Di fronte alla malattia siamo tutti clandestini indifesi – 06/02/’09

In questi due mesi ho scritto pochissimo su questo blog. Sono giorni di profondo tremendo dolore. Ho preferito il silenzio. Ogni giorno di più l’assurdo della barbarie si fa avanti, uccide il nostro stato, nega la democrazia, esclude la libertà. Pare che la menzogna e l’ingiustizia trionfino ogni giorno di più, lasciando impuniti i potenti, i bugiardi e i prevaricatori, rendendo sempre più deboli i deboli e poveri i poveri.

Riprendo la parola oggi, perché come terapeuta non posso, non devo, non voglio tacere. Ieri al Senato è stata approvata la regola secondo la quale i medici non saranno più vincolati al segreto, ma saranno “liberi” di denunciare gli extracomunitari clandestini che si rivolgono loro (suppongo e temo che la regola riguardi anche gli psicoterapeuti, dato che la loro funzione terapeutica rientra, come quella medica, nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale). Si tratta di un evento gravissimo, perché, se fosse approvata anche dalla Camera, una siffatta norma prevaricherebbe la piena possibilità del rapporto terapeutico. Con che fiducia un essere umano fragile quale è un clandestino in un mondo ignoto potrà rivolgersi a un medico o a un terapeuta? Dovrà temere colui al quale si affida chiedendo aiuto? Dovrà, sospettando di lui, rifuggire da lui negandosi la possibilità di essere aiutato a vivere, a non morire, a non soffrire, a guarire?

Più l’essere umano è debole, spaesato, povero, più va difeso e garantito nel suo diritto ad accedere – pienamente, senza alcuna condizione e senza alcuna paura – alla cura, alla terapia, alla possibilità della salute e della guarigione. È un diritto inviolabile che tocca l’essere uomini prima di ogni status anagrafico, giuridico, civile, sociale, religioso, culturale.

Per quanto riguarda in particolare la mia professione, finora, che io sappia, soltanto in un caso è previsto l’obbligo della denuncia (e direttamente alla Procura della Repubblica): il caso di abuso su minore (anche soltanto del sospetto dell’abuso); tra l’altro tale obbligo riguarda soltanto l’operatore del servizio pubblico, non – per esempio – lo psicoterapeuta che operi in una studio privato. In tale modo si afferma un principio, a mio avviso irrinunciabile per ogni società civile: persino di fronte a una patologia così potenzialmente dannosa, devono esistere uno spazio e un tempo (quelli del setting) non violabili da qualsiasi altra logica che non sia quella del dritto del malato a farsi curare. Se questo diritto vale persino per chi, disturbato a livello psichico, abusa di minori, perché non deve valere per chi, malato o timoroso di esserlo, sia un extracomunitario clandestino?

Anche senza che si entri nel merito del prevedibilissimo aprirsi di un parallelo mercato clandestino della sanità e di tutti i grossissimi rischi che questo verrebbe a produrre, risulta gravissimo – ripeto – porre dei limiti e delle condizioni alla possibilità di un vero rapporto terapeutico tra il malato e il suo medico e terapeuta. Lo stato, qualsiasi stato, non può né deve porre tali limiti. Spero che gli ordini professionali si facciano sentire con chiare e inequivocabili prese di posizione, dato che il segreto professionale sarebbe gravemente e radicalmente messo in gioco, se tale regola divenisse legge. Sarebbe come se una legge obbligasse gli avvocati difensori a denunciare il loro cliente che confessasse loro la propria colpevolezza. Un avvocato, come uno psicoterapeuta del servizio privato, può non accettare – comunque motivandola – la presa in carico di un caso, ma, se tale presa in carico c’è, egli è tenuto al segreto professionale, a costo della sua stessa vita. Nel caso di un medico non c’è neppure la discrezionalità della decisione della presa in carico: egli deve curare chi chiede il suo aiuto e la sua cura.

Prima ancora che un principio di civiltà, in gioco c’è un principio di umanità, che sta prima di ogni altro principio, prima di ogni sicurezza. Di fronte alla malattia siamo tutti clandestini indifesi.

Stamani, camminando per strada, avevo la netta sensazione che alla gente non interessasse granché di quanto sta avvenendo, dei diritti sempre più minacciati, della libertà sempre più a rischio, della umanità sempre più negata. Pochi, credo, sapevano di quanto ha deciso ieri il Senato della nostra Repubblica. Nessuno ne parlava. Mi sono sentito anch’io clandestino nel mio paese, nella mia umanità, nella mia libertà.

 

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