

Se mancano autentiche prospettive di futuro, è impossibile ogni recupero del passato, è cioè impensabile ogni autentica memoria. Come può esserci memoria, oggi, se, per esempio, viene meno la mobilità sociale fondata sullo studio e sul lavoro?; se l’unica possibilità di affermazione sociale di sé pare essere quella data dalla prestanza fisica, dalla spregiudicata disponibilità a vendere o barattare la propria sessualità, il proprio corpo, la propia coscienza?

Qualche giorno fa era qui davanti a me, in seduta, un ragazzo di 18 anni, intelligente molto più della media, simpatico, sano. Mi raccontava di avere abbandonato la scuola e di essersi messo a fare il commesso in un negozietto di articoli elettrici. Mi sono intristito perché, a mio parere. la sua intelligenza e le due doti meritavano di essere coltivate a lungo e profondamente, con studi universitari di prima grandezza, così da potere garantire alla società futura di godere delle sue capacità di persona non comune. Peccato!, mi sono detto con una tristezza che, a pensarci, ogni giorno mi cresce nel cuore, anche pensando alle motivazioni della sua scelta: mi ha detto che per lui “conta solo avere qualche soldo in tasca per potere – proprio così mi ha detto – bere la sera una birretta con gli amici, pagare la rata di un’auto per andare a gnocche”. Queste sono le prospettive di vita di un ragazzo con così tante doti? Che valori diamo ai nostri ragazzi? Che morale respirano? Che vita avranno, se quelli che potrebbero o dovrebbero essere i migliori ragionano così?

Ieri mattina mi è piaciuto ascoltare le brevi, ma incisive parole del Presidente Napolitano, durante la celebrazione della Giornata della Memoria. Mi è piaciuto il suo collegamento tra populismo e intolleranza da una verso e la possibilità di ripetere, con ciò, la shoà dall’altro; mi è piaciuto il richiamo che, in tale contesto, egli hafatto nei congronti della intolleranza nei confronti del “diverso” e della emarginazione dei rom. Alla fine, però, non mi ha convinto il troppo generico appello ai giovani perché abbiano memoria del passato, così da non ripeterne i tragici errori. Non mi pare corretto appellarsi, sic et simpliciter ai giovani, di fatto caricandoli ditutta la responsabilità, quando abbiamo leggi che ogni giorno di più negano la mobilità sociale, la speranza del lavoro e dello studio, l’uguaglianza della legge, il respiro morale, la possibilità stessa del futuro?

Il mio solito vecchio e caro amico, spastico dalla nascita, l’altra sera non ce l’ha fatta a vedere Ausmerzen di Paolini su “La7”. Contrariamente al solito si è lasciato sommergere dalla angoscia, al pensiero di quanti come lui sono stati uccisi nei lager nazisti. Si sentiva in colpa: perché lui sì e quelli no? Io so che lui non ha ritardato la marcia dei “normali”, come i nazisti dicevano facessero i “non normali” da sopprimere (ausmerzen, appunto), lui non è mai pesato sull’economia dal paese, non ha mai chiesto esenzioni dai tickets o qualsiasi tipo di agevolazione, perché, se l’avesse fatto (e avrebbe potuto) avrebbe tolto denaro e possibilità che sarebbero potute servire ad altri meno fortunati. Stamattina, mentre al bar bevevamo il nostro abituale caffè, gli ho visto scendere alcune lacrime: accanto a noi una persona, parlando, diceva tranquillamente che la sera prima si era addormentata davanti a “quella noiosa trasmissione di Paolini”. È la seconda volta che mi capita di vedere piangere in pubblico il mio amico. La prima volta fu quando eravamo un po’ più giovani e lui, piangendo quasi a dirotto. lesse sul giornale la notizia del suicidio di Bruno Bettelheim, psicologo straordinario, che egli amava tanto e che per primo era riuscito a capire e guarire l’autismo. Dopo quasi cinquant’anni – concluse allora il mio amico – il Nazismo stava uccidendo ancora.

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