Ricevo da un amico la lettera che qui sotto riporto, scritta da Abdallah, un palestinese in carcere perché accusato di incitamento alla violenza. Mi pare di estrema attualità e applicabilità, dato che anche da noi c’è chi vorrebbe leggere come violenza anche quello che non è violenza. Violento e fascista è ogni potere che ha bisogno di dare del violento a qualcuno, speculando anche preventivamente su violenze che è soltanto il potere ad auspicare.

Dal carcere israeliano di Ofer, ci giunge la lettera struggente e colma di dignità di Abdallah, a cui con riconoscenza e profondo rispetto diamo tutto lo spazio che merita. Decisamente “A VOCE ALTA”! Paradossalmente accusato di ‘incitamento alla violenza’ Abdallah ci ricorda il prezzo che purtroppo non dovrebbero proprio pagare coloro che nella lotta non violenta credono, nonostante tutto.”

Incitamento alla nonviolenza

di Abdallah Abu Rahme

leader della resistenza nonviolenta del Comitato Popolare di Bili’n,

Carcere israeliano di Ofer.

Era la Giornata Internazionale dei Diritti mani, un anno fa, quando alcuni soldati dell’Israeli Defence Force hanno fatto irruzione nel nostro appartamento di Ramallah, nel cuore della notte, e mi hanno portato via da mia moglie Majida, dalle nostre figlie, Luma e Layan, e da mio figlio Laith, che all’epoca aveva appena 9 mesi. Come Coordinatore del Comitato Popolare di Bil’in contro il Muro e gli insediamenti illegali israeliani sono stato accusato di “organizzazione di manifestazioni illegali” e “incitamento alla violenza”. Le “manifestazioni illegali” si riferiscono al movimento di resistenza nonviolenta che il mio villaggio ha portato avanti negli ultimi sei anni contro il muro israeliano dell’Apartheid, che è stato costruito sulla nostra terra.

Ho trovato strano che una Corte militare potesse fare appello alle nostre manifestazioni illegali e ritenermi responsabile per avervi preso parte ed averle organizzate, dopo che la più autorevole autorità legale del mondo – la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja – ha stabilito l’illegalità del muro israeliano all’interno del Territori Palestinesi Occupati, e che per questo dovrebbe essere smantellato. Anche la Corte Suprema Israeliana ha stabilito che il tracciato del muro, a Bil’in, è illegale.

Sono stato accusato di aver incitato alla violenza: anche questo è sconcertante. Se check point, chiusure, barriere, continuo furto della terra, muro e insediamenti, raid notturni nelle nostre case e violenta repressione delle nostre proteste non incitano alla violenza, che cosa fanno allora?

Nonostante la costante occupazione e l’intenso incitamento alla violenza a Bil’in, noi abbiamo scelto un’altra strada. Abbiamo deciso di protestare in modo nonviolento, insieme ai nostri sostenitori israeliani e internazionali. Abbiamo scelto di farci portatori di un messaggio di speranza e di reale unità tra palestinesi e israeliani contro l’oppressione e l’ingiustizia.

Ed è questo messaggio che il sistema dell’occupazione sta tentando di schiacciare attraverso le sue tante istituzioni, tra cui le Corti militari. Un funzionario dell’esercito israeliano ha spudoratamente dichiarato al mio avvocato, Gaby Lasky, che l’obiettivo dell’esercito con la mia condanna è quello di “porre fine” a queste manifestazioni.

Il reato di incitamento alla violenza per il quale sono stato condannato è definito nel decreto 101 della Legge militare, che riguarda il divieto di compiere azioni ostili di propaganda e incitamento come “Il tentativo, verbale o di altro tipo, di influenzare la pubblica opinione nell’Area in un modo che può arrecare disturbo alla quiete pubblica o all’ordine pubblico”, e prevede una pena massima di 10 anni di detenzione. Questa definizione è talmente generica e vaga che può essere applicata praticamente ad ogni tipo di azione o dichiarazione. Allo stato attuale, anche queste parole che sto scrivendo potrebbero essere considerate “incitamento” se fossero pronunciate all’interno dei Territori Occupati.

L’11 ottobre di quest’anno sono stato condannato a 12 mesi di detenzione, più 6 mesi di “sentenza sospesa” per 3 anni, oltre che al pagamento di una multa. Io e la mia famiglia, e in modo particolare le mie figlie, stavamo contando i giorni che ci separavano dal mio rilascio.

La parte dell’accusa ha aspettato fino a pochi giorni prima dello scadere della mia condanna per appellarsi contro la mia liberazione, sostenendo che sarei dovuto rimanere in carcere più a lungo. Ho scontato la mia pena, ma sono rimasto in carcere.

Nonostante il Diritto Internazionale consideri me ed altri attivisti come “difensori dei diritti umani”, le autorità occupanti ci ritengono criminali cui devono essere negati diritti e libertà.

Durante l’anno che ho trascorso in prigione, le manifestazioni a Bil’in, Naalin, Al Ma’asara e Beit Omar sono andate avanti. Nabi Saleh e altri villaggi si sono uniti alla lotta popolare. Durante quest’anno la Campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni nei confronti di Israele perché rispetti la legalità internazionale è considerevolmente cresciuto, così come sono aumentate le azioni legali contro i crimini di guerra israeliani. Spero che presto Israele non possa più ignorare le chiare condanne che vengono pronunciate contro le sue politiche, e che arrivano da ogni parte del mondo.

Durante l’anno che ho passato in prigione, mio figlio Laith ha fatto i suoi primi passi ed ha pronunciato le sue prime parole; Luma e Layan sono cresciute, da bambine si sono trasformate in splendide, giovani ragazze.

Non ho potuto essere vicino ai miei figli, camminare tenendoli per mano, portarli a scuola come eravamo abituati a fare. Laith non mi conosce. E mia moglie Majida è stata costretta a prendersi cura della nostra famiglia da sola.

Nel 2010 i bambini di Bil’in e ovunque in Cisgiordania sono stati ancora terrorizzati nel cuore della notte, trovandosi di fronte ad armi puntate contro le loro teste. Durante tutto l’anno che ho passato in prigione, i soldati hanno condotto decine di raid notturni a Bil’in con il chiaro intento di eliminare coloro che sono coinvolti nella lotta popolare contro l’occupazione.

Provate a immaginare se uomini pesantemente armati facessero irruzione nel cuore della notte in casa vostra. Se i vostri figli venissero costretti a guardare mentre i loro padri vengono bendati, ammanettati e portati via. O se voi, come genitori, foste costretti a guardare i vostri figli subire tutto questo.

Questa settimana la porta della nostra cella si è aperta, e un ragazzo di 16 anni ci è stato spinto dentro. Il mio amico Adeeb Abu Rahmah è rimasto scioccato nello scoprire che si trattava di suo figlio Mohammad, che non vedeva da quando fu arrestato durante una manifestazione nonviolenta, 16 mesi fa. Mohammad ha sorriso quando ha visto suo padre, ma il suo volto era rosso e gonfio, la sua sofferenza era evidente. Ci ha raccontato di essere stato prelevato due notti prima da casa sua. Durante la prima notte è stato tenuto bendato e legato, spostato continuamente da un luogo all’altro. Il giorno seguente, dopo aver trascorso una nottata insonne, terribile e disorientante, è stato portato in carcere e sottoposto ad interrogatorio. Un soldato gli ha tolto la benda, e lo ha interrogato mostrandogli foto di persone del villaggio. Gli è stato chiesto chi fosse la persona ritratta nella prima, ma Mohammad ha detto di non riconoscerla. Il soldato lo ha quindi schiaffeggiato violentemente, ed ha continuato a farlo ad ogni domanda: quando Mohammad non dava la risposta che il soldato voleva, veniva schiaffeggiato, preso a pugni, minacciato.

Questo atteggiamento non è inusuale.

I giovani ragazzi del nostro villaggio sono stati spesso prelevati dalle loro case violentemente, e hanno raccontato di essere stati privati del sonno, del cibo e dell’acqua, tenuti in isolamento, minacciati e spesso percossi durante gli interrogatori. Quello che è stato inusuale nel caso di Mohammad è che non ha soddisfatto le richieste di chi lo stava interrogando ed è stato rilasciato nel giro di pochi giorni. Generalmente i bambini – proprio perché sono bambini – dicono qualsiasi cosa chi li interroga voglia sentire, purché le violenze finiscano. Adeeb, io e migliaia di altri prigionieri siamo stati incarcerati sulla base delle testimonianze forzate o estorte a questi bambini. Nessun bambino dovrebbe ricevere questo genere di trattamento.

Quando il bambino usato come teste contro di me ha ritrattato ciò che aveva detto durante l’interrogatorio, facendo presente al giudice militare che le sue testimonianze erano state estorte, il giudice lo ha dichiarato “testimone ostile”. Adeeb Abu Rahmah e io siamo stati i primi ad essere accusati di incitamento e partecipazione a manifestazioni illegali dall’epoca della prima Intifada. Ma, sfortunatamente, sembra che non saremo gli ultimi.

Mi chiedo spesso cosa i leader israeliani pensino di ottenere se riusciranno nel loro intento di sopprimere la lotta popolare palestinese. È forse possibile che credano che la nostra gente possa abbandonarla in silenzio, restando a guardare mentre ci viene tolta la terra? Credono forse che potremmo guardare in faccia i nostri figli e dire loro che, come noi, non conosceranno mai la libertà? O forse preferiscono la violenza e la soppressione della nostra forma di lotta nonviolenta per nascondere i loro furti continui, e per avere il pretesto per continuare ad usarci come cavie da laboratorio per le loro armi?

Luma, la mia figlia maggiore, aveva 9 anni quando sono stato arrestato. Adesso ne ha 10. Dopo il mio arresto ha iniziato a partecipare alle manifestazioni del venerdì nel nostro villaggio. Ogni volta, porta con sé una mia foto, che tiene fra le mani. Gli adulti cercano di stare attenti che non le capiti niente, ma io continuo a preoccuparmi per la mia piccola ragazza. Vorrei che potesse semplicemente godersi l’infanzia come tutti gli altri bambini, che potesse studiare e giocare con i suoi amici.

Ma attraverso il muro e il filo spinato che ci separano, sento mia figlia lanciarmi un essaggio che dice: “Papà, loro non ci possono fermare. Se ti portano via noi saremo qui a prendere il tuo posto e continueremo la nostra lotta per la giustizia”.

Questo è il messaggio che io oggi voglio mandarvi. Al di là dei muri, del filo spinato e delle sbarre di una prigione che tengono separati palestinesi e israeliani.

(Traduzione in italiano a cura di Cecilia Dalla Negra e Luisa Morgantini , Associazione per la Pace e Rete Internazionale per la resistenza nonviolenta palestinese)

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