Che dite? Hanno ragione i telegiornali? Sono davvero “disgraziati”, “insensibili” e “barbari”, i manifestanti di ieri a Milano per i quarant’anni dal massacro fascista di piazza Fontana del 12-12-1969?

Guardando i telegiornali pro-Berlusconi, di-Berlusconi, filo-Berlusconi e quasi mai correttamente critici nei confronti di Berlusconi e del suo governo, pareva che il vero obiettivo dei manifestanti fossero i parenti delle vittime, “indegnamente colpiti nel loro dolore” dai fischi di chi protestava, specialmente durante il minuto di silenzio.

Nessuno ha detto chiaramente due cose:

  1. i manifestanti protestavano non contro i parenti delle vittime, ma contro quarant’anni di silenzio, di omertà, di complicità da parte di chi doveva parlare e non ha parlato, di chi doveva capire e non ha capito, di chi doveva indagare e fare giustizia e non l’ha fatto, di chi doveva rispondere e non ha risposto, di chi doveva dimettersi e non si è mai dimesso, di chi doveva pagare e non ha mai pagato. Protestavano contro tutti quei politici, governanti, amministratori che nel corso di questi quarant’anni si sono sottratti alle loro responsabilità, limitandosi a commemorare senza mai dare e fare giustizia. Protestavano in particolare contro questo governo e contro i suoi sodali locali, i vari Moratti, Podestà e Formigoni, perché questo governo agli occhi di molti appare, forse più degli altri, figlio di quei “poteri forti”, che da quarant’anni cercano di immobilizzare e monopolizzare lo stato, le istituzioni, negando la democrazia, uccidendo la vita civile, usando anche il terrorismo pur di affermarsi;
  2. i parenti delle vittime non sono certo gli unici ad avere sofferto in questi quarant’anni. Con loro e forse più di loro hanno sofferto la libertà, la democrazia, l’intelligenza, la verità, la speranza, la voglia di vivere, amare, progettare, costruire. Hanno sofferto le generazioni che in questi quarant’anni non hanno avuto un paese praticabile, dove la legge, la giustizia, la partecipazione fossero possibili, dove i giovani potessero vedere e vivere la speranza di esserci e di essere.Solo la peggiore logica può pensare e tentare di fare pensare che i soli colpiti siano i parenti delle vittime. Si ragiona così soltanto nei luoghi dove la mafia e la barbarie del potere riesce a privatizzare a tale punto il dolore da indurre a pensare che soffre solo chi è colpito direttamente nella persona o nella parentela. È questa la logica dei lager e dei gulag, dei luoghi dove la negazione della libertà è totale, dove sei costretto a non vivere più, dove sei giorno dopo giorno prosciugato d’umanità, fino a pensare solo a sopravvivere tu e solo tu, dove nessuno – forse neppure i tuoi parenti – ti interessano più.

Non conosco i parenti delle vittime di Piazza Fontana. Ma, se fossi uno di loro, probabilmente avrei avuto meno difficoltà a stare giù dal palco e a urlare contro chi è bravo solo a commemorare.

A quanto pare, Piero Marrazzo, ex giornalista di Rai 3 (per anni ha condotto Mi manda Raitre) e attuale Presidente della Regione Lazio, era frequentatore abituale di transessuali, il che lo ha portato alla grave situazione di auto-sospensione e di probabili prossime dimissioni.

Il caso Marrazzo ripropone il tema del rapporto tra personalità e sessualità preedipiche da un lato e gestione del potere dall’altro lato. Già questo blog vi aveva accennato parlando della sessualità preedipica di Berlusconi (vedi 2009/06/18 – la sessualità preedipica di Berlusconi e le puttane).

Per personalità preedipica intendo quella strutturazione di personalità che non è potuta adeguatamente evolvere in una corretta esperienza edipica, quale quella che avviene all’interno della dinamica triadica (triadica significa “a tre”) di un adeguato rapporto padre-madre-figlio.

Sono personalità bloccate all’interno della dinamica diadica (diadica significa “a due”) del rapporto madre-figlio. Sono figli mai davvero “dati al padre”. La madre li ha trattenuti in sé, poco importa se consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente. O perché è troppo incombente o divorante oppure perché è troppo assente o carente nel contenimento e nell’accudimento del figlio, questo tipo di madre è presa più dai propri bisogni che dall’attenzione ai bisogni del figlio; finisce così con il prevaricare e con il condizionare il figlio e il suo processo di identificazione. A monte di una maternità così intransitiva c’è sempre una coppia genitoriale inadeguata (quasi mai veramente “sposata”, nel senso non tanto confessionale o anagrafico del termine, quanto in quello psicologico e relazionale), per cui l’eccesso o il difetto della funzione materna trova sempre nella assenza o nella debolezza paterne la culla e la complicità della propria disfunzione a danno del figlio. Se la madre è l’esecutrice dell’azione dannosa, il mandante da una parte è la carente relazione di coppia (coniugale e/o genitoriale), dall’altra è la corresponsabile assenza o carenza paterne.

La personalità preedipica, dunque, non ha avuto l’accesso al confronto con la figura e con il modello paterni. Questo condiziona alla radice la strutturazione della personalità maschile del figlio, relegandolo a una fragile e destrutturata identificazione del Sé e a una assente o debolissima strutturazione dell’Io. Il che, in particolare, finisce più o meno pesantemente con il condizionare tre aspetti della vita di questi figli mai davvero “dati al padre”: 1) quello della affermazione sociale (professionale, politica, affettiva), 2) quello della espressione della sessualità, 3) quello del rapporto tra affermazione sociale e espressione della sessualità.

Cominciamo dal punto 1). L’affermazione sociale, che dovrebbe essere il tempo e il luogo della espressione della personalità adulta, finisce invece, all’interno di una strutturazione preedipica della personalità, con l’essere il luogo e il tempo della compensazione e della affermazione infantile del Sé, spesso con modalità ossessive e coattive. È come se queste personalità non potessero fare a meno dell’affermazione sociale, ne avessero bisogno, ne dipendessero, proprio come – più o meno – un tossicodipendente dipende dalla sostanza e dalla sua assunzione. Ne deriva che anche il rapporto con l’affermazione sociale presenta la stessa ambivalenza tipica del rapporto del tossicodipendente con la sostanza. Senza la “dose” di potere sociale stanno male: per questo la cercano, hanno bisogno di cercarla spasmodicamente. La quantità della “dose” deve aumentare progressivamente: per questo ne dipendono in modo sempre più massiccio, al punto che devono fare sempre più carriera, magari passando dal giornalismo alla politica, dall’imprenditoria alla finanza e poi alla politica. Con la “dose” sono in perenne conflitto: come uno schiavo ora la odiano, come un innamorato ora la corteggiano; quanto hanno costruito per anni e con compulsiva ossessione, possono cercare di distruggere in un attimo, mai comunque costruiscono carriere limpide e inattaccabili, proprio come se avessero bisogno di camminare sempre ai margini dell’abisso della auto-distruzione, per poi altrettanto ossessivamente cercare l’acrobazia riparatrice e onnipotente o la caduta pietosa. Non a caso l’iter della loro affermazione professionale ha un andamento a spirale, in crescendo, spesso spinto fino a esiti maniacali e paranoidi. Allora , nel momento del fallimento, che prima o poi puntuale arriva, salta fuori il bambino indifeso che chiede il consenso della compassione o la compassione del consenso o il capriccio della arrogante permanenza.

Veniamo al punto 2). È pressoché impossibile che queste persone abbiano delle relazioni sessuali inscritte in una relazione d’amore profonda, caratterizzata dalla continuità e dalla mutua identificazione dei due partners all’interno di una intimità adulta, capace di approdare all’esperienza del Noi di coppia. Come potrebbero mai arrivare al Noi, se non sono manco arrivati davvero all’Io? Quanto sto dicendo prescinde dall’orientamento sessuale eterosessuale o omosessuale, che senza una adeguata strutturazione dell’Io risulta comunque – come tutta la loro strutturazione della personalità – indeterminato, comunque bisognoso di sempre nuove e mai definitive conferme. Quando fa l’amore (poco importa se con modalità eterosessuale o omosessuale), la personalità preedipica si relaziona non tanto con il partner e con la sua alterità, quanto con i propri bisogni, con la propria intransitiva inadeguatezza, con la propria ansia, con la propria paura della donna-madre e della sua prevaricante presenza o assenza. Per questo la prostituta o il trans mercenari sono il partner adatto: è comunque un femminile svalutato o svalutabile, parziale e imprecisato, in ogni caso un femminile in gran parte disinnescato di potere e, perciò, vissuto come più abbordabile e, al tempo stesso, come per loro più rassicurante. Prima che essere un rapporto eterosessuale o omosessuale, l’esperienza sessuale della personalità preedipica è sempre un evento radicalmente intransitivo e onanistico, con forti connotazioni ansiolitiche e/o antidepressive, comunque compensatorie e pseudo-identificative.

Per certi aspetti può essere l’espressione della ricerca di una conferma onnipotente e ossessivo-maniacale, tipica del don Giovanni predatore che usa le conquiste come trofei da esibire al Leporello di turno (l’esibizione della conquista è ancora più necessaria della stessa conquista): quanto più numerosi, prestigiosi, strani o “trasgressivi” essi sono, tanto meglio; quello che importa è che vanno esibiti all’amico o agli amici, in una sostanziale impotenza o non empatia relazionali con il partner sessuale e in una altrettanto essenziale omosessualità relazionale (il vero referente emotivo non è il partner con cui si è fatto l’amore, ma l’amico con il quale si esibisce la conquista). Mi pare questo il caso di Berlusconi.

Per altri aspetti può essere l’espressione della ricerca di una fusione compensatoria e confermante, all’interno di una caduta depressiva, propria di personalità radicalmente sole e con una autostima elevata soltanto in apparenza e in superficie. Per loro non c’è un Leporello cui andare a esibire la conquista e la prestazione, ma c’è soltanto il proprio Sé disperato, destrutturato, indefinito e solitario, da affidare a un partner che presenti in sé qualcosa di speculare, qualche aspetti di disperazione, destrutturazione, indefinito e solitudine (chi più di un trans può avere tutto ciò nel fondo della propria anima e della propria vita?), in cui ritrovarsi e fondersi, per trovare accoglienza e consolazione, sia pure per pochi minuti, sia pure all’interno di un processo potenzialmente dissociativo, quasi alla ricerca di una umiliazione necessaria, colpevole e autopunitiva. Mi pare questo il caso di Marrazzo.

Veniamo al punto 3), quello che come cittadini forse più ci interessa e interroga. Quanto e come gioca in queste persone il rapporto tra il loro bisogno di affermazione sociale e l’espressione della loro sessualità? Prima di tutto, urge dire che gioca e gioca in modo rilevante. Non mi pare corretto affermare in modo sbrigativo che la sessualità appartiene qua talis al privato e non ha alcuna rilevanza pubblica. Se l’espressione della sessualità rivela una strutturazione di personalità preedipica, questo, comunque sia, ci pone l’interrogativo prima di tutto circa la possibilità o meno di esercitare il potere sociale da parte di personalità con strutturazione preedipica; in secondo luogo circa l’eventuale danno sociale che la gestione del potere attuata da personalità preedipiche può produrre nei confronti di tutti; in terzo luogo circa le eventuali precauzioni da prendersi in ordine a questa ultima possibilità. Non sto dicendo che va vietato l’accesso al potere sociale da parte di queste personalità, ma va comunque considerato il problema del rapporto tra la loro carente strutturazione di personalità e l’esercizio del potere sociale.

Come ho in più occasioni scritto, da ormai molti anni sociologi e psicologi ci stanno dicendo quanto la società del terziario o, se si preferisce, la società postindustriale siano sempre più caratterizzate da personalità a strutturazione prevalentemente preedipica. Quello che nessuno, mi pare, ci ha ancora detto, è in quale modo verrà gestito il potere dalla personalità preedipiche, non soltanto di quelle che fanno politica, ma anche di quelle che occupano posti di rilievo nella giustizia, nella scienza, nella imprenditoria, nella finanza, nella amministrazione pubblica e privata, nella scuola, nello sport eccetera. È possibile l’esercizio della democrazia e dello stato di diritto per tali personalità e con tali personalità al potere?

La personalità a strutturazione preedipica non giunge ad accedere alla strutturazione della normatività, che è tipica della strutturazione edipica. Che sarà delle norme, delle leggi, del diritto, dei criteri normativi e giuridici, della funzione legislativa o giudiziaria, se e quando a gestire il potere saranno sempre più o soltanto le personalità a strutturazione preedipica, che non hanno le strutture psichiche necessarie a gestire il potere in ordine a tali problemi? Qualcosa lo si è già visto nel corso dei millenni, quando hanno preso il potere personalità con forti deficit a livello di strutturazione del Sé. Si è visto “di che lacrime grondi e di che sangue” il potere dei vari tiranni e dei vari Hitler. Qualcosa purtroppo si sta già cominciando a vedere anche da noi, in questa nostra povera Italia degli ultimi decenni e degli ultimi anni in particolare: leggi ad personam, uso strumentale e personale della legge e del potere legislativo e giudiziario, aggiramento della Costituzione, spregio della Corte Costituzionale, delegittimazione del potere legislativo (Parlamento) e giudiziario (CSM), caduta della loro autonomia, perdita del senso della normatività scientifica e svalutazione della ricerca scientifica (la ricerca sta alla scienza come il Parlamento sta alla legge), affermazione per esempio della non scientificità della economia (come affermato dall’entrante presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi), uso personale e medievale del potere politico e amministrativo in una deriva mafiosa e delinquenziale sempre più preoccupante.

Talora i casi e le coincidenze suggeriscono considerazioni dallo strano valore simbolico. In questo nostro oscuro autunno Piero Marrazzo è stato sorpreso a fare sesso con un trans a Roma, in via Gradoli, proprio nella stessa palazzina dove, prima dell’assassinio, fu imprigionato Aldo Moro nella primavera del 1978. Con la uccisione di Moro, trovano tragica conclusione la stagione tipicamente edipica, propria della età industriale e della società della contestazione dei figli nei confronti dei padri e del loro potere. Non a caso, da alcuni sociologi, la morte di Moro è stata letta come l’uccisione simbolica del padre-totem. Proprio in quello stesso edificio viene ora colto un poveraccio, figlio ed espressione della società preedipica, in compagnia di un trans, che probabilmente sapeva di tradirlo. Ci sarebbe quasi da compatirne la pochezza e la fragilità, se questo poveraccio non fosse anche il Presidente della Regione Lazio.

 

 

Stasera davanti al piccolo ulivo di Ponteranica ho mandato un bacio a Peppino Impastato

Stasera, poco prima del tramonto, sono andato da solo a Ponteranica, al confine di Bergamo, a poche centinaia di metri da dove abito. Ho visto il piccolo ulivo ripiantato al posto di quello abbattuto due giorni fa. Sotto c’è la piccola targa che, nel trentennale del martirio, ricorda Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978.

L’alberello se ne sta in un angolo, di fianco al bocciodromo del paese, accanto alla piccola stazione della ex ferrovia della Valle Brembana, quella che ora non c’è più. Ho fatto il segno della croce e ho mandato un piccolo bacio all’anima di Peppino, nato soltanto sei mesi dopo di me, quasi mio coscritto

Qualche giorno fa, prima che l’albero fosse abbattuto, il sindaco leghista di Ponteranica ha tolto dal muro della Biblioteca una targa dedicata a Peppino.

Ho pensato allo strano formidabile destino dei simboli. Se quando sei morto da più di trent’anni uccidono i simboli che ti ricordano, allora tu non sei morto. Tu continui a vivere, anche se il potere che ti ha ucciso è più potente che mai, anche se dopo avere prodotto e mantenuto la “cosa Berlusconi” ora si appresta a una restaurazione ancora più forte.

Poveri sciocchi! Non sanno come sono i simboli. Non sanno il loro potere. Non sanno che, se tagli un albero, crei un santuario. Se togli una targa, crei la coscienza. Non sanno che i simboli non muoiono. Non sanno che ogni foglia è ora una reliquia. Non sanno che hanno fatto di Ponteranica “il luogo”, una frontiera, dove passa il confine tra idiozia e libertà, tra morte e vita, tra paura e dignità. Non sanno che ora lì c’è la trincea, che interroga e apre la speranza.

Chi dissacra un simbolo, lo consacra.

La politica italiana da circa 60 anni è drogata e rende molto difficile la democrazia

La politica italiana continua a essere drogata.

Durante la guerra fredda, fino al crollo del muro di Berlino, l’afflusso di capitali Usa (e in questi si nascondevano gli afflussi di capitali mafiosi) di qua e di capitali URSS di là, drogarono la lotta politica, finanziando e gonfiando a dismisura gli apparati di partito, senza tuttavia minimamente aprirli alla democrazia interna, anzi condizionandoli e controllandoli. Il caporalato dei signori delle tessere di qua e la permanente rigidità del centralismo democratico di là impedirono ogni reale dibattito interno ai partiti. La presenza del “fattore K”, cioè l’impossibilità concordata dalle due superpotenze di un governo non filo-americano in Italia, di fatto paralizzò la vita politica, pur dando l’illusione di essa a molti (soprattutto la mia generazione e in essa coloro che più credettero alla possibilità reale di fare politica); bloccò ogni vera costituzione e crescita del dibattito politico, con il micidiale sacrificio di almeno un paio di generazioni (oltre a quella del ’68, quella che si aprì alla politica a cavallo tra gli anni settanta e ottanta). La deriva terroristica fece il gioco della paralisi politica, di fatto rafforzando e legittimando gli apparati di partito sia di chi governava sia di chi faceva opposizione.

La carenza sempre più grave della vita democratica difatti non poteva non favorire l’affermarsi dei mediocri e degli opportunisti, aprendo i partiti alla mafia da un lato e agli altri “poteri forti” dall’altro (multinazionali, gerarchia ecclesiale, lobbies finanziarie, parte corrotta e autoreferenziale di industriali e sindacalisti, P2), spingendoli per forza di cose alla collusione e alla complicità, in un clima di sempre crescente corruzione, caduta di moralità, perdita di ogni tensione etica. Solo all’interno di questa complice collusione di interessi fu possibile l’affermazione del PSI di Craxi, come di un terzo partito che in realtà non spostava per nulla la sostanza del quadro complessivo. Si creò una classe politica sempre più corrotta e mediocre, con partiti sempre più identificabili come comitati d’affari.

Le istituzioni nazionali e locali venivano usate a favore di interessi personali o di gruppo, sempre più lontani dalla cura del bene comune. Tutto ciò portava alla perdita di peso della parte più sana e disinteressata degli amministratori e dei politici da un lato e degli intellettuali dall’altro. È sempre così: quando in un organismo le cellule malate sono prevalenti a essere espulse sono quelle sane.

Quando cade la vita democratica, lo Stato non può non finire schiava nelle mani dei “poteri forti”, cosa questa che continua ancora oggi. La stagione di “mani pulite” promise un cambiamento che non avvenne né poté avvenire, proprio perché, non contrastati da 8una classe politica decente, i “poteri forti” finirono con il normalizzare ogni vera intenzione di cambiamento, sostenuti proprio da quella mancanza di abitudine alla vita democratica che essi stessi per quasi 40 anni avevano finito per imporre.

Ancora oggi siamo in questa situazione. La mafia siculo-americana ha un bilancio molto più forte di quello che mai potrebbe avere lo Stato Italiano. Al bilancio di questa poi vanno aggiunti, oltre alla ricchezza finanziaria della P2, quello della consorziata ‘Ndrangheta e delle varie mafie collegate (in particolare quelle sudamericane, quella russa, ora anche quella cinese); quello delle multinazionali; quello della parte del Vaticano e di una parte almeno di alcuni potentati interni alla chiesa (Opus Dei, Compagnia delle Opere di CL, grossi ordini religiosi e grosse confraternite) che a partire dagli anni settanta hanno colluso con tutti questi poteri.

Come può in tale situazione essere ancora possibile la democrazia in Italia?

Solo la partecipazione sempre più attiva alla Unione Europea (UE) può aiutare l’Italia. Per questo la “cosa” Berlusconi ha sempre avversato l’UE, cercando in particolare la costituzione di un asse d’alleanza in particolare con Putin e con la mafia russa.

Ma soprattutto occorre che ci si impegni in una azione di presenza, denuncia e testimonianza democratiche forti, ostinate, continue, senza esitazione, tutte tese all’affermazione della discussione, del dibattito, della presa di coscienza, dell’utilizzo e della creazione di tutti gli spazi di incontro e di dibattito possibili. Ci vogliono grande tensione etica, coraggio morale, pazienza, amore per ogni persona e per ogni diversità, mancanza di paura, desiderio di libertà. Forza!

 

 

Occidente e generazione (dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros)

A mio avviso, una della ragioni profonde della diminuzione delle nascite da un lato e della incapacità crescente, oltre che a concepire, anche a partorire e a formare il figlio, ha forse la sua radice più decisiva proprio nel capovolgimento del senso stesso della generazione operato dall’occidente, che, invece di dare al mondo, pretende di dare il mondo1. Perché dare al figlio un mondo così scontato, così mal posto, così immutabile? Perché direbbe Leopardi, “dare al sole, / perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga?”2. Chi è nel mondo senza potere essere il mondo, nel momento stesso in cui assolutizza lo stare e il re-stare nel mondo, alla fine svaluta il mondo, ha del mondo una visione negativa né può certo vederlo o in-tenderlo come possibile dono o stimolo orientante. L’unica conseguenza plausibile di siffatta logica occidentale non può essere che l’evitamento sistematico del concepimento oppure, come si usa dire, “la scelta di civiltà” dell’aborto3.

In ciò – è tragico dirlo e doverlo dire – l’occidente può essere radicalmente fascista e nazista, proprio perché non sa vedere il mondo se non come già posto, già scontato, già detto, già psicoticamente irrelato, già morto. Un mondo morto abitato da morti4 dove la vita coincide sempre più con il terrore di vivere5, dove l’unico sogno possibile è quello implosivo del suicidio o quello esplosivo della conflagrazione universale. E che è l’aborto, se non il suicidio stesso della generazione?

Il figlio non ha più spazio nel mondo dell’occidente, perché chi è nel mondo e riceve il mondo, senza mai potere essere il mondo, non può davvero cambiare e vivificare il mondo. Può solamente conservarlo, difenderlo a oltranza da tutto (a cominciare dal figlio, soprattutto dal figlio). Può soltanto distruggerlo. Mai esserlo, né poterlo essere. Il vero dramma dell’occidente, oggi più che mai, non è l’uccisione dei padri, non è Edipo che uccide Laio; al contrario oggi il dramma forte dell’occidente è l’uccisione dei figli, è Laio che, riuscendo nel suo intento, finalmente uccide Edipo.

Il ’68 per certi versi è stato forse l’ultimo grande tentativo da parte della generazione dei figli di potere essere il mondo6. Abortito questo tentativo, non paiono restare alla politica che due possibilità: da una parte, la difesa dall’azione terroristica della distruzione più o meno parziale del mondo7, difesa che paradossalmente necessita sempre di più del nemico contro il quale combatte8; d’altra parte, la necessità di conservare e proteggere il mondo, quasi di imbalsamarlo come se fosse un enorme cadavere o un ingombrante non smaltibile feticcio, per re-stare sempre più in esso: di qua con il disegno del radicalismo verde-ambientalista dell’intangibilità di un mondo minacciato dall’entropia, di là con la gabbia fascista e nazista della immutabilità del potere e dell’ossessiva omologazione o distruzione del diverso e della diversità, non certo ultima quella del figlio e del giovane9.

Una speranza c’è, al di là di tutto e nonostante tutto (e sempre la speranza ha da confrontarsi e da lottare con un “al di là” e un “nonostante”): c’è ancora chi si in-amora; c’è ancora chi si stupisce di fronte all’incontro con l’alterità in-amorante della persona amata; c’è ancora chi vede l’alterità prima della diversità, scoprendo così che la diversità dell’alterità è non l’ostacolo, ma il motore e la ricchezza della relazione e – nella relazione – della sempre nuova identificazione dell’uomo e dell’umanità; c’è ancora chi in-amorato sa essere il mondo, sentendo quanto è noioso limitarsi a essere e re-stare nel mondo; c’è ancora chi, essendo il mondo, dà al mondo il figlio; c’è ancora Dio, che, quando meno te lo aspetti, dopo averti mandato un sonno profondo, togliendoti dal mondo nel quale sei e stai, ti mette lì davanti l’alterità in-amorante della persona amata e ti dà la possibilità di essere – nel tra della relazione d’amore – il mondo, gli infiniti mondi che gli in-amorati stupiti conoscono e sono. E che Dio continui ad aprire all’uomo la possibilità di in-amorarsi e di potere essere il mondo, dona all’uomo la possibilità di essere quegli infiniti mondi che gli in-amorati sono e vivono.

 

 

1 È quanto secondo il racconto evangelico promette il diavolo a Gesù (in Matteo è la terza tentazione, in Luca la seconda): “lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se prostrandoti, mi adorerai»” (Matteo, 4, 8-9; vedi anche Luca, 4, 5-8). Di fatto, il diavolo promette e prospetta a Gesù una situazione che ricorderebbe quella in cui si trovava Adamo prima che fosse creata Eva, se non ci fossero almeno due differenze: da un lato manca il divieto di mangiare dei frutti dell’albero del bene e del male; dall’altro c’è da parte del diavolo la richiesta – quasi fosse la contropartita di un contratto – di venire adorato. Mentre Dio, creando Eva, libera Adamo da quella situazione di noia e solitudine, il diavolo promette a Gesù e, in Gesù, all’uomo di riportarcelo; mentre Dio, creando Eva, apre all’uomo la possibilità della mutua relazione d’amore tra le due diversità umane, il diavolo prescinde da questa possibilità, come se manco ci fosse.

2 Sono versi presi, come è noto, dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che fa parte dei Canti.

3 Non a caso, io credo, la parola ab-orto significa, letteralmente, lontano dal sorgere del sole; altro non è che il significato della stessa parola oc-cidente.

4 Mi piace vedere e usare come metafora di questa mia affermazione The Others, il film scritto e diretto da Alejandro Amenàbar nel 2000 (è una coproduzione Usa, Spagna, Francia). La protagonista, Grace, vive con i suoi due figli in una grande casa riccamente arredata, ma vuota e isolata. I bambini soffrono, a detta della madre, di una strana malattia, che li obbliga a vivere al tenue lume della candela e obbliga Grace a un esercizio a un tempo ossessivo e agorafobico di continua chiusura di porte e tende, al fine di proteggere i figli dalla luce. Ma la paranoia di Grace non si limita alla luce, si estende anche alle presenze sempre più necessariamente dichiarate e ammesse degli “intrusi”, degli “others”, prima avvertite come voci e poi, alla fine del film, dichiarate come le vere e uniche persone viventi. Difatti nel capovolgimento finale, il regista autore ci dirà che Grace, i suoi figli, il marito che fugacemente torna e di nuovo scompare, i servitori di Grace, altro non sono che morti mai acquietati, mai sepolti nella loro morte. I veri vivi sono gli “intrusi”, gli “altri”. Grace, ci dice poi Amenàbar, non può morire perché è l’infanticida dei suo figli, soffocati da lei, ed è poi l’omicida di sé stessa. Per questo ora Grace è incapace di accettare e vivere la morte, per l’impossibilità di vedersi e viversi come infanticida, prima ancora che come suicida. Mi pare che in questo film si tocchino un po’ tutti i temi della disperazione occidentale: l’ansia ossessiva, la paura degli spazi e della luce, la paranoia, la paura dell’altro e della vita, la proiezione di sé e delle proprie paure sui figli, l’incapacità della relazione genitoriale e coniugale, l’infanticidio, il suicidio, in una logica che necessita sempre più della negazione di chi è altro e, nel suo essere altro, è vita.

5 In ciò il terrorismo finisce con l’essere logica propria dell’occidente: mentre pare esserne il minaccioso nemico, paradossalmente (purtroppo anche effettivamente, in quanto – troppo spesso – prodotto, finanziato, voluto o lasciato accadere ad arte) ne è il micidiale garante.

6 Ho avuto la fortuna di potere vivere i miei vent’anni in una di quelle straordinarie epoche, nelle quali a una generazione è concesso di potere vivere in modo altamente sinergico l’età del primo in-amorarsi e l’età altamente creativa di un forte cambiamento culturale, sociale e politico. Mi riferisco al ’68, età in cui trovarono la loro convergenza le enormi trasformazioni in atto dal secondo dopoguerra: da un punto di vista religioso (da papa Giovanni XXIII al post-Concilio) e politico (a livello internazionale la Primavera di Praga e, pochi anni prima, l’affaire Cuba mettevano sempre più in crisi gli accordi di Yalta e le logiche della guerra fredda; a livello nazionale il sempre più esplicito aprirsi a sinistra dello schieramento politico) si affermavano grandi e profonde richieste di partecipazione e di apertura a strutture e istituzioni non “rigide”; da un punto di vista economico si passava dallo strutturale dominio del settore primario al prevalere del settore secondario e all’affacciarsi sempre più imperioso e travolgente di un terziario nuovo e non soltanto inteso come “servizio” degli altri due settori; da un punto di vista linguistico, dal mondo della tradizione orale si passava – per moltissimi giovani che, uscendo da famiglie contadine, accedevano agli studi superiori e universitari – alla possibilità del linguaggio scritto e – per tutti – al linguaggio del cinema e, ancora di più, a quello della televisione; da un punto di vista psicologico si passava da strutture di personalità prevalentemente superegoiche a strutture più edipiche e già, per certi aspetti, narcisistiche; da un punto di vista sociale e culturale si affermavano modi nuovi di vedere l’amore, la sessualità, il femminile e il maschile.

Che poi il ’68 sia stato non compreso, manipolato, tradito e portato a esiti che non erano certamente né auspicabili né necessari, nulla toglie alla fecondità politica di quegli anni “formidabili”, come li ha chiamati Mario Capanna (Formidabili quegli anni, Rizzoli, Milano, 1988), leader del ’68 milanese e mio compagno al Collegio Augustinianum di Milano, che fu forse la culla più vera e feconda del ’68 italiano.

Chiaro che in quegli anni il primo in-amorarsi era a sua volta esperienza “formidabile”. In-amorarsi allora era come in-amorarsi all’ennesima potenza. Si viveva davvero. Si era davvero quella possibilità di essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi, che ogni coppia di in-amorati è; in-amorarsi, essendo in un mondo già così gravido di cambiamenti, significava essere già oltre quel mondo, significava essere il mondo già oltre quel mondo straordinario, in cui eravamo.

7 Il terrorismo in un certo senso è la proposizione parcellizzata, rateizzata, addirittura posologicamente prescritta della conflagrazione universale. In ordine alla situazione politica italiana alla fine degli anni Settanta, Severino parla di “terrorismo dosato”: “Il dosaggio significa che le forze terroristiche non producono tutta in una volta la quantità di disordine civile, che, pure, esse hanno la capacità di produrre, ma la distribuiscono nel tempo a dosi varianti. La facilità con cui sono eseguibili gli atti di terrorismo fa pensare che il loro dosaggio non sia effetto di debolezza operativa, ma di un progetto intenzionae. Certo, le dosi sono varianti” (Téchne. Le radici della violenza, Rusconi, Milano, 1979, p. 45).

8 Circa la funzionalità del terrorismo in ordine, per esempio, alla situazione politica italiana, cfr. l’opera di Severino citata nella nota precedente nelle pp. 41 e seguenti.

9 Nella Grecia antica il giovane era il νέος, il “nuovo”. E, per chi voglia imbalsamare e conservare il mondo, che c’è di più pericoloso ed “eversivo” della novità? Come non pesare che la diffusione nei giovani della droga, della violenza anche autodistruttiva (ma ogni violenza è comunque autodistruzione), della disoccupazione in grande, micidiale misura sia – come il terrorismo, forse più ancora del terrorismo – fenomeno prodotto, finanziato, voluto o lasciato accadere ad arte?

C’è ancora democrazia in Italia? Preludio complesso alla fine di Berlusconi, con attacchi a mafia, Vaticano S.p.a. e compagnia – 31/07/’09

Mi sconcerta che nessuno o quasi si accorga e – meno che meno – ammetta che il nostro paese non sia più da tempo uno stato veramente sovrano e davvero democraticamente governabile. Più o meno implicitamente tutti o quasi lasciano intendere prima a sé stessi e poi agli altri che le elezioni contano veramente, che il voto o – addirittura – il non voto e l’astensione sono importanti e decisivi, che le opinioni degli individui determinano l’orientamento politico del paese. Non importa se poi tutti o quasi non fanno nulla dapprima per avere davvero una opinione oggettiva, documentata, approfondita e successivamente per poterla esprimere e sostenere. Non importa se tutti o quasi fanno con la politica più o meno quello che fanno con il calcio, limitandosi a tifare per una opinione o per l’altra, per un partito o per l’altro, per un personaggio politico o per l’altro, con la stessa stupida acriticità con cui un tifoso imbecille “difende” la propria squadra in tutto e per tutto e “attacca” in tutto e per tutto la squadra e i tifosi avversari.

Neppure lontanamente immaginano quanto sia manipolabile il voto in un paese come il nostro, quanto poco basti al potere politico e mediatico per spostare di quel tanto che basti il risultato delle elezioni, magari utilizzando la solita tragica vigliacca arma del terrorismo. Soprattutto nessuno pensa che mafie varie, P2, parti del Vaticano e dello Stato colluse e coinvolte nel riciclaggio del denaro di mafia internazionale, società offshore, droga e armi abbiano bilanci ben superiori a quelli dello Stato Italiano, rendendone impossibile ogni reale autonomia e democrazia.

È come se nessuno o quasi volesse fermarsi un attimo e fare un semplicissimo due più due. Non si ragiona più. Si fa soltanto il tifo; c’è interesse che si faccia soltanto il tifo. Tra una trasmissione politica e una che parli di calcio ormai regia, toni, urla, sovrapposizioni di voce, a volte gli stessi partecipanti al dibattito sono e vogliono essere un indistinto confusissimo tutt’uno.

Nessuno o quasi si accorge o dice che la vera posta in gioco non è il conflitto tra “destra e sinistra”, tra Berlusconi e Franceschini (o chi per lui), tra PDL e PD. Nessuno o quasi dice che l’Italia e in parte non irrilevante la stessa Spagna sono al centro di una grande lotta tra il potere delle mafie (con annesse tutte le diramazioni che a queste portano attraverso guerra, terrorismo, armi, droga, riciclaggio) e il potere della legalità e del diritto.

In Italia la situazione è, per certi aspetti, più complicata di quella spagnola. In Spagna, per chi combatte contro lo stato di diritto, l’obiettivo da colpire è chiaro: da un lato il governo Zapatero, dall’altro Re Juan Carlos, che dai tempi del fallito golpe Tejero nel 1981 garantisce una notevole presenza di tutela democratica. Quando l’obiettivo è così chiaro, basta manovrare il terrorismo nei modi e con le dosi più opportune, e il gioco è fatto. Basta vedere quanto sta succedendo in questi giorni, utilizzando il terrorismo dell’ETA. Non sempre c’è l’ingenuità di Aznar che si fa autogol e permette a uno allora quasi sconosciuto Zapatero di salire al governo e di restarci per due mandati.

In Italia lo scoppio della “cosa Berlusconi” ha reso più problematico il gioco. Purtroppo questo non rende del tutto immune da attacchi terroristici il nostro paese, ma indubbiamente confonde e complica l’agenda delle forze che combattono la legalità e il diritto. Per loro il primo vero problema, come questo blog sta dicendo da tempo, è oggi “far fuori” Berlusconi, senza che ciò tolga minimamente loro il potere che hanno. Berlusconi non è più – prima ancora che per l’opposizione, per loro! – presentabile, affidabile, gestibile. Loro sanno benissimo quanto folle Silvio sia, quanto improponibile sia quella vera e propria “corte dei miracoli” che gli sta intorno. Ma sanno altrettanto bene quanto pericolosi possano essere i colpi di coda di un pescecane che si senta arpionato a morte. Da parte sua, Berlusconi con la lucidità dei folli intuisce da par suo che l’unica vera arma che ancora possegga è proprio la sua follia e l’imprevedibile terrore che essa suscita nei suoi alleati e nei poteri forti che prima e sempre l’hanno favorito o sostenuto.

Uscito da poco e già vendutissimo il libro Vaticano S.p.a. è, a mio avviso, un esempio significativo dell’azione di difesa intestina che Berlusconi sta facendo contro i poteri forti che ora vogliono scaricarlo. Questo libro, rifacendosi – a quanto dice chi l’ha scritto – all’archivio di monsignor Renato Dardozzi, figura e cerniera di primissimo piano della storia dello IOR dagli anni ’80 al 2000, rispolvera tutte le vicende del rapporto mafia-P2-Andreotti-sistema dei partiti fin dagli anni ’70, passa in rassegna le vicende IOR, Marcinkus, Sindona, Calvi, Ambrosiano, Tangentopoli, Enimont, Gardini ecc., il tutto con l’apparente scopo di fare chiarezza in tanto fango. Poi si guarda chi è l”autore e si scopre che Gialuigi Nuzzi è pupillo del grande trombettiere del Re di Arcore Maurizio Belpietro; è inviato del belusconiano “Panorama”; ha collaborato con “il Corriere della Sera”, tanto spesso sensibile a presenze piduiste. Come non pensare allora che questo libro magari voglia rappresentare un messaggio o forse una minaccia o forse un ricatto o un’arma puntata contro certi ambienti del Vaticano, della mafia, della P2 e della politica, quasi a dire: state attenti perché, se si vuole, si possono riesumare molti scheletri e riaprire con ottiche e dati nuovi vecchi scomodissimi scandali? È forse un caso che il libro termini con un’intervista a Massimo Ciancimino, che nella sostanza anticipa quanto sta – guarda caso – emergendo in questi giorni dagli interrogatori della magistratura allo stesso Ciancimino in ordine alla collusione tra stato e mafia, tra politici e mafiosi di primissimo piano, collusione che avrebbe portato prima alla uccisione di Giovanni Falcone e poi a quella di Paolo Borsellino, che tale collusione avevano scoperto?

È un caso che proprio ieri sia stata data via libera all’utilizzo in Italia della pillola abortiva Ru486, pochi giorni dopo l’attacco di “Avvenire” a Berlusconi? Che dice e farà CL in proposito? Che dice e farà l’Opus Dei? Che dicono e faranno Bagnasco, Vallini, Bertone e Ratzinger?

È un caso che Berlusconi si attacchi sempre più alla Lega, utilizzandola come arma contro quella parte del PDL che, evidentemente, meglio risponde ai bisogni di chi vuole liberarsi della “cosa” berlusconiana?

Berlusconi e la Lega sanno che la fine del “Premier” porterà prima o poi a un governo del Centro (proprio quello prefigurato quasi alla fine di Vaticano S.p.a.), che lascerà fuori di qua qualche brandello di estrema destra e di là Di Pietro e quella parte del PD che non vorrà adeguarsi a una logica di restaurazione del potere di mafia, P2 e parti colluse dell’ex PCI e del cosiddetto mondo cattolico. Proprio perché sanno questo, Berlusconi e Bossi si compattano sempre di più. Sono nati dalla stessa costola craxiana (come ho detto in altro post di questa stessa rubrica), non possono non restare uniti fino alla morte. Per questo Silvio ha favorito le Ronde leghiste; per questo la parte post-berlusconiana del PDL, identificabile soprattutto nella ex AN, le ha contrastate, anche se di suo, sotto sotto, arde dal desiderio di avere essa stessa Ronde proprie, magari con nome diverso e – per loro – più rievocativo e suggestivo.

 

 

Luna, spazio, sfida, limite e speranza

A quaranta anni dal primo allunaggio alcune considerazioni mi pare utile aggiungere alle tante scritte in questi giorni.

Solo se la presenza del limite è abitata dalla possibilità del suo superamento, sono possibili la sfida e la speranza. Non solo. Il superamento di un limite è davvero vincente soltanto se apre a un nuovo limite sfidabile e non insuperabile.

L’allunaggio di Armstrong e soci è stato momento straordinario. Ma ha aperto a un nuovo limite – la conquista di Marte – troppo invalicabile, non identificabile come nuova possibile sfida se non in tempi molto, troppo, lunghi, tali da comportare una capacità di identificazione umana trans-generazionale e una identità politica nuova, in grado di presupporre un sentimento di comune appartenenza non a un singolo paese magari rivale di un altro, ma alla intera umanità. Il diaframma storico, ideologicoo e politico dell’uomo del Novecento non era in grado di aprirsi a respiri tanto ampi. E così il nuovo limite post-lunare non è parso vivibile e non è stato vissuto come sfida umana praticabile.

È come se con il raggiungimento del sasso lunare (così si rivelò la misteriosa luna) lo spazio cominciasse a implodere su sé stesso, dicendo sempre più piccola, pietrosa, inospitale la terra, rendendola sempre più insopportabilmente confusa e confusamente abitata. Troppo confusa e abitata, disperatamente confusa e abitata.

Il contemporaneo definirsi del mondo come villaggio globale, invece di essere percepito come la fantastica presenza di una nuova possibile empatia, di una nuova feconda vicinanza-appartenenza, è stato sempre più fastidiosamente vissuto come intollerabile riduzione degli spazi e delle identità, quasi che il mondo diventasse un piccolo invivibile pianerottolo invaso da condomini litigiosi, bolsi e beceri. La televisione ha favorito questa frammentazione del Sé, in una sequela di dipendenze via via sempre più esproprianti, a cominciare proprio da quella del video televisivo, che ha derubato sempre più le case della loro natura di relazione, parola, sguardo e che ha sempre più appiattito il cervello e reso superficiale il cuore (vedi il mio Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, Ferrari, Clusone, 1995).

La conquista della luna, tra l’altro, si definiva all’interno di una connotazione spaziale della sfida e della speranza. Non a caso gli attori di quella conquista erano statunitensi, appartenenti dunque a un paese dalla storia breve (solo due secoli) e – soprattutto – abituato a identificare il limite con la frontiera – fosse il far west dei primi coloni o la nuova frontiera kennedyana – e la sfida con lo spostamento sempre più in là della frontiera, fino ad arrivare alla Luna come estremo West da conquistare. Se il nuovo Occidente (questo significa la parola West; questo significava per gli antichi greci la stessa parola Europa) è troppo lontano, cade la connotazione spaziale della speranza e va in crisi lo stesso concetto culturale e politico di Occidente. Non credo sia un caso che con l’allunaggio del ’69 inizi la crisi della potenza USA. Solo la ancora più grave crisi della URSS e la incapacità di un rapido ed efficace processo di unificazione non soltanto “occidentale” dell’Europa hanno in parte mascherato in questi quaranta anni la lenta deriva del potere statunitense.

La connotazione spaziale del limite, della sfida e della speranza è evento tipico del maschio e delle società patriarcali o – peggio – maschilistiche. La femmina e le società matriarcali tendono invece a connotare in modo diverso il limite, la sfida e la speranza. Li leggono all’interno di una visione del tempo ciclica, giocata sulla ripresa dell’esistente, sulla sua accoglienza e gestazione, sulla capacità di mestruare il vecchio e di concepire, generare e partirire il nuovo. Non è un caso – a mio avviso – che questi ultimi quaranta anni siano stati segnati da una crisi sempre più profonda del maschile e da una affermazione sempre più decisa del femminile, soprattutto quando questa affermazione non si è limitata a scimiottare il maschile. Donne straordinarie hanno segnato in moltissimi paesi la storia politica e sociale degli ultimi decenni, come non mai era accaduto. Basti pensare a quante donne sono state premio Nobel per la pace.

Grazie soprattutto alla donna, è oggi possibile riproporre una nuova connotazione del limite, della sfida e della speranza. La donna non è soltanto la signora del tempo e della ripresa. È anche – forse ancora di più – la signora della per-sonanza. Scrivo con il trattino la parola per-sonanza, proprio per indicarne al meglio il significato: è la possibilità che ciascuno di noi ha di risuonare nell’altro attraverso l’altro, cioè di per-sonare di lui e in lui. La donna accoglie in sé il maschio e il suo seme, dunque per-sona di lui, dando poi al bambino concepito la possibilità di risuonare in lei e di lei.

La per-sonanza è la possibilità relazionale più straordinaria. È evento d’amore e di accudimento, perché è evento pieno di relazione. È evento trans-generazionale, capace di dire l’essere umano in una visione storica ampia, non schiacciata in logiche miopi, in individualismi asfittici e astratti.

Il nuovo limite, la nuova sfida, la nuova speranza oggi sono giocabili all’interno di una connotazione relazionale. Allora l’altro, la sua diversità, la sua alterità sono la grande avventura e la grande risorsa. Sono la vita della speranza e sono la speranza della vita.