Dal Rapporto Eures appena reso pubblico: a) nel 2008 un omicidio su due matura in ambiente familiare; b ) vittime sono quasi sempre le donne; c) le relazioni familiari sono messe sotto accusa; d) il rapporto di coppia è sempre più critico, con esiti spesso devastanti.

A ciò si aggiunga quanto dice la cronaca: per esempio solo ieri due omicidi familiari.

Come blogger ho più volte denunciato l’implosione della famiglia, la sua neandertalizzazione in dinamiche incestuose gravi. Di questi temi ho trattato nel mio ultimo libro Implosione. Come terapeuta so che le disfunzioni della relazioni familiari sono la genesi di gravi patologie, in particolare delle psicosi – anoressie e bulimie comprese – a esordio adolescenziale e giovanile.

Non è ora di smetterla con la mitizzazione della famiglia? Con la sua strumentalizzazione politica, religiosa, ideologica, spesso operata da persone che nei fatti di tutto si occupano meno che della famiglia?

Non è ora di aprire gli occhi e aiutarla davvero questa povera, ferita, sanguinante famiglia?

Perché pochissimi parlano della esistenza della cosiddetta “terapia familiare” (psicoterapia sistemico-relazionale), la sola in grado di fare davvero qualcosa, e dei grandi risultati raggiunti grazie a essa? Forse si teme di perdere – con la retorica della famiglia – il business degli psicofarmaci e/o il “controllo” religioso o politico delle famiglie?

Rispondo a un amico che mi invia la seguente domanda:

Un articolo del teologo tedesco dissidente, Hans Kung, pubblicato su “la Repubblica” (pag. 1 del 18 marzo 2010), invita a riflettere sulla relazione possibile, alquanto sottovalutata, e sdegnosamente rifiutata dalla Chiesa, tra condizione del celibato e pulsioni sessuali dei sacerdoti che potrebbero finire per sfociare nella pedoflia. E’ possibile postulare, in termini psicologici, che possa esistere un rapporto di causa ed effetto di questo tipo, dove la causa è il celibato dei preti cattolici reso obbligatorio e l’effetto è lo scatenarsi di abusi sessuali sui minori?”.

Prima di rispondere rammento che già questo blog ha avuto occasione di parlare di chiesa e pedofilia. Rinvio al proposito ai due post 2009/07/29 – Monumento del governo irlandese, pedofilia dei preti, Agostino Vallini e denuncia di “Avvenire” contro Berlusconi e 2009/11/27 – Anche per la pedofilia, come al solito il Vaticano tace.

Rispondo ora al mio amico: a) con una premessa filosofica, teologica e psicologica; b) con considerazioni cliniche legate alla mio professione di psicologo psicoterapeuta.

Premessa filosofica, teologica e psicologica

Sia l’uomo che Dio sono relazione. A suggerirlo, sono da un lato il sapere naturale, dall’altro quello sovrannaturale.

Per sapere naturale intendo ogni discorso che dica a partire dall’uomo e soltanto dall’uomo.

Per sapere sovrannaturale intendo ogni discorso che dica a partire dalla Rivelazione o, comunque, da un dato assunto come non falsificabile, proprio perché attribuito a Dio (e, in quanto tale, non verificabile né falsificabile scientificamente) e/o direttamente alla sua ispirazione.

Il sapere naturale, in tutti i propri maggiori registri – da quello più propriamente espressivo (in particolare la letteratura, l’arte, il dirsi storico, l’esprimersi antropologico-culturale) a quello più propriamente riflesso o teoretico (le scienze, la filosofia, l’ermeneutica) – giunge sempre più decisamente a cogliere nella relazione inter-umana il senso dell’umano (o, all’estremo opposto, il suo disperante e spaesante non senso; ma – come ben sanno i logici – ogni negazione presuppone l’affermazione che sta negando). In particolare, in filosofia, il pensiero fenomenologico, da Husserl a Sartre, a Heidegger, senza per altro dimenticare riflessioni quali quella di Martin Buber, ci ha detto dell’uomo come in-tenzione dell’essere e nell’essere e come relazione; in psicologia poi, soprattutto l’approccio sistemico-relazionale ci ha detto della relazione come dell’evento decisivo per l’attivazione, costituzione e strutturazione dell’universo psichico, al punto che la funzionalità o meno del sistema relazionale di riferimento decide della salute o della patologia degli individui.

Il sapere sovrannaturale, in particolare quello ebraico-cristiano derivante dalla rivelazione biblico-evangelica, ci dice che Dio e l’uomo sono, ciascuno a modo proprio, relazione. Quanto a Dio, la rivelazione ci parla di Lui come di una trinità di persone tra loro relazionate in modo talmente perfetto che il loro essere coincide con il loro stesso relazionarsi: il Figlio difatti è l’essere stesso del Padre nel relazionarsi con la propria divinità (relazione di “filiazione”); lo Spirito Santo è l’essere stesso del relazionarsi tra loro del Padre e del Figlio (relazione di “spirazione”). Quanto all’uomo, in Genesi, 1, 27 e in tutto Genesi, 2, la rivelazione dice dell’uomo come sostanziale relazione tra maschio e femmina: dunque non c’è uomo se non nella relazione tra le due diversità umane1, come non c’è Dio se non nella relazione tra le tre diversità divine.

Genesi, 2 inoltre parla del “peccato originale” come di un evento della coppia umana, lo descrive come dinamica della coppia umana, per cui è facilmente presumibile che anche la salvezza non possa prescindere dalla coppia umana come tale. La teologia e la dottrina poi del sacramento del Matrimonio suggeriscono notazioni formidabili: a) ponendo come “ministri” di questo sacramento gli sposi stessi, dice della relazione tra gli sposi come “segno visibile ed efficace della Grazia”, cioè come eucarestia del divino, senza alcuna altra mediazione ministeriale che non sia quella degli sposi stessi nel loro relazionarsi; b) questa unicità e questo privilegio sono propri non del sacerdozio ministeriale, ma direttamente di quello “regale”, di fatto affermando che – nel e con il sacramento del Matrimonio – il sacerdozio “regale” ha e trova “ministerialità” soltanto in sé stesso.

Pensando a tutto questo, mi pare inconcepibile pensare all’uomo prescindendo dalla relazione tra maschio e femmina. Sarebbe un’assurdità pari a quella che pretenda di dire di Dio prescindendo dalla Trinità.

Del resto Gesù prese come apostolo e “pietra” della propria chiesa Pietro, sposato e con tanto di suocera, che Gesù non mancò di guarirgli.

Non penso sia certo un caso che la Bibbia in Genesi, 1, 27 dica della relazione tra le due diversità umane (il maschio e la femmina) come dell’immagine di Dio, che – come si è detto – è relazione tra le tre entità relazionali divine. Penso perciò che l’imitazione di Cristo non possa, limitarsi alla imitazione di alcuni suoi comportamenti, ma vada ripensata molto profondamente sulla base di considerazioni di natura relazionale, non dimenticando che nell’unica persona di Gesù sono presenti sia la natura umana sia quella divina, con una tale complessità relazionale, che forse sia la teologia, sia l’ermeneutica, sia il magistero della Chiesa non hanno ancora saputo adeguatamente nè affrontare, né approfondire.

Considerazioni su base clinica

Da psicologo clinico poi mi pare assurdo che si possa pensare che nella loro giovinezza un maschio o una femmina decidano – in piena, evoluta, adeguata consapevolezza – di rinunciare alla propria identificazione primaria2, quella che unisce tra loro maschio e femmina in una relazione in-tenzionalmente piena, assoluta, spregiudicata e, nella propria spregiudicatezza, pura3.

L’esperienza clinica poi mi dà ogni giorno di più conferme in proposito. Quando, direttamente o attraverso le loro famiglie d’origine, ho avuto in terapia consacrati legati al voto di celibato o nubilato, ho sempre constatato la presenza di gravi e patogene disfunzioni relazionali, sfociate – all’interno del sistema familiare o direttamente sul consacrato – in gravi patologie psicotiche e/o borderline e/o nevrotiche. Queste famiglie presentano rigidità di sistema particolarmente gravi e patogene; inoltre, di solito, utilizzano in misura più o meno massiccia e pervasiva il riferimento alla fede (pensano alla propria sanità psichica come “provata” proprio dalla presenza in famiglia della persona consacrata) come alibi difensivo e mitico che impedisce ancora di più l’ingaggio e/o il pieno impegno terapeutici.

In particolare, da un punto di vista relazionale, queste famiglie presentano dinamiche incestuose coperte, rimosse o negate (e di solito la prima e più pesante copertura o rimozione o negazione è proprio giocata sulla convinzione che la presenza di uno o più consacrati in famiglia sia la prova che tutto vada bene, che “Dio ci è vicino”, che “siamo proprio una famiglia sana”): spesso in queste famiglie la madre o la sorella fanno da perpetua al figlio (soprattutto il primogenito) o al fratello, con una devozione e una dedizione di solito tanto idealizzate quanto ambivalenti, tali in ogni caso da coprire o rimuovere o negare la reale presenza di dinamiche incestuose. Il fatto che si tratti di dinamiche incestuose psicologiche e non fisicamente consumate, non toglie molto alla loro rilevanza relazionale; semmai ne favorisce la copertura, rimozione o negazione difensive.

Ho trovato parecchi casi nei quali il sacerdozio del figlio copriva, rimuoveva o negava la presenza di gravi disfunzioni nella relazione della coppia genitoriale. Spesso, poi, il figlio sacerdote ha come proprio padre relazionale non il padre naturale, bensì il prete del quale la madre era, per lo più inconsciamente, innamorata, non importa che fosse il parroco del paese le cui prediche ascoltava rapita o il proprio fratello sacerdote al quale era legata da dinamica tanto ambivalente, quanto inconsciamente incestuosa.

In famiglie tanto problematiche, come può il figlio accedere a una evoluzione edipica adeguata? Come può accedere a una sessualità corretta e adeguatamente evoluta, tale da portarlo a un equilibrato rapporto con l’alterità sessuale e con la propria identita sessuale? Non può allora stupire che il sacerdozio di frequente possa finire con l’essere la strategia difensiva, che copre, rimuove o nega la presenza di sessualità preedipiche, infantili, fortemente connotate da dinamiche proiettive, che possono anche facilmente portare alla pedofilia. Che poi individui, figli di famiglie con siffatte dinamiche, si ritrovino tra loro in gran numero in strutture esclusive e protette quali i seminari, non può non favorire la copertura, rimozione e negazione delle dinamiche in atto.

Se è vero, come purtroppo è vero, che spesso le madri di queste famiglie sono donne bloccate o perfino mortificate nella propria femminilità e nella espressione della propria sessualità, come si può pensare che sappiano davvero dare al padre e al mondo il loro figlio, che di solito è l’unico maschio con il quale abbiano la possibilità di relazionarsi? Ne deriva che, allora, il suo sacerdozio può essere il modo per mezzo del quale queste donne, di solito sposate con uomini spesso del tutto evanescenti, trattengono a sé il figlio, possedendolo per sempre, impedendone il parto effettivo. Dandolo “a Dio e alla Chiesa”, in realtà, lo tengono solo per sé, impedendogli il reale accesso alla donna, a sé stesso e al mondo. Per quanto inconscia e idealizzata possa essere la loro azione, in realtà vivono una maternità intransitiva, oggettivamente violenta, di cui il figlio è prima di tutto vittima. Tutto questo carico di violenza subìta, che si trova ad avere in sé, di solito porta, a propria volta, il figlio a espressioni di tanto coperta quanto oggettiva ed effettiva violenza, spesso identificata in comportamenti sessuali di abuso su donne molto deboli o su bambini, comportamenti resi spesso possibili proprio sfrutttando lo status e il potere religiosi.

Che l’obbligo del celibato ai preti possa essere, nella propria origine risalente all’ XI secolo (in un’epoca altamente critica, di tumultuosa “rinascita” demografica, sociale, politica, culturale), un dato di necessità storica dovuto alla più o meno urgente e corretta necessità di garantire una permanenza non ereditaria del potere sia politico che religioso, può essere. Ma di qui ad affermare che il celibato dei sacerdoti possa essere un valore e un bene assoluti, ce ne passa, e parecchio. Soprattutto oggi, in cui maschile e femminile possono e devono sempre più e sempre meglio relazionarsi tra loro, per potersi sempre più e sempre meglio identificare, così da aprire il mondo a una umanità sempre più e sempre meglio felice. Proprio nella speranza di questa apertura, ho scritto il mio libro La tenerezza dell’eros.

1Nel mio libro La tenerezza dell’eros ho precisato come, a mio avviso, il maschio la femmina vadano intesi come entità relazionali in senso pieno, cioè non come diversità pre-definite rispetto al proprio relazionarsi, ma come diversità che unicamente nel reciproco relazionarsi si definiscono, differenziandosi e al tempo stesso identificandosi.

2Come ho precisato ne La tenerezza dell’eros, per “identificazione primaria” intendo quella senza della quale non è possibile ogni altra autentica identficazione.

3Per quanto riguarda le cosiddette “vocazioni adulte”, che – a quanto mi si dice – sono oggi in aumento, il discorso esigerebbe una scansione ancora più mirata sulle storie individuali, così da potere verificare caso per caso l’applicabilità o meno di quanto vengo qui dicendo.

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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2010/02/10

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IMPLOSIONE

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in particolare

La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Dopo che gli uomini della scorta lo hanno fatto entrare a forza nell’auto, subito, quasi ribellandosi alla protezione, Berlusconi è voluto uscire, ergersi verso la folla. Analizzando proprio le immagini di questa azione, cerco qui di continuare nella ipotesi di lettura psicologica dell’aggressione al Presidente del Consiglio iniziata nel mio post 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita (ma vedi anche 2009/10/25 – La psicologia di Piero Marrazzo e Silvio Berlusconi, la sessualità preedipica e la gestione del potere ; Le dipendenze peggiori. “Meno male che ci sei tu”, dice con gli occhi la madre al proprio bambino [e correlato a questo “Meno male che Silvio c’è”]).

Se si parte dalla ipotesi di un uomo sofferente di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), allora la fenomenologia della scena e in particolare dello sguardo di Berlusconi in piedi all’auto è la seguente.

Il viso di Berlusconi non è più e soltanto il viso dell’uomo ferito, scioccato, sofferente. È ora il viso del bambino spaurito, improvvisamente abbandonato dalla mamma. È quel bambino a uscire dall’auto, ad alzarsi a guardare, come se con gli occhi dicesse: “dove sei, mamma?”, “perché mi lasci solo?”, “stavo proprio facendo quello che tu hai sempre voluto da me, stavo facendo l’uomo più importante del mondo, lo stavo facendo per te, al posto tuo, lasciando che tu diventassi me … e tu perché te ne vai? Lo sai che senza te, io non esisto, non ci sono. Lo sai che tu sei me e io sono te, unicamente te”, “perché mi hai schiaffeggiato, annientato, svuotato di anima?”, “e adesso la mia anima dove è?”, “rivoglio la mia anima, lasciatemi uscire di nuovo, la mia anima è la in mezzo, è la dove è partito lo schiaffo, non posso lasciare là la mia anima”, “perché volete partire, portarmi via da me stesso, dalla mia anima proiettata sulla folla?”, “vi ordino di non partire!, dove andate?, se partite, mi uccidete, mi lasciate vuoto di me stesso! Voglio restare qui, uscire, riprendermi l’anima!”.

La persona sofferente di DNP proietta il proprio Sé sull’altro, soprattutto su un altro femminile (il più possibile controllabile, passivo, indifeso, manipolabile), compreso quell’altro indistinto-femminile che è la “folla”. Per questa persona non c’è distanza tra sé e l’altro da sé, c’è solamente il proiettarsi del proprio Sé: se l’altro non accetta la proiezione e non la subisce, allora l’altro va annientato nel nulla della “vergogna”, nell’attribuzione moralmente mortificante della “invidia” e dell’ “odio”.

Quando però, nel momento stesso in cui pensava di essere totale, la proiezione grandiosa del Sé fallisce e si trova di fronte all’ostacolo imprevisto del rifiuto infrangibile, dello schiaffo inconfutabile, dell’oltraggio indifendibile, allora il Sé si smarrisce, resta lì spaesato, regredisce alla auto-percezione della propria nullità, al sentirsi quel “niente”, che probabilmente Veronica, da donna innamorata e da madre dei suoi figli, ha percepito nella profondità dell’anima di Silvio Berlusconi.

Quanto più il DNP coinvolge il versante psicotico del Sé, tanto più la proiezione del Sé è massiccia e delirante, fino al rischio della dissociazione stessa del Sé nell’onnipotenza suicida o nella schizofrenia: in tale ultimo caso il Sé proiettato finisce con l’essere colto come voce esterna, “altra”, irrimediabilmente perduta nell’orco della scissione. La dissociazione del Sé è un rischio possibile del DNP, soprattutto quando la spirale della proiezione delirante diviene un bisogno sempre più ossessivo, configurandosi come compulsione irrefrenabile, cioè come grave dipendenza.

La persona sofferente di DNP tende sempre più a ripetere sull’altro da sé quanto, da piccolo, in un’età tra i due e i tre anni, la madre – per lo più inconsciamente – gli ha proiettato addosso, investendo e invadendo il figlio dei propri bisogni di affermazione e di compensazione affettiva, sociale, esistenziale. Chi è stato ferito, ferisce, se non ha potuto elaborare e superare la ferita. Se la ferita narcisistica non è stata elaborata e superata attraverso una competente ed efficace psicoterapia, il DNP diviene sempre più grave; il Sé che ne soffre tende sempre più a ripetere in modo attivo (cioè agendo lui sull’altro o sugli altri) quella dinamica invasiva, espropriante e distruttiva, che ha dovuto subire da piccolo nella relazione con la madre.

Quel volto smarrito di bambino non poteva non colpire la tenerezza materna di molte donne. C’è cascata anche la stessa Sabina Guzzanti, che pure è donna abituata a quella capacità di stacco che genera l’ironia e la satira: “Sì, mi ha fatto moltissima pena vedere Berlusconi ferito. Ho visto il volto insanguinato. Ho visto un vecchio ferito. Quando è uscito per vedere in faccia il suo aggressore ho provato anche stima per la fierezza e ho visto anche un politico per la prima volta”. Credo che Sabina abbia confuso la ferita attuale del vecchio con quella antica, lo smarrimento del bambino con la fierezza del politico: quello che Berlusconi cercava di guardare là nel mezzo non era l’avversario politico, ma la propria anima proiettata e non accolta, data e non restituita da quel tremendo sostituto materno che per lui è la folla.

Mi pare che il commento di Walter a 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita intuisca di più la dinamica in gioco: “tra le varie immagini passate nei telegiornali, mi ha colpito molto quella del Cavaliere, che ormai ferito, si erge sul suo cavallo (la macchina blu) e va a cercare il feritore, quasi a volerlo sfidare, quasi a volergli dire: “che ti credevi, non sai che sono immortale?”. Tutto questo nonostante la nutrita scorta cercasse inutilmente di proteggerlo e portarlo in tempi rapidi all’interno della macchina”.

Il suo Sé di bambino follemente spaesato era là buttato in mezzo alla gente. Era là. E là Berlusconi guardava, come se la madre l’avesse tradito. Era per lei, come sempre, che si era esibito, che aveva recitato lo smarrirsi di sé nell’incesto seduttivo e pauroso con quella folla madre, che voleva sua, che non poteva non continuare a essere sua, come sempre, come da sempre, come per sempre. E lei, la madre-folla, l’aveva tradito, con quello schiaffo che lo smentiva, lo perdeva, lo tradiva.

Negli occhi del vecchio parlava il bambino: “Come? Tu, madre, mi tradisci? È per essere te che voglio e devo sedurre la folla. E tu mi tradisci? Mi illudi? Mi rubi l’anima, così? Dove è la mia anima? Perché mi portano via? Non posso lasciare lì la mia anima! Lasciatemi vedere dov’è. Lasciatemela riprendere. Non portatemi via. Perché, madre, questo schiaffo che mi annienta? Perché espropriarmi di me, mentre io mi perdevo in te, come al solito, come da sempre, come per sempre? È questo il mio vero dolore. È questo il mio vero morire. Madre, non mi tradire anche tu!”.

È grande e bella Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi. È come Antigone. Vuole dare senso al fratello, deporre dalla croce il suo cadavere devastato e darlo al diritto del senso e al senso del diritto. Come Antigone, ci dice che la morte non può né deve essere l’assoluto: ogni uomo ha diritto alla dignità, fosse pure la dignità della morte e nella morte. Solo così la morte non è l’assoluto della fine e la fine dell’assoluto. Solo così l’uomo è lui il fine; è lui ad abitare l’assoluto, atteso e accolto dall’assoluto. Se manca il riconoscimento di questo diritto, ogni legge della città è prevaricante, violenta, onnipotente e prepotente come sanno esserlo le leggi dell’impotenza e della barbarie. In questo Antigone è come Socrate: afferma che ogni piccola legge umana trova radice e dignità soltanto se, come suo simbolo, rinvia alla grande Legge, all’assoluto che sta dopo la morte e che, perciò, dà senso alla morte, significandola come apertura a quel senso e quei significati per i quali si può vivere e per i quali si deve sapere anche morire.

È misero e microscopico Carlo Giovanardi. È come Creonte. Vuole che la morte si fermi alla constatazione della debolezza e del limite, ne sia la sanzione e la legittimazione. Che diritti può avere un “drogato”, un “anoressico”? Forse non è neppure un uomo: se lo è, la sua umanità può essere soltanto archiviata come umanità sbagliata e abortita, colpevole di sé stessa, obbligata a morire, coperta da una compassione incapace di pietà, negata da silenzi senza verità, inquinati dalla contraddizione, dal dubbio, da probabili e necessarie omertà. Creonte è l’uomo delle piccole minuscole leggi, quelle che pretendono di dire, anche nella morte, soprattutto nella morte provocata, chi è uomo e chi non lo è. È l’antica tremenda presunzione dei fascismi e dei nazismi: solo qualcuno è uomo, solo qualcuno ha diritti, solo qualcuno è “normale”, cioè degno della norma e della legge. Gli altri, prima o dopo tutti gli altri, sono degni solo della legge che uccide, che ha bisogno di massacrare anche i cadaveri e di continuare a uccidere chi è già ucciso. Gli altri, prima o poi tutti gli altri, possono e devono soltanto essere schiacciati da leggi sempre più ingiuste, prevaricati da leggi che hanno bisogno di potenti protetti, di aguzzini legittimati, di picchiatori tutelati, di monarchi imbalsamati.

È il solito vecchio stantio artificio dei fascismi e dei nazismi: avere bisogno della morte, agire la morte, produrre la morte, identificandola come ineluttabile e forse provvidenziale sterminio del “debole” e del non “normale”. Chi non può costruire, alla fine uccide, deve uccidere, non può non uccidere, perché l’uomo o lo affermi tutto e senza condizione oppure, prima o poi, lo uccidi, devi ucciderlo, non puoi non ucciderlo.

È la pazzia di tutti i Creonte della storia. Hanno bisogno di dissociarsi: di dirsi umani quando uccidono l’uomo; di difendere le pareti e i crocefissi, mentre crocefiggono e distruggono.

Antigone venne a propria volta condannata, colpevole soltanto di avere voluto seppellire il proprio fratello, togliendone le spoglie all’aria e agli animali, immergendolo nel battesimo materno della terra e della eternità. Da Creonte venne condannata a essere sepolta viva. Come il fratello viene ucciso da una morte senza morte, così la sorella viene uccisa da una vita senza vita, E a uccidere è sempre un potere senza potere, il potere idiota e omicida dei Creonte e dei Giovanardi.

L’avvenutura di Nicholas Winton e il Vaticano ricattato

In un messaggio inviatomi oggi nell’altro mio sito Antigone scrive: “OGGI LEGGENDO IL GIORNALE MI SONO COMMOSSA PER UNA VOLTA, PER BUONE NOTIZIE SULL’ESSERE UMANO. Ecco il link, che una volta di più mi ha fatto pensare a quanto la storia abbia bisogno di persone che sanno andare oltre le “norme” del loro tempo: http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/olocausto-schindler-inglese/1.html.”

Riporto volentieri il messaggio di Antigone e il suo rinvio al link, come esempio di “buona stampa”.

Quando ero alunno delle elementari, al mio paese c’era un negozio di libreria e cartoleria chiamato appunto “Buona Stampa”. Sotto il patrocinio della Parrocchia, lo gestiva una gentile signorina, di cui purtroppo non ricordo il nome, sempre premurosa e attenta, pronta nel consiglio e preziosa nelle indicazioni. Allora i giornali e i libri erano privilegio di pochi. I ragazzi, finita la quinta classe delle elementari, andavano quasi tutti a lavorare “sóta padrù (sotto padrone)”, come si usava dire allora. Era ancora una società in gran parte contadina; le auto erano poche; solo allora si cominciavano ad asfaltare le strade interne al paese. Il libro e i giornali erano, come non mai, segno di futuro e di diritto al futuro.

Per me la “Buona Stampa” era una miniera di scoperte. Oltre ai giornali e alla riviste cattoliche, la “buona stampa”, c’erano libri per ragazzi che io ben presto mi curai di leggere tutti. Vere e proprie estasi di avventura e di futuro. Che bello!

Quanto mi piacerebbe che anche oggi ci fossero miniere di “buona stampa”, che avventura tornasse a essere il participio futuro di avvenire e che avvenire non fosse solo il nome di un giornale ferito, che, appena trova il coraggio della sia pur timida denuncia, viene massacrato dalla violenza arrogante di un potere folle, volgare, vigliacco, e non viene difeso quanto e come dovrebbe dal Vaticano troppo ricattabile e ricattato. Vorrei che ogni avvenire, sia quello che dà nome a un giornale, sia – ancora di più – quello che tocca di diritto a ogni uomo fossero diritto e dovere di ogni persona, diritto e dovere garantito e voluto da tutti, senza debolezze, senza subire ricatti di poteri mafiosi e violenti, cui ben pochi sanno opporsi. Ogni persona è l’aprirsi dei mondi e delle culture. Nicholas Winton, l’uomo inglese di cui si parla nel link donatoci da Antigone salvò, con rischio della propria vita, 668 bambini ebrei dallo sterminio nazista. Da loro sono nati generazioni, mondi, vita. E lui, Nicholas, ha il grande bellissimo privilegio di festeggiare il proprio centesimo compleanno in mezzo a coloro ai quali ha dato la vita sua e la vita loro. Il vero potere è non di chi distrugge, ma di chi con la propria vita scrive e partorisce stupende avventure, “andando oltre” le norme, cioè aprendole a sensi e significati sempre nuovi. Proprio come fece nel mito Antigone, che, “andando oltre” le norme di Creonte con sacrificio della propria vita, diede sepoltura al fratello insepolto, cosa questa che per l’antichità greca significava somma dignità. Proprio come ha fatto Nicholas Winton, riconoscendo a 668 bambini il diritto al futuro.