È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Novità

2010/02/10

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

a confronto sul Web

 

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Troverai anche altri tre miei libri,

in particolare

La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Un amico mi chiede: “Perché Berlusconi continua a dichiarare, anche oggi pomeriggio [ieri per chi legge, n.d.r.], che intende continuare ad andare in mezzo alla gente? Non gli basta più la televisione, con la quale ha incantato mezza Italia. Ora vuole il contatto con la folla, e non quello blindato e in estrema sicurezza, ma quello comunque a rischio, in mezzo alla gente, dove si trova si trova. Ora: le possibilità di essere ucciso aumentano vertiginosamente. Se invece di una statuetta è una bomba, è finita. Dunque, vuole il martirio? Vuole essere ricordato come un martire?
Non rientra anche questo altissimo rischio nel quadro di un disturbo di personalità narcisistica?Oppure non ce la fa più e spera di farla finita?
”.

Nel post 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita già ho detto di quanto la persona sofferente di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) dipenda dal bisogno compulsivo, cioè irresistibile, di proiettarsi su entità femminili quali la folla, la platea, la gente, ricevendone consenso, ammirazione, comunque confermante centralità e gratificante attenzione. Ho cercato di precisare ulteriormente l’analisi psicologica di Berlusconi anche nei due post 2009/12/17 – Perchè Berlusconi guarda la folla. Psicologia del suo sguardo smarrito e 2009/12/19 – Le parole di Berlusconi: “odio”, “amore”, “invidia”, “vergogna”. Psicologia di un linguaggio.

Non ho la possibilità come psicoterapeuta di verificare clinicamente la situazione psichica di Berlusconi, che, a quanto dice sua moglie, sta male e ha bisogno di essere aiutato. Come giornalista con competenza psicoterapeutica ho però la possibilità e, quindi, il dovere di lavorare sulla ipotesi che Berlusconi Silvio soffra di un DNP con coinvolgimento sempre maggiore del versante psicotico. Capita al giornalista un po’ quello che capita al ricercatore scientifico o, per dirla tout court, allo scienziato contemporaneo: quanto più un’ipotesi risulta applicabile, quanto più riesce a leggere e a significare i fatti, tanto più quella ipotesi si legittima e si verifica. Lo ripeto, è questo il procedimento logico che sta alla base della scienza contemporanea (quella successiva alla crisi delle scienze e alla rivoluzione epistemologica avvenute a cavallo tra fine ‘800 e prima metà del ‘900) che è un sapere non più giocato sulla presunzione razionalistica, illuministica o positivistica della assolutezza e universalità, bensì consapevole della propria natura ipotetico-deduttiva: quanto più da una ipotesi posso dedurre la lettura e l’interpretazione dei fatti, tanto più questa ipotesi si verifica, cioè si afferma come vera, fino a quando non intervenga una nuova più efficace ipotesi, che falsificando la precedente, sia capace di leggere e significare ancora meglio e ancora più coerentemente i fatti. E finora – mi pare – l’ipotesi che Berlusconi soffra di una patologia da DNP con crescente coinvolgimento psicotico emerge, fino a prova contraria, in modo sempre più plausibile. A ulteriore conferma, starebbe l’emergenza del bisogno sempre più persistente di Berlusconi di immergersi – nonostante il rischio, anzi proprio perché c’è il rischio –in perigliosi “bagni di folla”.

Come l’avaro Paperon de’ Paperoni ha il bisogno compulsivo di tuffarsi ogni tanto nel mare di luccicanti seducenti monete, così Berlusconi ha il bisogno altrettanto invincibile di tuffarsi nei bagni di folla. Se non lo fa, sta sempre peggio, come un drogato in crescente delirio da astinenza. Tale bisogno di esposizione esibizionistica è tipico delle personalità pre-edipiche colpite da DNP,: è per loro più confermante e gratificante di un orgasmo, di qualsiasi orgasmo, al punto che, se non può essere esibito, l’orgasmo stesso perde di significato all’interno della loro sessualità pre-edipica (non a caso, nei giorni dello scandalo D’Addario, era proprio lui a continuare a ricordare il fatto, con battute più o meno felici).

Certo, la pericolosità dei suoi bagni di folla è sempre più monitorata dal suo entourage, con crescenti tentativi di limitarne l’incidenza. Di conseguenza, sorgerà sempre di più il problema di quanto legittimo sia, per esempio, “perquisire” preventivamente i probabili spettatori del bagno di folla berlusconiano (a quanto dice la stampa tale perquisizione è già avvenuta nell’ultima uscita di Silvio con giubbotto putiniano).

Non penso, dunque, che alla base della rischiosa ricerca del bagno di folla ci sia, come suggeriscono le domande del mio amico, una “volontà di martirio” o il bisogno suicida (cioè consapevolmente perseguito) o suicidario (cioè non consapevolmente perseguito) di “farla finita”. La personalità affetta da DNP è sì affascinata e coinvolta dalle tematiche e dalle dinamiche del “martirio”, del “suicidio”, dell’acting out sommario e quindi potenzialmente suicidario, ma sempre all’interno di una affermazione onnipotente ed esibita del proprio Sé, una affermazione infinita, eterna, ben lontana da una autentiva volontà di “farla finita”.

Può risultare utile un differenziante confronto con il Disturbo Borderline di Personalità (DBP). Mentre la personalità caratterizzata da DBP cerca davvero il rischio oppure la dinamica suicida o suicidaria, la personalità DNP ne cerca soltanto l’esibizione, lo sfruttamento manipolatorio, l’enfasi delirante, lo sfruttamento che non nega il Sé, ma lo auto-afferma ancora di più. Per rischiare o per morire, la personalità DBP non ha bisogno della scena, non dipende dalla scena, la personalità DNP esige la scena, ha nella scena il proprio vero obiettivo (in questo è più vicino alla personalità isterica o, come si suole dire oggi, istrionica [Disturbo Istrinico di Personalità]). Se la scena è davvero estrema quanto può essere estremo il delirio di onnipotente (e paranoide) affermazione del proprio narcisismo, allora sì, in questo caso, la personalità DNP può davvero agire e perseguire lucidamente e tematicamente anche il suicidio. Comunque, neppure in questo caso, si suicida per suicidarsi. Sarebbe troppo banale e troppo poco narcisistico. In questo caso, proprio in questo estremo caso, la personalità DNP si suicida solo perché è grandioso farlo, soltanto perché nessuno altro può farlo più grandiosamente di lui, più santamente di lui, più da martire di lui. Mentre si fa male o si suicida, la personalità DBP è tutta nel farsi male o nel suicidio; al contrario, mentre rischia di farsi male o di suicidarsi, la personalità DNP è già oltre il farsi male e oltre il suicidio, è già all’applauso, all’ammirazione, alla grandiosità che seguiranno, che non potranno non seguire, che dovranno, dovranno, dovranno seguire. La personalità DBP è nel dolore e nella morte, li conosce, li abita, ne è vittima angosciata; la personalità DNP è da sempre e per sempre immortale: “Che pretese può mai avere la morte? Che è mai la morte? Non sa che Io sono Superman?”

Il discorso sin qui fatto nulla toglie anche al possibile e del tutto probabile uso politico e mediatico delle componenti “rischio mortale” e possibile “martirio” (in diretta tivù, che altro?), ma questo è un altro discorso, tema di un altro possibile post, che parta da considerazioni più legate all’uso politico e alla mutata natura del linguaggio televisivo.

Anche in ordine al caso Marrazzo puntualmente spunta il dilemma: perdonare o non perdonare?; è giusto che una moglie perdoni il marito che la tradisce, “per giunta”, con un trans?; non c’e forse – come si chiede Maria Corbi su “La Stampa” – anche “un diritto, forte, ugualmente meritevole al non perdono”?

Come ho già detto nel mio precedente post (2009/10/28 – Perché la moglie di Marrazzo si comporta così. L’articolo di Giulia Bongiorno sul “Corriere della sera”), non conosco la coppia Roberta Serdoz e Piero Marrazzo, né so quali siano le dinamiche reali e profonde (quali può conoscerle soltanto il lavoro clinico di un attento psicoterapeuta) che costituiscono e strutturano la loro relazione di coppia. Né tanto meno conosco se, quanto e come si stia davvero vivendo da parte loro la dinamica del tradimento e quella del perdono.

Vorrei però trarre spunto dal fatto di cronaca, per ragionare sul senso e sul significato di un perdono troppo precoce, quale quello che molti, più o meno inconsciamente, vorrebbero che Roberta concedesse o negasse subito a Piero. Al di là della prurigine di molti di fronte a un tradimento colto come particolarmente trasgressivo e – soprattutto – al di là del bisogno sommario della folla di chiedere per un tradimento (o per un omicidio) “perdono subito” (come per altri versi usa chiedere “santo subito” o, per altri ancora, “a morte subito”), vorrei un attimo riflettere sul senso – all’interno della coppia e di fronte al tradimento – della esperienza del perdono o del non perdono precoci e sommari. Perché, prima ancora che qualcuno lo chieda, la coppia giunge in fretta al perdono, troppo in fretta, così in fretta?

La mia esperienza clinica di psicoterapeuta mi induce in forte perplessità di fronte a una moglie o a un marito che perdonino un tradimento subito, totalmente, immediatamente o – al contrario – che non perdonino mai, assolutamente mai, inesorabilmente mai, come se “quel” tradimento fosse il male assoluto e inassolvibile. In entrambi i casi di solito significa che quella coppia non si è mai davvero costituita; di solito significa che, sotto la apparenza nobile o indignata del perdono dato o negato in modo tanto sommario, sotto sotto si sta vivendo una di queste due strategie relazionali:

  • più o meno inconsciamente si continua la recita di un matrimonio che in realtà non c’è e che a tutti e due serve non ci sia. Allora “concedere il perdono” è la vernice di superficie che cela il permanere della indifferenza; spesso è la variante presentabile della solita dinamica relazionale, che mira a evitare ogni vera intimità, ogni vero coinvolgimento, ogni autentica costituzione del Noi di coppia;
  • si manda immediatamente tutto all’aria, senza alcun margine di parola, di dialogo, di confronto, di attesa, di possibile mediazione, come se non si aspettasse altro. Allora le frasi “non posso assolutamente perdonare” o “non posso essere assolutamente perdonato” sono l’alibi, l’occasione per rompere con sdegno altezzoso o con remissività sospetta la vita di coppia.

L’evento del tradimento è esperienza oltremodo complessa all’interno di una coppia, come ho detto altrove in parecchi miei articoli (vedi per esempio i seguenti: Il tradimento è sempre un evento della coppia e nella coppia; C’è tradimento e tradimento; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire (II commento) ecc. ecc.). Se i due partners non sono personalità adeguatamente evolute (quando uno dei due ha carenze di rilievo, di solito anche l’altro ha nodi problematici non trascurabili, consci o inconsci), allora la relazione di coppia difficilmente si costituisce e si struttura come dinamica simmetrica, cioè equilibrata. È più facile che si costituisca e si strutturi come sbilanciata, con uno dei due che sovrasti o domini o controlli l’altro. Allora, in questo caso, anche la “concessione” o la “impossibilità” del perdono possono essere funzionali allo squlibrio e alla asimmetria della coppia della coppia. Invece che superarli, possono ulteriormente sedimentarli e addirittura legittimarli. Fino alla successiva sempre più misera crisi.

Di solito un perdono dato o rifiutato troppo precocemente è frutto non tanto di una autentica e profonda dinamica di coppia, quanto di un bisogno (da parte sia della vittima che perdona sia del traditore che è perdonato) di percorrere un corto circuito che eviti all’uno, all’altro e al loro essere coppia un autentico processo di elaborazione dei vissuti e della crisi. È come se la coppia, perdonando o rifiutando il perdono troppo in fretta, perdesse o volesse perdere l’occasione di evolvere, di crescere, di amare meglio e di più, magari proprio a partire dall’analisi e dalla elaborazione del tradimento, delle sue modalità dei suoi perché consci e inconsci, dei suoi come e quando.

Di fronte alla esperienza drammatica del tradimento, la coppia dovrebbe – auspicabilmente aiutata dalla mano esperta di uno psicoterapeuta della coppia e della famiglia – affrontare con attenzione e gradualità, step by step, tutte le dolorose e impegnative fasi del lutto:

  • la disperazione e l’urlo lacerante dell’anima, che prendono di fronte alla scoperta e/o alla rivelazione del tradimento (non è per nulla trascurabile che il tradimento sia rivelato invece che scoperto o viceversa);
  • il bisogno di negare magicamente l’evidenza dei fatti o – più spesso ancora – di continuare a negare questa evidenza;
  • la spesso incontenibile rabbia non solo del tradito nei confronti del traditore, ma anche del traditore nei confronti di chi, lasciandosi tradire, non ha visto, non si è accorto, non ha reagito, non ha impedito (di solito raramente viene riconosciuto anche questo secondo versante del tradimento);
  • l’impotenza della coppia e nella coppia di fronte al vuoto e al silenzio nel quale improvvisamente si avverte di ritrovarsi e di viversi;
  • la depressione di almeno uno dei due di fronte alla presa di coscienza della improvvisa solitudine, della paralisi esistenziale, della caduta delle certezze prima di allora credute o sperate;
  • la voglia della ripresa, della comprensione, della evoluzione sulla base di riferimenti più solidi e di identificazion più vere.

Come si vede, il tradimento può essere la preziosa occasione di una costituzione e strutturazione profonda della coppia. Dare o negare troppo in fretta il perdono può essere il modo di tradire questa occasione.

Per-dono è parola di origine latina, formata dalla preposizione per, che significa “attraverso”, e dal sostantivo donum, che significa “dono”. Il tradimento può davvero essere esperienza di perdono, se attraverso di esso la coppia sa riscoprirsi come dono. Non soltanto perché l’uno si dona all’altro, ma anche perché insieme si dona la coppia al mondo e il mondo alla coppia.

Se si intende il perdono nel senso abituale di “concessione” che l’uno concede o nega all’altro, si dimentica che il perdono – lungi dall’essere soltanto un fatto a due – vive sempre come presenza di quel tertium, che è appunto quel dono che la coppia è e può essere per sé stessa e per il mondo e che, secondo la Bibbia (Genesi, 1, 27), è il presenziarsi dell’immagine di Dio e delle relazioni Trinitarie.

 

 

Riporto qui e poi commento il comunicato ANSA battuto da poco:

BERGAMO – Le telecamere a circuito chiuso della cooperativa, dove presta servizio come educatrice, l’hanno colta mentre maltrattava un bimbo di nove anni affetto da una grave malformazione genetica. Dopo la denuncia dei genitori, i carabinieri hanno installato un altro occhio elettronico nella stanza del bambino, e la telecamera ha ripreso la giovane donna mentre esercitava violenza nei confronti del piccolo paziente. Per questo, una ragazza bergamasca di 29 anni residente ad Almenno San Salvatore (Bergamo) è finita agli arresti domiciliari.

A smascherare l’educatrice sarebbe stata una telecamera lasciata inavvertitamente accesa mentre la donna si trovava da sola insieme al piccolo di nove anni, che a causa del suo handicap non è in grado di parlare, né di muoversi ed è costretto a vivere su un passeggino. Quando i genitori si sono accorti dei maltrattamenti, hanno presentato una denuncia ai militari dell’Arma. Nella stanza del piccolo è stata allora installata un’altra telecamera, che nei giorni successivi ha ripreso di nuovo la donna in atteggiamenti violenti nei confronti del giovanissimo paziente.

Il giudice per le indagini preliminari di Bergamo Giovanni Petillo ha emesso dunque un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, che i carabinieri hanno eseguito nelle scorse ore”.

Almenno San Salvatore è qui a una manciata di chilometri da casa mia, per cui la notizia mi ha particolarmente sconvolto. So che non è corretto che la nostra reazione all’ingiustizia e alla violenza possa essere più o meno condizionata e dettata dalla vicinanza fisica, emotiva, affettiva o quant’altro. Come ricordava l’anima prodigiosa di don Primo Mazzolari, dovremmo sempre e comunque sentire il dovere e il diritto di protestare contro l’ingiustizia e la violenza, perché ogni ingiustizia e ogni violenza colpiscono e negano l’immagine del Padre che ogni uomo è o – più laicamente – la dignità umana

Ma il pensiero di quel bambino mi turba. Il mio vecchio amico spastico dalla nascita, che ogni tanto ascolto, come ben sanno i lettori di questo blog, mi ha subito telefonato e mi ha chiesto di dire quanto danno possa fare un’ingiustizia e una violenza di questo tipo su di un bambino, soprattutto se sono perpetrate da una persona che dovrebbe aprire il tuo cuore, la tua mente, la tua anima, la tua vita, la tua speranza. Mi ha detto la ferita terribile che procurano e quanti oceani e abissi bisogna poi affrontare per riuscire a elaborare ferite di queste tipo, con il rischio di naufragare a ogni pur lieve battito d’onda. Lui lo sa, perché gli è capitato di dovere subire tali ferite più volte nella vita, spesso proprio da educatori, insegnanti, medici, parenti, cioè proprio da quelle persone che più delle altre dovrebbero aprire alla vita, alla curiosità, al sapere, alla gioia e al diritto di vivere e di essere.

Mi prega di dire ai lettori di intervenire e farsi sentire il più possibile. Mi prega di gridare contro il dilettantismo ideologico e speculativo che troppo spesso informa e identifica l’azione sia di molte non meglio precisate “cooperative” sia di molti politici e amministratori che, a vario titolo e con varia motivazione, si servono di esse, spesso con spirito un po’ mafiosetto, di certo non sempre attento alle reali competenze, qualifiche e motivazioni dei cosiddetti “operatori”. Mi prega di denunciare quanto spesso dietro queste “cooperative” si nascondano logiche di mero accapparamento di posti, di bruto esercizio di potere da parte di gruppi più o meno vicini a partiti o a conventicole vicine ai partiti. Mi invita a ricordare come il vero scopo di molte di queste “cooperative” sia – più o meno dichiarato – quello di svuotare le istituzioni del loro compito, di privarle di senso, eliminando quella possibilità di garantire competenze e qualità di servizio che bene o male le istituzioni sanno comunque garantire, senz’altro più di quanto lo garantiscano molte di queste “cooperative” che facendo leva sulla difficoltà a trovare posti di lavoro assumono troppo spesso in modo sommario, sotto sotto ricattatorio, impedendo a chi ha davvero titoli e competenze di fare valere la propria voce al fine di offrire un vero servizio.

Non so che titolo e che competenza avesse questa non meglio precisata “educatrice” di 29 anni, né che titoli e che competenze avessero quelli che l’hanno selezionata e assunta e non controllata (e che forse senza la denuncia dei genitori e senza le telecamere l’avrebbero pure difesa; di certo non hanno adeguatamente verificato e controllato il suo operato), né che titoli e che competenze avessero gli amministratori o i politici che hanno permesso di lavorare a questa “cooperativa” e a questa “educatrice”.

Non so a che cosa servano gli “arresti domiciliari” ordinati dal giudice Giovanni Petillo, né che senso egli abbia o possa avere della violenza usata su un minore totalmente indifeso e totalmente impossibilitato a sottrarsi alla volenza. Per legge i “domiciliari” non vengono attribuiti (e si finisce perciò in galera) quando si verifica uno o più di questi tre punti: 1) il reato prefigurato è grave e può essere reiterato; 2) esiste il rischio di inquinamento delle prove; 3) c’è pericolo che l’indagato fugga. Se con il magistrato che ha concesso i “domiciliari” posso essere d’accordo sulla non esistenza dei punti 2) e 3), faccio invece molta fatica a pensare che non possa sussistere il punto 1). Chi usa violenza su una persona del tutto indifesa e per giunta dipendente all’interno di un rapporto tanto asimmetrico e carico di responsabilità e di valenze esistenziali, psicologiche, logiche, etiche e morali quale per sua natura è un rapporto di “educazione”, per giunta con un minore indifeso, ha in sé una tale carica di violenza che o è altamente problematico e come tale va urgentemente curato anche e soprattutto a partire dal magistrato, oppure è a elevato rischio di nuova violenza sociale, tale che non so come il magistrato possa escludere la possibilità della reiterazione della violenza. Ripeto, non capisco proprio perché il magistrato abbia concesso i “domiciliari”. Di certo la violenza non sarà ripetuta in quelle stanze o molto probabilmente non la sarà in quella “cooperativa”, ma di certo la violenza tornerà ad esprimersi da parte di chi è giunto a tanto. Che senso del reato ha il giudice Petillo? Avrebbe assegnato i “domiciliari” anche per uno stupro ripetuto su minore? Non sa che una tale violenza ha sulla psiche di un minore indifeso di nove anni lo stesso terribile peso di uno stupro ripetutu e forse molto, molto peggio?

Intanto il bimbo è lì con i propri piccoli nove anni e il proprio enorme fardello di violenza subìta. So benissimo che forse per lui poco muta se la “educatrice” è non ai “domiciliari”, bensì in una casa di cura o in carcere, ma di certo tutto muta primo per i suoi genitori, che hanno il diritto di vedere riconosciuta a pieno l’assoluta violenza subìta dal loro bambino e – in lui – da loro stessi; secondo per tutti quei bimbi che potrebbero anch’essi domani subire una tale ingiusta violenza; terzo per tutti noi che a causa di violenze siffatte ci troviamo a vivere in un mondo sempre più barbaro e vuoto, sempre più deprivato di diritto, di ricchezza, di speranza e di gioia.

Il mio vecchio amico spastico mi ha ritelefonato poco fa e mi ha detto di non badare se Almenno San Salvatore è qui vicino. Mi ha detto che di fronte all’ingiustizia e alla violenza si può e si deve comunque protestare e denunciare, perché, quando l’umanità e la giustizia, si allontanano siamo tutti ugualmente legittimati a denunciare la violenza, a protestare contro l’ingiustizia, a volere un mondo nostro e di tutti, più bello e più vero. Almenno San Salvatore non è soltanto qui vicino a Bergamo. È primo di tutto vicino all’umanità di tutti gli esseri umani e alla dignità del Padre.

Ai funerali di Viareggio Silvio non c’è. Berlusconi sempre più grave? – 06/07/’09

A quanto pare, Silvio Berlusconi ai funerali di stato a Viareggio domani non ci sarà. Non so con quale scusa o motivazione, dato che lo stesso Presidente della Repubblica sarà presente.

Di certo la sua assenza non sembra dovuta a improbabili – per lui -applicazioni del proverbio latino ubi maior minor cessat. Chi mai Silvio potrebbe considerare maior rispetto a sé stesso?

Neppure pare possibile che la sua assenza sia dovuta a un estremo rigurgito di rispetto e di pietà per i morti, uccisi dall’incuria di un sistema il cui funzionamento e la cui non pericolosità dovrebbero essere di prima competenza dell’esecutivo e di chi lo presiede.

Non resta dunque che pensare a questo: Berlusconi non c’è, perché qui non potrebbe esibirsi in prefica politica, come lui, poveretto, amerebbe tantissimo fare.

La manipolante esibizione della pietà può funzionare solo quando – come è successo in Abruzzo – si faccia credere che l’unica causa del disastro sia il terremoto, occultando le micidiali responsabilità umane che hanno elevato un terribile evento naturale a micidiale e non inevitabile disastro.

Oggi neppure a L’Aquila Berlusconi potrebbe più esibire lacrime e pianti. Quanto meno non lo potrebbe fare davanti agli aquilani (non è detto che non ci provi con gli ospiti del G8). Figuriamoci se può farlo a Viareggio, dove non pare gradita neppure la sua presenza.

Di solito – si sa – sotto un mancato esibizionista abita un consolidato vigliacco. Ma questo a lui non va detto. Ci darebbe subito del comunista o dell’amico di Murdoch, dell’invidioso o dell’eversivo.

Resta solo da chiedersi quanto e come Berlusconi compenserà la mancata dose di esibizionismo. Se davvero Silvio, a quanto solo ora dice D’Alema, “è in difficoltà” o, a quanto da tempo ha detto Veronica, “sta male” e se – come di conseguenza pare – il suo è un Disturbo Narcisistico di Personalità con grave coinvolgimento del versante psicotico, allora è probabile che il Presidente del Consiglio viva le proprie mancate apparizioni e i propri mancati bagni di folla come delle enormi frustrazioni, delle ingiustizie subite, tali da scatenare irresistibili impulsi di vendetta, tremenda vendetta. Se questa non è possibile, chi sia disturbato nel narcisismo e sia, per giunta, facile alla paranoia, deve allora compensare massicciamente e urgentemente. Se si vuole che non faccia stupidaggini al G8, bisognerà dunque che qualcuno conceda all’ “utilzzatore finale” qualche altra consistente compensazione. Quelle che Silvio finora ha mostrato di preferire e che i suoi sodali gli hanno lasciato praticare, paiono essere le frequentazioni di escort, veline e minorenni. Quella che, più abitualmente e molto più spesso, praticano i disturbati nel narcisismo è, oltre la promiscuità e l’ambivalenza sessuali, l’assunzione di sostanze (dapprima alcool e cocaina, poi eroina o altri grandi sedativi dell’angoscia). Se poi è possibile l’accoppiata sesso-sostanza, l’illusione della riuscita compensazione è maggiore.

Sempre naturalmente che non si voglia seguire l’unica strada autenticamente risolutiva, quella di una efficace psicoterapia. Ma, come insegnano la letteratura scientifica e la pratica clinica, più il paziente è grave e meno accetta di ritenersi bisognoso di cura e di lasciarsi davvero aiutare. A quanto dice Veronica, il paziente è grave ed è circondato da gente che ha interesse a tenerlo grave, sempre più grave.

Rapporto terapeuta-paziente

Questo e, soprattutto, l’altro mio sito (www.gigicortesi.wordpress.com) più volte hanno accennato al rapporto terapeuta-paziente, sempre però dal punto di vista del terapeuta e sempre parlando di uno psicoterapeuta. Stavolta invece si parla di un episodio che, pure riguardando ancora questo rapporto, lo vede dal punto di vista del paziente e con in gioco un terapeuta medico, specialista in problemi vascolari. L’episodio mi è stato raccontato da un mio vecchio amico spastico dalla nascita, cui non di rado capitano episodi di questo tipo, tutti puntualmente all’interno di ambienti sanitari.

Ieri il mio amico, deambulante e autonomo, si presenta presso una clinica, per un esame “Ecocolor doppler tronchi sovraortici”. Appena entrato nello studio medico, saluta il medico presente. Questi, non rispondendo al saluto, guarda la deambulazione non “normalmente” coordinata del mio amico e gli chiede: “ma lei che cos’ha?”; alla precisa risposta del mio amico (“tetraparesi spastica da parto. Perché me lo chiede?”) aggiunge: “allora fin dalla nascita! Oh, poveretto!”. Al che il mio amico, come gli è solito fare di fronte a esternazioni simili, risponde: “poveretto sarà lei ”.

Tre domande:

  1. quando certi medici capiranno che la loro funzione è quella non di compatire, peraltro non necessitati e non richiesti, ma di curare?;

  2. che capacità e che preparazione hanno i medici in ordine alla relazione medico-paziente?;

  3. le istituzioni accademiche prima e le direzioni sanitarie poi come preparano e verificano la corretta attuazione della relazione medico-paziente?

Se il mio amico non fosse la persona attrezzata che è, se – metti caso – fosse stato un ragazzo timido e insicuro di sé o un adulto con bassa autostima, come si sarebbe sentito a vedersi così gratuitamente compatito? È giusto e corretto che questo accada?