Da persone che lavorano a Kabul e che hanno grande esperienza di politica internazionale ricevo questa nota:

Al momento la sensazione è di incredulità. È una situazione surreale.

In queste sere stiamo guardando un telefilm americano sull’antiterrorismo. Beh, con l’arresto dei nostri amici la realtà ha superato la fiction. La spregiudicatezza, la malafede e l’arroganza di chi non protegge tre operatori umanitari italiani hanno un odore peggiore di qualsiasi cattivo cattivissimo del cinema.

Forse è questo il vero potere del XXI secolo. Far credere che certe cose possano succedere solo in TV, che se rifiutiamo di vedere ciò che succede nel mondo il mondo non ci verrà mai a cercare, che se saremo dei buoni consumatori nessuno ci chiederà l’impegno e la fatica di essere dei buoni cittadini.

Noi stiamo con Emergency.”.

Quanto a me, penso che l’accusa di terrorismo contro i tre medici di Emergency vada inquadrata all’interno della politica russa in Asia centrale.

I recenti fatti di terrorismo in Russia, puntualmente attribuiti alle popolazioni del Caucaso, i disordini in Kirighizistan pilotati da Putin (vedi la lucidissima analisi di Enrico Piovesana in http://it.peacereporter.net/articolo/21236/Ombre+russe+sul+Kirghizistan ) testimoniano la continuazione e l’allargamento oltre la zone del Caucaso di quella politica di Putin e Medvedev che Anna Politkovskaja denunciò al prezzo della propria vita: nelle zone alla periferia sud della Russia, importanti per il petrolio, il gas e/o per la loro posizione strategica, si creano e/o favoriscono governi deboli, altamente condizionabili e manipolabili, che lascino liberamente agire bande pilotate e agenti russi; poi, giocando ad arte sulla diversità religiosa, si creano e/o favoriscono le condizioni del terrorismo, impedendo ogni vera politica di evoluzione e di dialogo e distruggendo – con modalità proprie dei genocidi – il tessuto sociale di quei paesi con uno stato di guerra, violenza, sopraffazione permanenti. Si giustifica così ogni tipo di risposta, contrabbandondola come “antiterrorismo”, il tutto gestito, più o meno surrettiziamente, dai servizi segreti russi, che, se il terrorrismo proprio non c’è, lo provocano. Talora si fa in modo che il terrorismo colpisca lontano dalle zone di provenienza dei presunti terroristi, come è avvenuto il 23 ottobre del 2002 al teatro di Mosca dove andava in scena il musical Nord-Ost: “le autorità sapevano dell’attentato e hanno collaborato alla sua preparazione” (Anna Politkovskaja, Per questo, p. 362). Anche negli attentati dei giorni scorsi deve essere accaduto qualcosa di analogo, vista l’oggettiva assoluta impossibilità che qualcosa di nascosto avvenga in un regime così controllato, soprattutto in ordine a problematiche di questo tipo. Il terrorismo serve, perché senza terrorismo non ci sarebbe antiterrorismo; e senza antiterrorismo, non ci sarebbe la legittimazione dell’attuale stato di regime e di polizia putiniano, né ci sarebbe lo sfruttamento delle risorse e delle posizioni strategiche a favore di Putin e Medvedev, delle loro bande e mafie. I fatti del Kirghizistan testimoniano che in atto c’è l’allargamento di quanto da troppi anni sta già avvenendo nel Caucaso in Cecenia e dintorni.

Che c’entra tutto ciò con i tre medici di Emergency accusati di terrorismo?

L’amicizia e l’allenza con Putin sono oggi probabilmente la carta più forte rimasta in mano a Berlusconi per evitare di essere scaricato dai poteri forti che finora l’hanno favorito e sostenuto e che ora non lo considerano più gestibile, né affidabile.

L’accusa di terorrismo appioppata sui tre innocui medici puzza parecchio e puzza proprio da un lato di puro stile caucasico-putiniano, dall’altro di avvertimento mafioso. Parimenti la debole, ambigua, oscura risposta di Frattini ricorda proprio le risposte dei ministri putiniani e sa tanto di “dico, non dico”, “posso, non posso”, “faccio, non faccio”, “avverto, non avverto”. Che altro dire se un tipo freddino e tutt’altro che mistico come il Ministro degli Esteri Franco Frattini improvvisamente viene colpito da compulsivo bisogno di pregare, per giunta di pregare per persone la cui assoluta buona fede nessuno meglio di lui dovrebbe conoscere, senza il minimo dubbio e senza alcun bisogno di ricorrere alla preghiera? Invece, ecco cosa – in modo assurdo o apparentemente assurdo – dice Frattini: “Prego con tutto il cuore che quelle accuse non siano vere, prego con tutto il cuore da italiano perché l’idea che possano essere degli italiani per i quali anche una parte di quelle accuse siano vere mi fa rabbrividire: quando vi sono accuse gravi bisogna accertare la verità”.

Subito dopo i fatti kirghisi, gli accordi nucleari tra Obama e Medvedev e il complessivo aumento di potere internazionale della Russia in ordine all’Iran, che ci potrebbe essere di meglio di un “avviso” berlusconiano a chi lo possa fare fuori, magari proprio partendo dall’Afghanistan? Magari è come se, lasciando o facendo troppo facilmente piovere addosso ai tre medici l’improbabile accusa di terrorismo, si volesse ricordare a qualcuno che si è forti come Putin e che, oltre a portarne il giaccone (confronta 2010/01/12 – Perché Berlusconi mette il giaccone di Putin. Why Jacket Putin (analisi psico-antropologica) ) e a utilizzarne il lettone, si possono anche adottarne i metodi e perseguirne i fini, soprattutto se – e questo è quel che conta – si è forti della sua amicizia e dell’accesso agli archivi segreti suoi e del suo (e proprio) amico Lukashenko.

In questa luce si spiegherebbe anche perché si sia data così poca rilevanza alla tanto eroica quanto – sotto molti aspetti – strana morte di Pietro Colazzo, l’esperto e bravissimo agente dei Servizi ucciso a Kabul poco più di un mese fa e seppellito in Italia senza le solite roboanti grancasse berlusconiano-mediatiche.

Annunci

Ieri era il primo anniversario del terremoto d’Abruzzo, ma Silvio Berlusconi ieri non c’era né a ricordare i morti in gran parte assassinati da irregolarità edilizie gravissime, né a rallegrarsi con i vivi per la ricostruzione tanto celere e decantata, quanto in larghissima misura del tutto inventata. 

Stavolta non è andato. Sentito per telefono l’amico Presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi (altro bel tipetto, pure lui non certamente insensibile ai rinvii a giudizio) e protetto dalla sicurezza di non essere intercettato, il Nostro ha pensato bene che non era il caso di andare, visto che non tirava aria propizia dopo le tante ed esibite promesse e i pochissimi e criptici fatti. 

No, anche se lo sembrerebbe, la sua non è vigliaccheria. Per potere essere vigliacchi, occorre prima essere uomini adulti. E uomo adulto lui proprio non è. Se, come pare (si vedano i numerosi articoli dedicati da questo blog all’argomento), Silvio Berlusconi ha un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP o DPN o NPD) con preoccupanti nodi sul versante psicotico, il suo Sé si è bloccato in una strutturazione preedipica. Come tale, non è in grado di affrontare il confronto autentico, quello che non sia truccato e/o predeterminato e/o manipolato. Può solamente fare capricci come un bambino cui la mamma finirà comunque per darla vinta. Se si accorge che, invece di una madre condiscendente, lì di fronte c’è o ci può essere qualcuno di meno manipolabile, qualcuno che tiene botta e può confutare il bugiardello con il dito nella marmellata, allora il bambino mai cresciuto scappa, fugge ogni confronto, si acquatta dietro telefoni arroganti e volgari (cattivi!, perché lo intercettate? poveretto, perché non lo lasciate fare?) e dietro prepotenze giocate sulla manipolazione del potere o sul potere della manipolazione o – per dirla in modo che anche i bambini mai cresciuti capiscano – sul capriccio del potere o sul potere del capriccio.  

Per questo ieri Berlusconi si è sottratto al confronto con la gente de L’Aquila.

Ripeto: Berlusconi non è un vigliacco e non è immorale. È un bambino che non è mai cresciuto, non è mai stato partorito né al padre, né al mondo, né a sé stesso. Come tale, è al di qua di ogni norma, di ogni regola o legge, di ogni morale, di ogni autenticità, di ogni possibilità di essere davvero sé stesso. Acquattato dietro un falso Sé dai piedi di argilla, vive la propria disperata impotenza di infantile nullità (quel “niente” di cui si accorse di essere moglie la povera Veronica), forse, chissà, credendosi immortale, sentendosi immortale, esigendosi immortale pur di non doversi confrontare con la propria fragile inconsistenza di creatura vecchia e malata. Se non procurasse danni enormi, sarebbe soltanto un poveraccio da compatire e/o, qualora lo accettasse, un paziente da “aiutare”, come direbbe la moglie Veronica.

Come può, in tale condizione, “Superman” affrontare il confronto della verità e la verità del confronto? Dopo tante sistematiche menzogne, come poteva un poveraccio dal Sé bloccato e bambino affrontare la verità e l’indignazione di una città uccisa, ingannata, tradita con perfidia tanto sistematica quanto irresponsabile?

Come si fa a non votare una lista così? I primi quattro nomi presenti nella lista sono Dario Fo, Franca Rame, Margherita Hack e Moni Ovadia.

Il primo è un grandissimo Premio Nobel per la Letteratura, l’unico vivente tra i vincitori italiani di questo premio, un attore fantastico, un autore nel senso letterale del termine (autore significa “colui che fa crescere”), testimone della verità e suo attore (attore significa “colui che agisce l’azione decisiva”).

La seconda è una grande donna, una forte e delicatissima attrice, una prodigiosa moglie; porta nella propria carne e nella propria anima la violenza di uno stupro fascista, vile e barbaro, infertole per colpirne la libertà e la testimonianza di una vita (sua e del marito), e questa violenza ha saputo tradurre in messaggio, dandola al mondo come richiamo di dignità.

La terza ama lo stupore delle stelle, ha lo sguardo sapientissimo e saggio della scienza, l’anima meravigliosa della curiosità critica e della onestà intellettuale e morale.

Il quarto è una voce rarissima, tra le poche che, respirando l’assoluto del sacro e del divino, sanno interrogare le radici dell’umano, a partire delle profondità della Rivelazione ebraica, la stessa che animava Gesù.

Non mi importa il nome di quella lista. So per certo che questi quattro meravigliosi esseri umani, pure sapendone le ragioni migliori, lo trascendono e lo consacrano, così come il “compagno Cristo” di don Primo Mazzolari trascendeva, consacrava e salvava tutti i “compagni” del mondo, inserendo di nuovo questa parola nella eucarestia dell’etimo cum-panis, che significa “chi mangia con noi il nostro stesso pane”.

Se ci fosse il minimo senso della dignità e della realtà, non ci sarebbe partita: tutti voterebbero questa lista.

Se ci fosse il minimo senso del pudore civile e umano, tutti gli altri candidati di tutte quante le liste si ritrarrebbero, rinuncerebbero ciascuno alla propria candidatura e sarebbero orgogliosi e felici di potere essere amministrati e rappresentati da tanta nobile umanità.

Grazie a Dario Fo, Franca Rame, Margherita Hack e Moni Ovadia, oggi vado a votare felice di essere uomo e cittadino.

Solo ora vedo che “L’Espresso” del 24 marzo ha citato il mio commento sul giubbotto di Putin indossato da Silvio Berlusconi:

-> Silvio, il giubbotto sciamanico

Il post nel quale parlavo dell’argomento è 2010/01/12 – Perché Berlusconi mette il giaccone di Putin. Why Jacket Putin (analisi psico-antropologica)

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Novità

2010/02/10

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

a confronto sul Web

 

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

Troverai anche altri tre miei libri,

in particolare

La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

In punto di morte, l’Economia Italiana disse:

“L’inflazione è come la temperatura corporea.

Se è troppo alta, significa che ho la febbre.

Se è troppo bassa, sono quasi cadavere“.