Il cardinal Crescenzio Sepe è l’uomo delle liquidità prodigiose: è passato da quella romana della Congregazione De Propaganda Fide (et neganda atque necanda veritate?), che è la congregazione più ricca della Santa Sede, a quella napoletana (e non così ricca) propria del sangue di san Gennaro, che ogni tanto, come si sa, usa – previo appuntamento – tornare liquido tra le mani del massimo prelato partenopeo.

Da un mistero di grande liquidità all’altro. Ma forse invece che con la seconda liquidità il non smilzo Crescenzio preferiva continuare a crescere con la prima, dopo un’intera esistenza trascorsa all’ombra della Curia Vaticana. Che stia qui la radice del minaccioso continuo riferimento che in questi giorni egli fa al fatto che i bilanci di De Propaganda Fide (et neganda atque necanda veritate?) siano stati sempre approvati dal Vaticano? Vuole forse lanciare messaggi a qualcuno, magari a chi ha preferito mandarlo da Roma a Napoli? Come non dubitare? Di solito personaggi come Sepe preferiscono il silenzio alla parola; dunque, se parlano, è forse possibile che sia per avvisare qualcuno e per garantirsi o cercare di garantirsi. Del resto che bisogno aveva Sepe di fare tanto mediatico rumore con tanto oscena identificazione di sé a Cristo e della propria vicenda al Calvario, se già il Vaticano – con tanto premurosa e sollecita immediatezza – aveva lasciato intendere di volerlo proteggere con la solita via della rogatoria internazionale (appellandosi cioè alla inviolabilità straniera dello stato Città del Vaticano)? Con le rogatorie internazionali il Vaticano già protesse lo sporco riciclaggio dello IOR e a suo tempo insabbiò le inchieste su Antonveneta, su Enimont, su tutta Tangentopoli ecc., favorendo il passaggio al Berlusconismo e allo sfascio attuale. Ma si vede che Sepe, che ben conosce le logiche della Curia Vaticana, di Bertone e Ratzinger in particolare, non si fida né dei nuovi vertici della finanza Vaticana (di recente è stato nominato presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi, a quanto si dice uomo dell’Opus Dei e della restaurazione sempre più elitaria operata da Ratzinger); né si fida delle rogatorie internazionali né – meno che meno – di chi troppo tempestivamente le va promettendo. Chi è esperto in liquidità sa bene quando e quanto si possa rischiare di venire liquidati, magari all’interno di liquidazioni più ampie.

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