Con proteste come quelle sulla comunione negata al ragazzo disabile, se moltiplicate, si potrebbe arrivare a una primavera cattolica, tipo quelle islamiche dello scorso anno. Sarebbe ora. Il tema dell’uso/abuso del disabile solo per prendere l’8 per mille, il rifiuto dei disabili come allievi o insegnanti delle scuole cattoliche, sono alcuni dei punti di rottura. Un altro è la rimozione di ogni riflessione teologica da parte dei laici e, più in generale, della libertà della ricerca teologica e della visione non difensiva, non esclusiva, non maschilista e non omofoba della dottrina. Altro che pedofilia! Per quanto gravissima sia la presenza della pedofilia nei preti, per quanto devastante sia la pratica del riciclaggio da parte dello Ior dei fondi neri e delle varie mafie, il polverone che ne nasce serve a coprire i veri problemi della chiesa e così – paradossalmente – risulta funzionale alla conservazione dell’attuale sistema di potere ecclesiale, che poco ha a che fare con Gesù.

Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:

Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.

Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.

Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.

Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge”  nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?

P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.

C’è un portale ( www.pontifex.roma.it ), che, a quanto mi si dice, è sostenuto da 4-5 cardinali e vescovi in pensione, tra cui il ben noto mons. Babini, ex vescovo di Grosseto. Questo portale è voce di un integralismo talmente becero e folle, da fare apparire aperti e libertari anche i lefrevriani più retrogradi. Mi si dice che in Vaticano il portale è considerato pura follia, ma nessuno prende distanza chiara e ufficiale da quanto vi viene scritto; viene lasciato vivere e dire con il consenso sia pure tacito di un’ala integralistica estrema della Curia romana.

Questo stesso portale affermò che la morte del giovane operaio ucciso da un traliccio durante l’allestimento di un concerto di Jovanotti era un “castigo di Dio” nei confronti di Jovanotti stesso.

Ora, in un post in occasione della morte di Lucio Dalla (http://www.pontifex.roma.it/index.php/editoriale/spettacolo/10801-lucio-dalla-verso-la-beatificazione-ed-il-funerale-religioso-uno-scandalo-ed-unidolatria-pagana), Bruno Volpe, l’editorialista più noto del portale, esce con affermazioni di questo tipo:

sono del parere che Dalla non abbia diritto ad un funerale religioso in quanto in stato di pubblico peccatore.

Se la diocesi di Bologna dovesse farlo spingendosi fino al pubblico elogio, sarebbe scandaloso e contraio al CIC; per altro verso determinerebbe un grave precedente.

Dunque, onore al genio Dalla, ma si eviti lo scandalo e l’idolatria pagana, almeno in Chiesa”.

Questa folle logica viene ribadita da mons. Babini in una intervista fattagli da Bruno Volpe nello stesso portale:

il Diritto Canonico, le ripeto, proibisce il funerale a tutti coloro che abbiano dato pubblico scandalo con la loro vita”.

L’omofobia foraggia fanatismi di questo tipo. Non è ora che la Chiesa ufficiale si decida a prendere le distanze da questi fanatismi?

CLICCA QUI -> Cittadino di Adro

Ringrazio di cuore chi l’ha scritta. Anch’io, a modo mio, sono stato da piccolo un bambino discriminato. So che segni può lasciare l’esserlo stato e quanto sia difficile risalire la corrente delle discriminazioni subite. Chi ha scritto questa lettera, dà una carezza al bambino di ieri e rende felice l’uomo di oggi, che vorrebbe tanto avere per amico una persona tanto bella.

Grazie.

 

Come commento al mio post di ieri (2010/04/10 – Benedetto XVI, Padre Federico Lombardi e gli abusi sessuali (pedofilia compresa) di religiosi e preti ), Mario mi scrive:

Nel Marzo scorso, con una lettera al direttore del Corriere della sera, il filosofo laico Marcello Pera difendeva il papa sostenendo che la campagna mediatica contro la Chiesa approfittava della triste vicenda dei preti pedofili per affondare un attacco spietato all’istituzione. Diceva Pera che si trattava di una vera e propria “guerra” che non si sarebbe risolta facilmente.
Ricordo personalmente che durante la ” Via Crucis” al Colosseo della Pasqua 2005, ancora vivente Papa Giovanni Paolo II, l’allora cardinale Ratzinger, in un commento parlò apertamente di “sporcizia” presente nella Chiesa ( evidentemente conoscendone alcuni fatti).
Sono del parere che la Verità deve essere detta a tutti i costi e proclamata, soprattutto per il bene dei fedeli, molti dei quali sono disorientati.
Chiedo al dr. Cortesi di immaginare di essere nei panni del Maestro Bontadini, insigne filosofo e apologeta, di cui ricorre il prossimo 12 cm il 20° anniversario della morte,: difenderebbe il papa come ha fatto M. Pera o esigerebbe da lui un comportamento diverso?

Voglio qui rispondere a Mario.

Non basta parlare di sporcizia. Se chi parla sa, deve anche provvedere, cosa che, a quanto risulta in modo ormai palese, Joseph Ratzinger non ha fatto né da vescovo, né da cardinale, né da papa. A quanto pare, ha invece continuato nel vecchio solco. Solo ora, che il dilagare internazionale degli scandali non gli consente più di negare l’evidenza, pare fare qualche piccola incertissima mossa, dando largamente l’impressione che più che volerlo fare, lo debba fare, per giunta cercando di nascondersi dietro l’alibi della persecuzione e del complotto orditi contro di lui. Né si tratta soltanto di pedofilia o di violenza sessuale: la “sporcizia” tocca ancora più ampi confini, che dovrebbero essere aperti e analizzati, senza che si debba aspettare la costrizione di scandali non più copribili.

Per esempio, perchè non si fa luce sulla “sporcizia” dello Ior, che ha fatto – e assai probabilmente ancora lo fa – il riciclaggio di tutto il denaro sporco della corruzione politica e imprenditoriale, delle mafie, dei poteri che operano nell’oscuro mondo del commercio di droga, armi, esseri umani, con bilanci ben superiori a quelli di stati quali l’Italia, contribuendo in tale modo a inquinare e compromettere la vita democratica di questi stati?

Per esempio, perché non si dice nulla delle gravissime probabilissime connivenze con le mafie del sud America?

Per esempio, perché si favorisce in vario modo e con estrema superficialità la pratica di adozioni internazionali, che poi – me lo dice l’esperienza clinica – hanno effetti devastanti in tantissimi di questi ragazzi?

Per esempio, perché non si dice nulla delle responsabilità oggettive in ordine alla devastazione e ai genocidi in atto in molte zone del mondo, a cominciare dalla Amazzonia? La ricattabilità da parte dei poteri e degli interessi che attuano la devastazione e il genocidio rende l’istituzione ecclesiale oggettivamente complice e colpevole, rende poi di fatto quanto meno impossibile ogni vera denuncia e ogni vera azione in senso contrario. Addirittura le pure eroiche presenze in loco di missionari finiscono di fatto con l’essere alibi e foglia di fico che, nascondendola, legittimano la vera violenza della realtà, diventandone così oggettivamente e paradossalmente complici.

Per esempio, perché si favorisce in vario modo e con estrema superficialità l’afflusso di badanti, soprattutto dall’America latina, per lo più donne che, per seguire un nostro anziano, lasciano figli e mariti, segnando di distruzione il tessuto sociale del paese di partenza? Ci si rende conto del disastro morale, sociale, culturale, politico che tutto ciò comporta e provoca? 

Per esempio, perché si lascia che la “scuola cattolica” sia sempre più la scuola dei ricchi, per lo più esclusivamente gestita dai sempre più arricchiti e potenti ciellini, scuola nella quale ben difficilmente trovano accoglienza l’allievo handicappato, il figlio del povero cristo, il figlio dell’extracomunitario non facoltoso, e dove ben difficilmente riesce a stare chi abbia un minimo senso critico? Perché non si dice che la distruzione in atto della scuola pubblica è in larga misura legata e strumentalmente funzionale all’eccesso di potere della scuola “cattolica”?

Per esempio, perché non si dice nulla di chiaro sull’Opus Dei, sulla sua organizzazione interna, sui suoi modi e criteri di “apostolato”, sui suoi reali obiettivi, sul suo effettivo potere, sulla sua presenza in settori decisivi delle istituzioni, della economia, della finanza? Eppure sono oramai numerosissime e del tutto credibili le testimonianze di ex “numerari” (si chiamano così i membri davvero effettivi della Prelatura): ci parlano dell’Opus Dei come di una vera e propria setta o società segreta, completamente autoreferenziale, nella quale si attuano gravissime forme di violenza morale e psicologica anche e prima di tutto su ragazzi della prima adolescenza. Perché l’Opus Dei nel 1982 è stata costituita Prelatura personale, caricata di un potere internazionale che sfugge in larga misura alla giurisdizione, al controllo e alla conoscenza dei vescovi diocesani? Con quali mezzi è riuscita con papa Wojtyla a farsi riconoscere tutto questo potere, riconoscimento che i papi precedenti, a cominciare da Giovanni XXIII, si erano ben guardati di pensare e di dovere concedere? Che influenza ha oggi l’Opus Dei sulla nostra vita politica e democratica? Che obiettivi politici e finanziari persegue? Perché non ci si dice nulla? Perché ci si lascia – volutamente – nell’ignoranza? E perché parimenti si dice poco o nulla dei Memores Domini, che per Comunione e Liberazione sono quello i “numerari” sono per l’Opus Dei? Quanti per esempio sanno che i vertici della politica, della sanità, della scuola, della finanza lombarde sono in gran parte nelle loro mani e nel potere della loro logica esclusiva e autoreferenziale, a cominciare da Roberto Formigoni? Che interessi ha in tutto ciò l’istituzione ecclesiale? Chi decide e in base a quali criteri?

Per esempio, perché non si dice nulla dell’ignoranza, della incompetenza, della superficialità oggettivamente violente e arroganti con le quali preti o laici “cattolici” (sarei curioso di sapere chi dà il patentino di laico “cattolico”; se, come, perché e da parte di chi viene concesso, rinnovato o tolto) si immischiano in faccende e in ambiti per i quali non hanno alcuna competenza, spesso con risultati disastrosi e disonesti? A che titolo parlano e agiscono, in base a quale competenza? Non è raro, per esempio, che preti del tutto incompetenti si permettano di dare – nel confessionale e fuori – consigli in materia di psicologia, di giurisprudenza o di morale, contrabbandando come “religiosi” consigli o giudizi che con la religione non hanno nulla a che fare. Idem fanno molti laici “cattolici”, trincerandosi dietro la santa maschera di un volontariato tanto santificato ed esaltato quanto abitato da ignoranza e incompetenza (quando capiremo che – per uno stato – il ricorso al volontariato è direttamente proporzionale alla mancanza di vera civiltà e di collaudata professionalità?). Per fortuna non ci sono più (almeno si spera; la cronaca ogni tanto suggerisce il contrario) luoghi di ricovero “cattolici” per malati psichici o per persone bisognose di aiuto. Ma l’intromissione “cattolica” purtroppo continua in altre forme. Perché, per esempio, nessuno dice che cosa esattamente facciano strutture come i “centri di primo ascolto” o i “patronati” di vario tipo o le più disparate comunità di “aiuto” o di “recupero”? Che criteri seguono, con quali competenza operano, che fini davvero perseguono, con quali fondi campano, da chi sono controllati?

Ebbene, di fronte a tanto ampio orizzonte di probabilissima sporcizia, limitare o focalizzare il discorso sulla tragedia della pedofilia e della violenza sessuale di religiosi e preti, paradossalmente contribuisce a nascondere tutto il resto: una vergogna, che, venendo proprio … a pera, finisce con il proteggere e nascondere tutte le altre, con una ben collaudata tecnica, usata anche per esempio da Berlusconi o da Putin. Paradossale e diabolico.

Mario ricorda Gustavo Bontadini. L’ho conosciuto quanto può conoscerlo uno studente di Filosofia che per due anni segue le lezioni del biennale di Filosofia Teoretica. Nelle sue lezioni – ricordo – lasciava si discutesse molto; non ho mai capito se lo facesse perché credeva davvero nella forza della discussione o perché pensava di avere comunque ragione. Allora pensavo fosse per il primo motivo. Oggi, proprio non so che cosa direbbe Bontadini; so però che molti degli studenti che allora animavano le sue lezioni direbbero cose parecchio vicine a quelle che ho cercato di dire io.

Mi piacerebbe che nella chiesa la discussione della verità e della realtà ci fosse, venisse davvero aiutata e riconosciuta. Mi piacerebbe ci fossero il gusto dell’intelligenza e l’intelligenza del gusto; la libertà della ricerca e la ricerca della libertà; l’emozione della verità e la verità dell’emozione; lo stupore dell’amore e l’amore dello stupore; la gioia della parola e la parola della gioia. Il Concilio Vaticano II (ero adolescente e giovane a quei tempi) diede la speranza (o l’illusione?) di tutto ciò. Purtroppo una sedicente “chiesa”, che si identifica sempre più esclusivamente con la curia vaticana e romana, oggi nega sempre più questa speranza. L’uccisione della speranza è la prima vera, grave, patogena sporcizia della chiesa e nella chiesa.

E dove sta mai il problema?

Dice Gesù: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo, 18, 20). Quando Gesù è tra noi, lì c’è chiesa.

Quando Rosi e io ci chiamiamo nello stupore (e “stupore” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stupirsi di noi con noi.

Quando chiamo i miei figli nella festa (e “festa” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere festa con noi.

Quando chiamo i miei amici nella gioia di un buon bicchiere di vino (e “buon bicchiere di vino” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stare allegro con noi.

Quando chiamo i miei com-pagni nel nome di un pezzo di pane, lo spezzo e lo mangio con loro (e “pane spezzato” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole mangiare il nostro pane con noi.

Quando chiamo qualcuno con parola libera e spregiudicata (e “parola libera e spregiudicata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace parlare libero e spregiudicato.

Quando la sofferenza o l’offesa date o subite sono per-dono di uno nell’altro (e “per-dono” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché per lui, in lui e attraverso di lui ogni sofferenza subita e ogni offesa accolta sanno aprirsi alla vita e sanno scoprirsi come dono prezioso.

Quando parlo con chi è diverso da me balbettando le sue parole e quando uno diverso da me balbetta le mie parole (e “diversità” e “parola balbettata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere tutte le diversità e tutti i balbettii del mondo.

Quando tu e io parliamo di cieli nuovi e terre nuove (e “cieli nuove e terre nuove” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole infiniti cieli e infinite terre, sempre più nuovi e sempre più belli.

Quando tu e io ci aspettiamo e chiamiamo al di là e al di qua di ogni muro e confine (e “attesa” e “al di qua” e “al di là” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole aspettare con noi al di là e al di qua di ogni muro e confine.

Quando tu e io, magari litigando tra noi, chiediamo entrambi giustizia (e “giustizia” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace battersi per la giustizia e perché lui è la giustizia.

Quando tu e io, magari discutendo tra noi, parliamo per cercare insieme la verità (e “verità cercata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace la verità, così tanto che lui è davvero la verità.

Quando siamo in due e ci piace chiamare insieme a noi anche un altro (e “trinità e “insieme” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace essere insieme a due o più di due.

Quando nelle notti cerchiamo un sentiero e incontrandoci ci aiutiamo a trovare la via anche più difficile (e “sentiero cercato” e “via difficile” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui è il sentiero cercato e la via difficile, così tanto che sempre sostiene ogni nostro passo.

Quando tu e io parliamo non per quel che abbiamo, ma per quel che siamo, anche quando a parlare siamo noi due povericristi (e “povero cristo” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché non c’è nessuno più povero cristo di lui, così tanto che senza di lui non ci sarebbe gusto a essere un povero cristo.

Quando tu e io ci incantiamo parlando della bellezza, ci estasiamo nella danza, siamo una voce sola nel canto (e “bellezza” e “danza” e “canto” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace meravigliarsi con noi e danzare con noi i nostri balli e cantare insieme a noi le nostre canzoni.

Quando, pure volendo parlare, taciamo perché siamo semplici o troppo deboli o troppo imbranati (e “parola nonostante” e “semplicità” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui ama parlare nonostante e comunque, anche nei silenzi assordanti e imbranati e fragili.

Quando tu e io alziamo la testa e guardiamo di giorno i cieli e di notte le stelle e il buio (e “testa alzata” e “speranza disperata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché vuole con noi respirare i nostri de-sideri e tutte le nostre speranze.

Quando vogliamo così tanto vivere da non temere la morte (e “vita” e “risurrezione” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui è piaciuto così tanto vivere con noi e come noi, che, pure temendola fino all’urlo, ha vissuto anche la morte, al punto che l’ha infradiciata di vita e risurrezione.

Quando invece vogliamo essere soli, non vogliamo ascoltare nessuno, non amiamo neppure noi stessi, usiamo l’amicizia, tradiamo l’amore, taciamo la verità, non gustiamo la festa, non ci stupiamo d’amore, non guardiamo mai in alto, temiamo chi è diverso, inganniamo la bellezza, non amiamo neanche noi stessi, non amiamo tutto l’umano che siamo e incontriamo, lui piange, perché ama così tanto la libertà di chi non vuole stare con lui, che se ne deve andare, rispettandoci fino in fondo.

Ma, prima ci manda sempre un bacio d’arrivederci, anche quando noi non ce ne accorgiamo. E, discreto, ci segue, aspettando che noi, almeno in due, lo chiamiamo di nuovo a parlare e a cantare con noi. Noi non crediamo sempre in lui, ma lui crede sempre in noi.

Rispondo a un amico che mi invia la seguente domanda:

Un articolo del teologo tedesco dissidente, Hans Kung, pubblicato su “la Repubblica” (pag. 1 del 18 marzo 2010), invita a riflettere sulla relazione possibile, alquanto sottovalutata, e sdegnosamente rifiutata dalla Chiesa, tra condizione del celibato e pulsioni sessuali dei sacerdoti che potrebbero finire per sfociare nella pedoflia. E’ possibile postulare, in termini psicologici, che possa esistere un rapporto di causa ed effetto di questo tipo, dove la causa è il celibato dei preti cattolici reso obbligatorio e l’effetto è lo scatenarsi di abusi sessuali sui minori?”.

Prima di rispondere rammento che già questo blog ha avuto occasione di parlare di chiesa e pedofilia. Rinvio al proposito ai due post 2009/07/29 – Monumento del governo irlandese, pedofilia dei preti, Agostino Vallini e denuncia di “Avvenire” contro Berlusconi e 2009/11/27 – Anche per la pedofilia, come al solito il Vaticano tace.

Rispondo ora al mio amico: a) con una premessa filosofica, teologica e psicologica; b) con considerazioni cliniche legate alla mio professione di psicologo psicoterapeuta.

Premessa filosofica, teologica e psicologica

Sia l’uomo che Dio sono relazione. A suggerirlo, sono da un lato il sapere naturale, dall’altro quello sovrannaturale.

Per sapere naturale intendo ogni discorso che dica a partire dall’uomo e soltanto dall’uomo.

Per sapere sovrannaturale intendo ogni discorso che dica a partire dalla Rivelazione o, comunque, da un dato assunto come non falsificabile, proprio perché attribuito a Dio (e, in quanto tale, non verificabile né falsificabile scientificamente) e/o direttamente alla sua ispirazione.

Il sapere naturale, in tutti i propri maggiori registri – da quello più propriamente espressivo (in particolare la letteratura, l’arte, il dirsi storico, l’esprimersi antropologico-culturale) a quello più propriamente riflesso o teoretico (le scienze, la filosofia, l’ermeneutica) – giunge sempre più decisamente a cogliere nella relazione inter-umana il senso dell’umano (o, all’estremo opposto, il suo disperante e spaesante non senso; ma – come ben sanno i logici – ogni negazione presuppone l’affermazione che sta negando). In particolare, in filosofia, il pensiero fenomenologico, da Husserl a Sartre, a Heidegger, senza per altro dimenticare riflessioni quali quella di Martin Buber, ci ha detto dell’uomo come in-tenzione dell’essere e nell’essere e come relazione; in psicologia poi, soprattutto l’approccio sistemico-relazionale ci ha detto della relazione come dell’evento decisivo per l’attivazione, costituzione e strutturazione dell’universo psichico, al punto che la funzionalità o meno del sistema relazionale di riferimento decide della salute o della patologia degli individui.

Il sapere sovrannaturale, in particolare quello ebraico-cristiano derivante dalla rivelazione biblico-evangelica, ci dice che Dio e l’uomo sono, ciascuno a modo proprio, relazione. Quanto a Dio, la rivelazione ci parla di Lui come di una trinità di persone tra loro relazionate in modo talmente perfetto che il loro essere coincide con il loro stesso relazionarsi: il Figlio difatti è l’essere stesso del Padre nel relazionarsi con la propria divinità (relazione di “filiazione”); lo Spirito Santo è l’essere stesso del relazionarsi tra loro del Padre e del Figlio (relazione di “spirazione”). Quanto all’uomo, in Genesi, 1, 27 e in tutto Genesi, 2, la rivelazione dice dell’uomo come sostanziale relazione tra maschio e femmina: dunque non c’è uomo se non nella relazione tra le due diversità umane1, come non c’è Dio se non nella relazione tra le tre diversità divine.

Genesi, 2 inoltre parla del “peccato originale” come di un evento della coppia umana, lo descrive come dinamica della coppia umana, per cui è facilmente presumibile che anche la salvezza non possa prescindere dalla coppia umana come tale. La teologia e la dottrina poi del sacramento del Matrimonio suggeriscono notazioni formidabili: a) ponendo come “ministri” di questo sacramento gli sposi stessi, dice della relazione tra gli sposi come “segno visibile ed efficace della Grazia”, cioè come eucarestia del divino, senza alcuna altra mediazione ministeriale che non sia quella degli sposi stessi nel loro relazionarsi; b) questa unicità e questo privilegio sono propri non del sacerdozio ministeriale, ma direttamente di quello “regale”, di fatto affermando che – nel e con il sacramento del Matrimonio – il sacerdozio “regale” ha e trova “ministerialità” soltanto in sé stesso.

Pensando a tutto questo, mi pare inconcepibile pensare all’uomo prescindendo dalla relazione tra maschio e femmina. Sarebbe un’assurdità pari a quella che pretenda di dire di Dio prescindendo dalla Trinità.

Del resto Gesù prese come apostolo e “pietra” della propria chiesa Pietro, sposato e con tanto di suocera, che Gesù non mancò di guarirgli.

Non penso sia certo un caso che la Bibbia in Genesi, 1, 27 dica della relazione tra le due diversità umane (il maschio e la femmina) come dell’immagine di Dio, che – come si è detto – è relazione tra le tre entità relazionali divine. Penso perciò che l’imitazione di Cristo non possa, limitarsi alla imitazione di alcuni suoi comportamenti, ma vada ripensata molto profondamente sulla base di considerazioni di natura relazionale, non dimenticando che nell’unica persona di Gesù sono presenti sia la natura umana sia quella divina, con una tale complessità relazionale, che forse sia la teologia, sia l’ermeneutica, sia il magistero della Chiesa non hanno ancora saputo adeguatamente nè affrontare, né approfondire.

Considerazioni su base clinica

Da psicologo clinico poi mi pare assurdo che si possa pensare che nella loro giovinezza un maschio o una femmina decidano – in piena, evoluta, adeguata consapevolezza – di rinunciare alla propria identificazione primaria2, quella che unisce tra loro maschio e femmina in una relazione in-tenzionalmente piena, assoluta, spregiudicata e, nella propria spregiudicatezza, pura3.

L’esperienza clinica poi mi dà ogni giorno di più conferme in proposito. Quando, direttamente o attraverso le loro famiglie d’origine, ho avuto in terapia consacrati legati al voto di celibato o nubilato, ho sempre constatato la presenza di gravi e patogene disfunzioni relazionali, sfociate – all’interno del sistema familiare o direttamente sul consacrato – in gravi patologie psicotiche e/o borderline e/o nevrotiche. Queste famiglie presentano rigidità di sistema particolarmente gravi e patogene; inoltre, di solito, utilizzano in misura più o meno massiccia e pervasiva il riferimento alla fede (pensano alla propria sanità psichica come “provata” proprio dalla presenza in famiglia della persona consacrata) come alibi difensivo e mitico che impedisce ancora di più l’ingaggio e/o il pieno impegno terapeutici.

In particolare, da un punto di vista relazionale, queste famiglie presentano dinamiche incestuose coperte, rimosse o negate (e di solito la prima e più pesante copertura o rimozione o negazione è proprio giocata sulla convinzione che la presenza di uno o più consacrati in famiglia sia la prova che tutto vada bene, che “Dio ci è vicino”, che “siamo proprio una famiglia sana”): spesso in queste famiglie la madre o la sorella fanno da perpetua al figlio (soprattutto il primogenito) o al fratello, con una devozione e una dedizione di solito tanto idealizzate quanto ambivalenti, tali in ogni caso da coprire o rimuovere o negare la reale presenza di dinamiche incestuose. Il fatto che si tratti di dinamiche incestuose psicologiche e non fisicamente consumate, non toglie molto alla loro rilevanza relazionale; semmai ne favorisce la copertura, rimozione o negazione difensive.

Ho trovato parecchi casi nei quali il sacerdozio del figlio copriva, rimuoveva o negava la presenza di gravi disfunzioni nella relazione della coppia genitoriale. Spesso, poi, il figlio sacerdote ha come proprio padre relazionale non il padre naturale, bensì il prete del quale la madre era, per lo più inconsciamente, innamorata, non importa che fosse il parroco del paese le cui prediche ascoltava rapita o il proprio fratello sacerdote al quale era legata da dinamica tanto ambivalente, quanto inconsciamente incestuosa.

In famiglie tanto problematiche, come può il figlio accedere a una evoluzione edipica adeguata? Come può accedere a una sessualità corretta e adeguatamente evoluta, tale da portarlo a un equilibrato rapporto con l’alterità sessuale e con la propria identita sessuale? Non può allora stupire che il sacerdozio di frequente possa finire con l’essere la strategia difensiva, che copre, rimuove o nega la presenza di sessualità preedipiche, infantili, fortemente connotate da dinamiche proiettive, che possono anche facilmente portare alla pedofilia. Che poi individui, figli di famiglie con siffatte dinamiche, si ritrovino tra loro in gran numero in strutture esclusive e protette quali i seminari, non può non favorire la copertura, rimozione e negazione delle dinamiche in atto.

Se è vero, come purtroppo è vero, che spesso le madri di queste famiglie sono donne bloccate o perfino mortificate nella propria femminilità e nella espressione della propria sessualità, come si può pensare che sappiano davvero dare al padre e al mondo il loro figlio, che di solito è l’unico maschio con il quale abbiano la possibilità di relazionarsi? Ne deriva che, allora, il suo sacerdozio può essere il modo per mezzo del quale queste donne, di solito sposate con uomini spesso del tutto evanescenti, trattengono a sé il figlio, possedendolo per sempre, impedendone il parto effettivo. Dandolo “a Dio e alla Chiesa”, in realtà, lo tengono solo per sé, impedendogli il reale accesso alla donna, a sé stesso e al mondo. Per quanto inconscia e idealizzata possa essere la loro azione, in realtà vivono una maternità intransitiva, oggettivamente violenta, di cui il figlio è prima di tutto vittima. Tutto questo carico di violenza subìta, che si trova ad avere in sé, di solito porta, a propria volta, il figlio a espressioni di tanto coperta quanto oggettiva ed effettiva violenza, spesso identificata in comportamenti sessuali di abuso su donne molto deboli o su bambini, comportamenti resi spesso possibili proprio sfrutttando lo status e il potere religiosi.

Che l’obbligo del celibato ai preti possa essere, nella propria origine risalente all’ XI secolo (in un’epoca altamente critica, di tumultuosa “rinascita” demografica, sociale, politica, culturale), un dato di necessità storica dovuto alla più o meno urgente e corretta necessità di garantire una permanenza non ereditaria del potere sia politico che religioso, può essere. Ma di qui ad affermare che il celibato dei sacerdoti possa essere un valore e un bene assoluti, ce ne passa, e parecchio. Soprattutto oggi, in cui maschile e femminile possono e devono sempre più e sempre meglio relazionarsi tra loro, per potersi sempre più e sempre meglio identificare, così da aprire il mondo a una umanità sempre più e sempre meglio felice. Proprio nella speranza di questa apertura, ho scritto il mio libro La tenerezza dell’eros.

1Nel mio libro La tenerezza dell’eros ho precisato come, a mio avviso, il maschio la femmina vadano intesi come entità relazionali in senso pieno, cioè non come diversità pre-definite rispetto al proprio relazionarsi, ma come diversità che unicamente nel reciproco relazionarsi si definiscono, differenziandosi e al tempo stesso identificandosi.

2Come ho precisato ne La tenerezza dell’eros, per “identificazione primaria” intendo quella senza della quale non è possibile ogni altra autentica identficazione.

3Per quanto riguarda le cosiddette “vocazioni adulte”, che – a quanto mi si dice – sono oggi in aumento, il discorso esigerebbe una scansione ancora più mirata sulle storie individuali, così da potere verificare caso per caso l’applicabilità o meno di quanto vengo qui dicendo.