Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:

Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.

Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.

Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.

Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge”  nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.

“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?

P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.

Come commento al mio post di ieri (2010/04/10 – Benedetto XVI, Padre Federico Lombardi e gli abusi sessuali (pedofilia compresa) di religiosi e preti ), Mario mi scrive:

Nel Marzo scorso, con una lettera al direttore del Corriere della sera, il filosofo laico Marcello Pera difendeva il papa sostenendo che la campagna mediatica contro la Chiesa approfittava della triste vicenda dei preti pedofili per affondare un attacco spietato all’istituzione. Diceva Pera che si trattava di una vera e propria “guerra” che non si sarebbe risolta facilmente.
Ricordo personalmente che durante la ” Via Crucis” al Colosseo della Pasqua 2005, ancora vivente Papa Giovanni Paolo II, l’allora cardinale Ratzinger, in un commento parlò apertamente di “sporcizia” presente nella Chiesa ( evidentemente conoscendone alcuni fatti).
Sono del parere che la Verità deve essere detta a tutti i costi e proclamata, soprattutto per il bene dei fedeli, molti dei quali sono disorientati.
Chiedo al dr. Cortesi di immaginare di essere nei panni del Maestro Bontadini, insigne filosofo e apologeta, di cui ricorre il prossimo 12 cm il 20° anniversario della morte,: difenderebbe il papa come ha fatto M. Pera o esigerebbe da lui un comportamento diverso?

Voglio qui rispondere a Mario.

Non basta parlare di sporcizia. Se chi parla sa, deve anche provvedere, cosa che, a quanto risulta in modo ormai palese, Joseph Ratzinger non ha fatto né da vescovo, né da cardinale, né da papa. A quanto pare, ha invece continuato nel vecchio solco. Solo ora, che il dilagare internazionale degli scandali non gli consente più di negare l’evidenza, pare fare qualche piccola incertissima mossa, dando largamente l’impressione che più che volerlo fare, lo debba fare, per giunta cercando di nascondersi dietro l’alibi della persecuzione e del complotto orditi contro di lui. Né si tratta soltanto di pedofilia o di violenza sessuale: la “sporcizia” tocca ancora più ampi confini, che dovrebbero essere aperti e analizzati, senza che si debba aspettare la costrizione di scandali non più copribili.

Per esempio, perchè non si fa luce sulla “sporcizia” dello Ior, che ha fatto – e assai probabilmente ancora lo fa – il riciclaggio di tutto il denaro sporco della corruzione politica e imprenditoriale, delle mafie, dei poteri che operano nell’oscuro mondo del commercio di droga, armi, esseri umani, con bilanci ben superiori a quelli di stati quali l’Italia, contribuendo in tale modo a inquinare e compromettere la vita democratica di questi stati?

Per esempio, perché non si dice nulla delle gravissime probabilissime connivenze con le mafie del sud America?

Per esempio, perché si favorisce in vario modo e con estrema superficialità la pratica di adozioni internazionali, che poi – me lo dice l’esperienza clinica – hanno effetti devastanti in tantissimi di questi ragazzi?

Per esempio, perché non si dice nulla delle responsabilità oggettive in ordine alla devastazione e ai genocidi in atto in molte zone del mondo, a cominciare dalla Amazzonia? La ricattabilità da parte dei poteri e degli interessi che attuano la devastazione e il genocidio rende l’istituzione ecclesiale oggettivamente complice e colpevole, rende poi di fatto quanto meno impossibile ogni vera denuncia e ogni vera azione in senso contrario. Addirittura le pure eroiche presenze in loco di missionari finiscono di fatto con l’essere alibi e foglia di fico che, nascondendola, legittimano la vera violenza della realtà, diventandone così oggettivamente e paradossalmente complici.

Per esempio, perché si favorisce in vario modo e con estrema superficialità l’afflusso di badanti, soprattutto dall’America latina, per lo più donne che, per seguire un nostro anziano, lasciano figli e mariti, segnando di distruzione il tessuto sociale del paese di partenza? Ci si rende conto del disastro morale, sociale, culturale, politico che tutto ciò comporta e provoca? 

Per esempio, perché si lascia che la “scuola cattolica” sia sempre più la scuola dei ricchi, per lo più esclusivamente gestita dai sempre più arricchiti e potenti ciellini, scuola nella quale ben difficilmente trovano accoglienza l’allievo handicappato, il figlio del povero cristo, il figlio dell’extracomunitario non facoltoso, e dove ben difficilmente riesce a stare chi abbia un minimo senso critico? Perché non si dice che la distruzione in atto della scuola pubblica è in larga misura legata e strumentalmente funzionale all’eccesso di potere della scuola “cattolica”?

Per esempio, perché non si dice nulla di chiaro sull’Opus Dei, sulla sua organizzazione interna, sui suoi modi e criteri di “apostolato”, sui suoi reali obiettivi, sul suo effettivo potere, sulla sua presenza in settori decisivi delle istituzioni, della economia, della finanza? Eppure sono oramai numerosissime e del tutto credibili le testimonianze di ex “numerari” (si chiamano così i membri davvero effettivi della Prelatura): ci parlano dell’Opus Dei come di una vera e propria setta o società segreta, completamente autoreferenziale, nella quale si attuano gravissime forme di violenza morale e psicologica anche e prima di tutto su ragazzi della prima adolescenza. Perché l’Opus Dei nel 1982 è stata costituita Prelatura personale, caricata di un potere internazionale che sfugge in larga misura alla giurisdizione, al controllo e alla conoscenza dei vescovi diocesani? Con quali mezzi è riuscita con papa Wojtyla a farsi riconoscere tutto questo potere, riconoscimento che i papi precedenti, a cominciare da Giovanni XXIII, si erano ben guardati di pensare e di dovere concedere? Che influenza ha oggi l’Opus Dei sulla nostra vita politica e democratica? Che obiettivi politici e finanziari persegue? Perché non ci si dice nulla? Perché ci si lascia – volutamente – nell’ignoranza? E perché parimenti si dice poco o nulla dei Memores Domini, che per Comunione e Liberazione sono quello i “numerari” sono per l’Opus Dei? Quanti per esempio sanno che i vertici della politica, della sanità, della scuola, della finanza lombarde sono in gran parte nelle loro mani e nel potere della loro logica esclusiva e autoreferenziale, a cominciare da Roberto Formigoni? Che interessi ha in tutto ciò l’istituzione ecclesiale? Chi decide e in base a quali criteri?

Per esempio, perché non si dice nulla dell’ignoranza, della incompetenza, della superficialità oggettivamente violente e arroganti con le quali preti o laici “cattolici” (sarei curioso di sapere chi dà il patentino di laico “cattolico”; se, come, perché e da parte di chi viene concesso, rinnovato o tolto) si immischiano in faccende e in ambiti per i quali non hanno alcuna competenza, spesso con risultati disastrosi e disonesti? A che titolo parlano e agiscono, in base a quale competenza? Non è raro, per esempio, che preti del tutto incompetenti si permettano di dare – nel confessionale e fuori – consigli in materia di psicologia, di giurisprudenza o di morale, contrabbandando come “religiosi” consigli o giudizi che con la religione non hanno nulla a che fare. Idem fanno molti laici “cattolici”, trincerandosi dietro la santa maschera di un volontariato tanto santificato ed esaltato quanto abitato da ignoranza e incompetenza (quando capiremo che – per uno stato – il ricorso al volontariato è direttamente proporzionale alla mancanza di vera civiltà e di collaudata professionalità?). Per fortuna non ci sono più (almeno si spera; la cronaca ogni tanto suggerisce il contrario) luoghi di ricovero “cattolici” per malati psichici o per persone bisognose di aiuto. Ma l’intromissione “cattolica” purtroppo continua in altre forme. Perché, per esempio, nessuno dice che cosa esattamente facciano strutture come i “centri di primo ascolto” o i “patronati” di vario tipo o le più disparate comunità di “aiuto” o di “recupero”? Che criteri seguono, con quali competenza operano, che fini davvero perseguono, con quali fondi campano, da chi sono controllati?

Ebbene, di fronte a tanto ampio orizzonte di probabilissima sporcizia, limitare o focalizzare il discorso sulla tragedia della pedofilia e della violenza sessuale di religiosi e preti, paradossalmente contribuisce a nascondere tutto il resto: una vergogna, che, venendo proprio … a pera, finisce con il proteggere e nascondere tutte le altre, con una ben collaudata tecnica, usata anche per esempio da Berlusconi o da Putin. Paradossale e diabolico.

Mario ricorda Gustavo Bontadini. L’ho conosciuto quanto può conoscerlo uno studente di Filosofia che per due anni segue le lezioni del biennale di Filosofia Teoretica. Nelle sue lezioni – ricordo – lasciava si discutesse molto; non ho mai capito se lo facesse perché credeva davvero nella forza della discussione o perché pensava di avere comunque ragione. Allora pensavo fosse per il primo motivo. Oggi, proprio non so che cosa direbbe Bontadini; so però che molti degli studenti che allora animavano le sue lezioni direbbero cose parecchio vicine a quelle che ho cercato di dire io.

Mi piacerebbe che nella chiesa la discussione della verità e della realtà ci fosse, venisse davvero aiutata e riconosciuta. Mi piacerebbe ci fossero il gusto dell’intelligenza e l’intelligenza del gusto; la libertà della ricerca e la ricerca della libertà; l’emozione della verità e la verità dell’emozione; lo stupore dell’amore e l’amore dello stupore; la gioia della parola e la parola della gioia. Il Concilio Vaticano II (ero adolescente e giovane a quei tempi) diede la speranza (o l’illusione?) di tutto ciò. Purtroppo una sedicente “chiesa”, che si identifica sempre più esclusivamente con la curia vaticana e romana, oggi nega sempre più questa speranza. L’uccisione della speranza è la prima vera, grave, patogena sporcizia della chiesa e nella chiesa.

Ricevo da un amico questo file.  Dà un po’ il senso delle propoorzioni. Affascinante. Si consiglia la visione alle persone adulte.

Clicca qui  (quando appare il file schiaccia il tasto F5 e vedrai la presentazione): –> Copia di Fascinant…._bjm

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Novità

2010/02/10

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

a confronto sul Web

 

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

Troverai anche altri tre miei libri,

in particolare

La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Solo l’uomo può illudersi che ci sia l’identico, può cercare attraverso le dittature di produrlo, può – con follia omicida – credere di esserlo e di doverlo essere.

Dio è la diversità, crea l’essere di creature tra loro diverse, sempre diverse, stupendamente diverse, divinamente diverse.

 

 

Troppo presi dalla furia di dare un lettura politica e solo politica dell’aggressione a Berlusconi, i commentatori hanno forse dimenticato di dare una lettura psicologica dell’evento, lettura che, oltre che essere la più immediata, in questo caso è probabilmente la sola pertinente.

A quanto è dato intuire dai dati di cronaca (come al solito molto o del tutto incompetenti appaiono i giornalisti in materia psicologica) e dalle poche immagini, l’aggressore, Massimo Tartaglia di 42 anni, è una personalità gravemente problematica, sofferente da molti anni, quindi in condizioni di cronicità; parrebbe vittima di un quadro psicotico o quanto meno caratterizzato da forti nodi psicotici.

L’aggredito, Silvio Berlusconi di 73 anni, secondo la moglie è, a propria volta, soggetto malato e bisognoso di cure. In effetti, da molti dei suoi comportamenti, parrebbe personalità caratterizzata da un narcisismo accentuato, forse inquadrabile in un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) (confronta altri miei post in questo blog), diagnosi pienamente verificabile soltanto all’interno di un competente rapporto clinico, il quale tuttavia viene rifiutato dal diretto interessato. Nel senso della verifica del reale stato di salute di Berlusconi (proprio a partire dalla parole di Veronica) si muoveva una delle 10 domande de “la Repubblica”, alla quale il Presidente del Consiglio si è sottratto. Peraltro va notato che, se davvero Berlusconi soffrisse di DNP, rientrerebbe proprio nelle caratteristiche di tale patologia sottrarsi a ogni verifica e cura, con sdegnoso senso di onnipotenza.

Se in gioco non ci fosse l’esigenza giornalistica di comprendere il più possibile quanto sta avvenendo con tutte le non irrilevanti conseguenze sociali, politiche, istituzionali, economiche, che quanto sta avvenendo comporta per tutti noi, la competenza psicologica e psicoterapeutica tacerebbe di fronte alle richieste della competenza giornalistica. Invece, proprio in nome del diritto politico e civile della comprensione, occorre dare precedenza alla competenza giornalistica e procedere sia pure sulla base di ipotesi, di quelle tuttavia che allo stato dei fatti possono apparire le più plausibili e pertinenti. E, ripeto, le ipotesi che con più legittimità emergono sono proprio queste: che l’aggressore presenti un quadro più o meno gravemente caratterizzabile come psicotico; che l’aggredito presenti un quadro di tipo narcisistico. La domanda che ne esce sarebbe allora questa: perché uno psicotico aggredisce un narcisista?

Di fronte a una domanda di questo tipo, uno psicoterapeuta clinico comincerebbe probabilmente così:

  1. difficilmente uno psicotico, fosse anche sofferente di psicosi reattiva, aggredisce di propria iniziativa. Se lo fa, è perché nel proprio vissuto sta – a torto o a ragione – rispondendo a un comportamento che egli vive come aggressione prossima e fortemente invasiva, alla quale non può in alcun altro modo sottrarsi;
  2. difficilmente uno psicotico, fosse anche sofferente di psicosi reattiva, aggredisce persone al di fuori dell’ambito familiare. Se lo fa, è perché l’aggressore appare al suo vissuto come così vicino da risultargli familiare o comunque sovrapponibile a una figura familiare e identicabile come questa figura (per esempio identificabile come la propria madre troppo divorante o troppo abbandonica oppure come il proprio padre troppo svalutante e castrante o – al contrario – eccessivamente esigente).

Da parte propria, la personalità narcisistica tende proprio a identificarsi con l’altro e nell’altro, invadendolo, snidandolo, provocandolo (cioè, letteralmente, “chiamandolo innanzi a sé” fino a considerarlo sé stesso), aggredendolo o con seduzione manipolante o con appellativi svalutanti e comunque non empatici. La personalità narcisistica tende a fare corto circuito tra sé e l’altro da sé, proiettando sull’alto da sé sé stesso: se l’altro accetta di subire la proiezione, è bravo; se non lo fa, è un niente o, per usare appellativi berlusconiani, è un “coglione” o un “farabutto”, che può soltanto precipitare nell’abisso annullante della “vergogna” (altro vocabolo tipicamente berlusconiano). È come se la personalità narcisistica ragionasse soltanto in bianco e nero, senza tenere alcun conto delle sfumature, della infinita gamma dei grigi intermedi: o sei la mia proiezione e allora esisti e hai diritto di esistere; o non sei la mia proiezione e allora non esisti e non hai diritto di esistere.

Di fronte a dinamiche di questo tipo, la personalità psicotica cerca di sottrarsi il più possibile, dato che la sua strategia abituale è quella dell’evitamento dell’incontro con l’altro, soprattutto con l’altro percepito e vissuto come eccessivamente invasivo. Bene lo sanno i clinici, che cercano di evitare il più possibile ogni prematuro o eccessivo avvicinamento nei confronti della personalità psicotica.

Un uomo politico dovrebbe, più di ogni altro, conoscere e sapere gestire l’esatto senso della distanza, partendo prima di tutto da una adeguata conoscenza di sé e della propria personalità (sia in sé stessa sia per come può venire percepita e vissuta dall’altro). Se non lo fa, è un dilettante della politica, soprattutto della politica attuale, così giocata sulla immagine di sé e sulle modalità di esposizione e di impatto che l’immagine di sé può o non può avere.

È dunque del tutto sconsigliabile l’attività politica di immagine e di esposizione a personalità con problemi narcisistici non risolti. Rischiano di proiettarsi troppo sulla “platea”, sulla “folla”, sulla “gente” (metto le virgolette per evidenziare il comune genere femminile di questi termini), come se fossero madri, con le quali occorre essere i più seduttivi e manipolatori possibile, ma dalle quali è impossibile separarsi. Rischiano di avere così bisogno dell’ “incontro”, del “contatto”, del “consenso”, del “voto” (metto le virgolette per evidenziare il comune genere maschile di questi termini), da doverlo continuamente cercare, provocare, evocare, chiedere, richiedere, in una ossessiva ricerca di sé, proprio e solo a partire da quell’incontro, da quel contatto, da quel consenso da quel voto, in una crescente e quasi maniacale dipendenza da essi. Con tale dinamica in atto, come può una personalità narcisistica non impattare prima o poi nel controtransfert di una personalità psicotica? Basta sfogliare un qualunque libro di storia per accorgersi quanto sia frequente l’uccisione – tentata o, purtroppo, riuscita – del Re, del Monarca, del Potente o, comunque, di colui, che come tale sia o possa essere vissuto. Il regicidio non è solo un atto o un progetto politici. È spesso, molto spesso, il prodotto di una dinamica esclusivamente psicologica. Che poi, a un livello più complesso, il regicidio politico possa nascondersi dietro l’azione del pazzo di turno, lasciando per esempio che questi agisca e appaia come l’unico attore, anche questo la storia ci dice (ma questo appartiene alle pagine più nere, complesse e micidiali della storia).

Se una personalità narcisistica fa politica, avvicinandosi troppo, prima o poi, incontrerà una personalità psicotica, che si vivrà come aggredita, troppo aggredita, così aggredita, da non potere non rispondere, a propria volta, con l’aggressione, al di qua di ogni premeditazione, scagliando il primo oggetto che capita, magari quel souvenir che si stava per portare a casa alla propria madre o al proprio padre, per fare vedere loro dove si era riusciti ad arrivare.