Da persone che lavorano a Kabul e che hanno grande esperienza di politica internazionale ricevo questa nota:

Al momento la sensazione è di incredulità. È una situazione surreale.

In queste sere stiamo guardando un telefilm americano sull’antiterrorismo. Beh, con l’arresto dei nostri amici la realtà ha superato la fiction. La spregiudicatezza, la malafede e l’arroganza di chi non protegge tre operatori umanitari italiani hanno un odore peggiore di qualsiasi cattivo cattivissimo del cinema.

Forse è questo il vero potere del XXI secolo. Far credere che certe cose possano succedere solo in TV, che se rifiutiamo di vedere ciò che succede nel mondo il mondo non ci verrà mai a cercare, che se saremo dei buoni consumatori nessuno ci chiederà l’impegno e la fatica di essere dei buoni cittadini.

Noi stiamo con Emergency.”.

Quanto a me, penso che l’accusa di terrorismo contro i tre medici di Emergency vada inquadrata all’interno della politica russa in Asia centrale.

I recenti fatti di terrorismo in Russia, puntualmente attribuiti alle popolazioni del Caucaso, i disordini in Kirighizistan pilotati da Putin (vedi la lucidissima analisi di Enrico Piovesana in http://it.peacereporter.net/articolo/21236/Ombre+russe+sul+Kirghizistan ) testimoniano la continuazione e l’allargamento oltre la zone del Caucaso di quella politica di Putin e Medvedev che Anna Politkovskaja denunciò al prezzo della propria vita: nelle zone alla periferia sud della Russia, importanti per il petrolio, il gas e/o per la loro posizione strategica, si creano e/o favoriscono governi deboli, altamente condizionabili e manipolabili, che lascino liberamente agire bande pilotate e agenti russi; poi, giocando ad arte sulla diversità religiosa, si creano e/o favoriscono le condizioni del terrorismo, impedendo ogni vera politica di evoluzione e di dialogo e distruggendo – con modalità proprie dei genocidi – il tessuto sociale di quei paesi con uno stato di guerra, violenza, sopraffazione permanenti. Si giustifica così ogni tipo di risposta, contrabbandondola come “antiterrorismo”, il tutto gestito, più o meno surrettiziamente, dai servizi segreti russi, che, se il terrorrismo proprio non c’è, lo provocano. Talora si fa in modo che il terrorismo colpisca lontano dalle zone di provenienza dei presunti terroristi, come è avvenuto il 23 ottobre del 2002 al teatro di Mosca dove andava in scena il musical Nord-Ost: “le autorità sapevano dell’attentato e hanno collaborato alla sua preparazione” (Anna Politkovskaja, Per questo, p. 362). Anche negli attentati dei giorni scorsi deve essere accaduto qualcosa di analogo, vista l’oggettiva assoluta impossibilità che qualcosa di nascosto avvenga in un regime così controllato, soprattutto in ordine a problematiche di questo tipo. Il terrorismo serve, perché senza terrorismo non ci sarebbe antiterrorismo; e senza antiterrorismo, non ci sarebbe la legittimazione dell’attuale stato di regime e di polizia putiniano, né ci sarebbe lo sfruttamento delle risorse e delle posizioni strategiche a favore di Putin e Medvedev, delle loro bande e mafie. I fatti del Kirghizistan testimoniano che in atto c’è l’allargamento di quanto da troppi anni sta già avvenendo nel Caucaso in Cecenia e dintorni.

Che c’entra tutto ciò con i tre medici di Emergency accusati di terrorismo?

L’amicizia e l’allenza con Putin sono oggi probabilmente la carta più forte rimasta in mano a Berlusconi per evitare di essere scaricato dai poteri forti che finora l’hanno favorito e sostenuto e che ora non lo considerano più gestibile, né affidabile.

L’accusa di terorrismo appioppata sui tre innocui medici puzza parecchio e puzza proprio da un lato di puro stile caucasico-putiniano, dall’altro di avvertimento mafioso. Parimenti la debole, ambigua, oscura risposta di Frattini ricorda proprio le risposte dei ministri putiniani e sa tanto di “dico, non dico”, “posso, non posso”, “faccio, non faccio”, “avverto, non avverto”. Che altro dire se un tipo freddino e tutt’altro che mistico come il Ministro degli Esteri Franco Frattini improvvisamente viene colpito da compulsivo bisogno di pregare, per giunta di pregare per persone la cui assoluta buona fede nessuno meglio di lui dovrebbe conoscere, senza il minimo dubbio e senza alcun bisogno di ricorrere alla preghiera? Invece, ecco cosa – in modo assurdo o apparentemente assurdo – dice Frattini: “Prego con tutto il cuore che quelle accuse non siano vere, prego con tutto il cuore da italiano perché l’idea che possano essere degli italiani per i quali anche una parte di quelle accuse siano vere mi fa rabbrividire: quando vi sono accuse gravi bisogna accertare la verità”.

Subito dopo i fatti kirghisi, gli accordi nucleari tra Obama e Medvedev e il complessivo aumento di potere internazionale della Russia in ordine all’Iran, che ci potrebbe essere di meglio di un “avviso” berlusconiano a chi lo possa fare fuori, magari proprio partendo dall’Afghanistan? Magari è come se, lasciando o facendo troppo facilmente piovere addosso ai tre medici l’improbabile accusa di terrorismo, si volesse ricordare a qualcuno che si è forti come Putin e che, oltre a portarne il giaccone (confronta 2010/01/12 – Perché Berlusconi mette il giaccone di Putin. Why Jacket Putin (analisi psico-antropologica) ) e a utilizzarne il lettone, si possono anche adottarne i metodi e perseguirne i fini, soprattutto se – e questo è quel che conta – si è forti della sua amicizia e dell’accesso agli archivi segreti suoi e del suo (e proprio) amico Lukashenko.

In questa luce si spiegherebbe anche perché si sia data così poca rilevanza alla tanto eroica quanto – sotto molti aspetti – strana morte di Pietro Colazzo, l’esperto e bravissimo agente dei Servizi ucciso a Kabul poco più di un mese fa e seppellito in Italia senza le solite roboanti grancasse berlusconiano-mediatiche.

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Novità

2010/02/10

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

a confronto sul Web

 

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

Troverai anche altri tre miei libri,

in particolare

La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Che dite? Hanno ragione i telegiornali? Sono davvero “disgraziati”, “insensibili” e “barbari”, i manifestanti di ieri a Milano per i quarant’anni dal massacro fascista di piazza Fontana del 12-12-1969?

Guardando i telegiornali pro-Berlusconi, di-Berlusconi, filo-Berlusconi e quasi mai correttamente critici nei confronti di Berlusconi e del suo governo, pareva che il vero obiettivo dei manifestanti fossero i parenti delle vittime, “indegnamente colpiti nel loro dolore” dai fischi di chi protestava, specialmente durante il minuto di silenzio.

Nessuno ha detto chiaramente due cose:

  1. i manifestanti protestavano non contro i parenti delle vittime, ma contro quarant’anni di silenzio, di omertà, di complicità da parte di chi doveva parlare e non ha parlato, di chi doveva capire e non ha capito, di chi doveva indagare e fare giustizia e non l’ha fatto, di chi doveva rispondere e non ha risposto, di chi doveva dimettersi e non si è mai dimesso, di chi doveva pagare e non ha mai pagato. Protestavano contro tutti quei politici, governanti, amministratori che nel corso di questi quarant’anni si sono sottratti alle loro responsabilità, limitandosi a commemorare senza mai dare e fare giustizia. Protestavano in particolare contro questo governo e contro i suoi sodali locali, i vari Moratti, Podestà e Formigoni, perché questo governo agli occhi di molti appare, forse più degli altri, figlio di quei “poteri forti”, che da quarant’anni cercano di immobilizzare e monopolizzare lo stato, le istituzioni, negando la democrazia, uccidendo la vita civile, usando anche il terrorismo pur di affermarsi;
  2. i parenti delle vittime non sono certo gli unici ad avere sofferto in questi quarant’anni. Con loro e forse più di loro hanno sofferto la libertà, la democrazia, l’intelligenza, la verità, la speranza, la voglia di vivere, amare, progettare, costruire. Hanno sofferto le generazioni che in questi quarant’anni non hanno avuto un paese praticabile, dove la legge, la giustizia, la partecipazione fossero possibili, dove i giovani potessero vedere e vivere la speranza di esserci e di essere.Solo la peggiore logica può pensare e tentare di fare pensare che i soli colpiti siano i parenti delle vittime. Si ragiona così soltanto nei luoghi dove la mafia e la barbarie del potere riesce a privatizzare a tale punto il dolore da indurre a pensare che soffre solo chi è colpito direttamente nella persona o nella parentela. È questa la logica dei lager e dei gulag, dei luoghi dove la negazione della libertà è totale, dove sei costretto a non vivere più, dove sei giorno dopo giorno prosciugato d’umanità, fino a pensare solo a sopravvivere tu e solo tu, dove nessuno – forse neppure i tuoi parenti – ti interessano più.

Non conosco i parenti delle vittime di Piazza Fontana. Ma, se fossi uno di loro, probabilmente avrei avuto meno difficoltà a stare giù dal palco e a urlare contro chi è bravo solo a commemorare.

Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.

La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.

Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.

A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.

Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.

Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.

Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.

I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.

Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?

Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.

Albert Schweitzer

Albert Schweitzer

Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.

Come era prevedibile (e questo blog l’aveva detto), riecco le bombe, con l’esplosione a Milano, davanti alla caserma “Santa Barbara” (che è? Una minaccia di nuove esplosioni?).

Cui prodest? A chi giovano bombe di questo tipo? O – meglio – a chi si spera che giovino? Da parte di chi si spera? Chi vuole che lo scontro si sposti sulle esplosioni, togliendolo da istituzioni e da piazze per molti non più tanto facilmente gestibili? La storia degli ultimi decenni dovrebbe avercelo largamente insegnato a chi fanno gioco azioni di questo tipo.

Quegli stessi poteri che hanno lasciato crescere e hanno sostenuto la “cosa Berlusconi” (mafie nazionali e internazionali, tutta la criminalità a queste connessa, P2, industria del riciclaggio, indistria delle armi, industria della droga, industria del commercio degli esseri umani, parte corrotta e collusa del Vaticano, delle istituzioni, dei servizi segreti, della imprenditoria, della finanza, della economia), hanno oggi interesse a riaffermare la propria egemonia al di là di Berlusconi, oltre Berlusconi, dopo Berlusconi. Sono poteri che nei momenti critici hanno bisogno del terrorismo come i pesci dell’acqua: li legittima agli occhi degli sprovveduti, dà loro l’alibi di un nemico da combattere e sconfiggere. Chi si presenta come vetraio, ha interesse che i vetri non restino intatti, come ben ricordava il “comunista” Charlie Chaplin nel film Il monello.

Certo, può davvero essere l’azione di qualche terrorista o presunto tale. Ma, anche in questo caso, si può benissimo lasciarlo agire, non prevenirne l’azione, non identificarlo prima. Ciò che conta è – purtroppo e soprattutto – valutare quali e di chi sono gli interessi politici a lasciare accadere il terrorismo, quasi a “dosarlo”, come già a suo tempo disse Emuanuele Severino in Techné. Le radici della violenza.

Nei mesi scorsi le dichiarazioni, per esempio, di Ciancimino junior hanno affermato la collusione tra mafia bombarola, politica e parte dei servizi segreti, causa tra l’altro – a quanto pare – della morte di Paolo Borsellino. Nei giorni scorsi sull’argomento sono intervenuti in vario modo, ma sostanzialmente a conferma, sia l’ex guardasigilli Claudio Martelli (ad “Annozero”), sia l’ex Ministro degli Interni ed ex Presidente del Consiglio e della Repubblica Francesco Cossiga. Sempre nei giorni scorsi si è pure parlato di presenza – subìta o lasciata agire o invocata – nel nostro paese di servizi segreti di paesi stranieri, come del resto già il caso Abu Omar aveva affermato.

Il quadro internazionale è anch’esso congruo alla possibilità dell’acting out bombarolo da parte dei poteri sopraccitati. Da un lato l’ulteriore affermazione di Obama a seguito del Nobel per la Pace e, dunque, l’avviarsi sempre più deciso e probabile dell’exit strategy obamiana dall’Afghanistan, dall’altro la sempre più ferma azione dei media europei e della UE contro l’affermazione in Italia del berlusconismo autoritaristico e becero, impongono ogni ora di più ai poteri forti quanto questo blog già da parecchio ha detto: fare fuori Berlusconi in modo più o meno soft (proprio nei giorni scorsi – guarda caso – non si è forse parlato di attentato al “Premier”?), così che dietro il polverone della liquidazione di “Superman”si possa rifondare più forte che mai il potere, dando per giunta l’impressione che tutto sia cambiato.

Se è vero, come è vero, che l’approvazione del DL detto “scudo fiscale” favorisce, tra gli altri, i grandi evasori fiscali più o meno direttamente collegati alle mafie internazionali e nazionali, alla industria della droga, delle armi, del riciclaggio, del commercio di uomini e donne, alla P2, alla parte  corrotta del Vaticano e del “mondo cattolico”, alla parte collusa delle istituzioni, della economia e della finanza, allora il parlamento ieri ha oggettivamente favorito questo poteri. Non solo: oggettivamente (spero non soggettivamente) ha demotivato gli onesti, quelli che amano lo stato e le istituzioni di questo nostra povera patria.
Non posso e non voglio valutare la soggettività delle responsabilità e dei comportamenti di chi ha votato e di chi non ha votato. Ma, alla luce dei fatti, posso e voglio dire che oggettivamente il parlamento è a favore dei poteri prima citati. E non lo è soltanto in quanto espressione della maggioranza che ancora fa, almeno formalmente, capo alla “cosa Berlusconi”. Lo è anche in quanto espressione di quella maggioranza formalmente non ancora costituita, ma già di fatto operante, che è ormai nel dopo Berlusconi. E lo è sciaguratamente pure in quanto espressione di una minoranza che in varia misura e con varia modalità (per esempio l’assenza fisica) non ha impedito, come i numeri avrebbero consentito, di rigettare lo “scudo fiscale”.
Che l’esistenza di una vera democrazia oggi in Italia sia tutta da dimostrare, è ormai un dato oggettivo, visto che ormai è oggetitvamente chiaro che esiste una maggioranza trasversale che lascia passare ciò che oggettivamente favorisce i poteri di cui sopra. Questa blog l’aveva già intuito e detto. 
In più oggi il parlamento ha lanciato un messaggio gravissimo e arrogante, che è necessario vedere, dire e denunciare. L’ha lanciato non solamente attraverso le assenze di deputati della minoranza; l’ha lanciato – a mio avviso – soprattutto attraverso le numerose assenze di deputati della maggioranza. Alcune di queste sono magari dovute ad auspicabili rigurgiti di buona coscienza. Molte altre hanno di certo, a parere di chi scrive, ben altro significato di violenza e arroganza: attraverso di esse i “poteri forti” vogliono mostrare e dimostrare che possono fare a meno di utilizzare tutti i voti della maggioranza ufficiale; al paese e a tutte le persone ancora pulite nel parlamento e fuori vogliono chiaramente dire questo: “guardate che comandiamo noi, che qualunque sia la maggioranza ufficiale e formale, la vera maggioranza siamo noi in modo del tutto trasversale. Non siamo noi a dipendere dalla maggioranza o dalle maggioranze; al contrario è la maggioranza, sono le maggioranze, non importa quali, a dipendere da noi”.
So che si tratta di affermazioni terribili, ma sono i fatti a dirle. Io, semmai, non faccio che leggerle, cercando di interpretare i fatti con tutta la chiarezza e l’onestà intellettuali di cui sono capace. Se esiste un’altra possibilità di interpretazione e di lettura dei fatti, che sia più coerente e logica di questa, il primo a essere contento di potere cambiare idea sono io. Non è certo piacevole dovere vedere il proprio paese andare alla malora e lo stato allo sfascio.
Non so che farà Giorgio Napolitano nei limiti che la Costituzione gli attribuisce. Di certo la sua posizione e la sua responsabilità sono tutto meno che invidiabili.
Se davvero le cose stanno come penso, un’eventuale troppo decisa opposizione al DL da parte della Presidenza della Repubblica potrebbe fare riesplodere la strategia del terrore, cosa che senz’altro Napolitano sa e giustamente teme. D’altro canto, se la Presidenza della Repubblica, non interviene in qualche modo politicamente saggio, cade del tutto la saracinesca e addio democrazia. Ripeto, quella di Napolitano non è una scelta facile. Deve trovare una soluzione politicamente creativa, che permetta alla democrazia di avere almeno la possibilità della sopravvivenza della speranza.
I tempi sono molto, molto bui. Paradossalmente a darmi un barlume di speranza è proprio l’arroganza dei poteri forti, il fatto che, come ho detto sopra, vogliano fare sapere che gestiscono una maggioranza trasversale e che possono anche fare a meno della maggioranza ufficiale. A chi vogliono farlo sapere? Di certo non direttamente o soltanto a un paese tanto disattento e tanto ignorante e demotivato in politica.
A chi vogliono farlo sapere? Perchè hanno bisogno di farlo sapere?
La storia – spesso storia, oltre che di corruzione, anche di sangue, bombe o  omicidi – ci insegna che, quando i poteri forti hanno “bisogno” di affermare la propria esistenza e la propria forza, significa che sono in crisi, che qualcosa non va al loro interno, che qualcosa non tiene. In particolare a dircelo è la storia della mafia: sta bene e agisce, soprattutto quando non appare.
Penso che a pesare nel gioco sia soprattuto la situazione internazionale: la necessità che i poteri forti hanno di rapportarsi con la UE e con la nuova amministrazione americana partendo da una situazione di forza interna la più forte possibile, a costo di essere fin troppo palesemente arroganti.
Ma, ripeto, questo può essere anche la debolezza dei poteri forti. Lo spero vivamente.