povera mia terra

povera terra della non speranza

quanto t’ho amata

 

da giovane

– non so se incosciente o coraggioso –

per te sono rimasto qui

per amarti e darti

tutto me stesso

(e me ne potevo andare

in altre terre libere e vere)

 

da vecchio

– è coraggio dare questo consiglio –

dico ai giovani:

partite da questa terra della non speranza

lasciate questo vuoto disperato

questo spaesato paese del nulla

 

terra amata

e purtroppo mai tradita

terra stranita

terra perduta

 

allora speravo

e non capivo

oggi capisco

e non spero più

 

rovina sono per te

il vile cuore e l’ignoranza

Cristo venduto e ucciso e non amato

la verità mai cercata

il meretricio dell’animo

l’assente dignità

l’ignavia

le vite non vissute

il silenzio d’umano

 

sei la terra della non speranza

mia cara amata terra

tu mi lasci straniero

nei mie luoghi

e tra la mia gente

disperato d’averti amato

 

spero solo la morte

lontano da te

nell’abbraccio del Padre

 

gli chiederò perché

 

 

 

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E dove sta mai il problema?

Dice Gesù: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo, 18, 20). Quando Gesù è tra noi, lì c’è chiesa.

Quando Rosi e io ci chiamiamo nello stupore (e “stupore” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stupirsi di noi con noi.

Quando chiamo i miei figli nella festa (e “festa” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere festa con noi.

Quando chiamo i miei amici nella gioia di un buon bicchiere di vino (e “buon bicchiere di vino” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole stare allegro con noi.

Quando chiamo i miei com-pagni nel nome di un pezzo di pane, lo spezzo e lo mangio con loro (e “pane spezzato” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole mangiare il nostro pane con noi.

Quando chiamo qualcuno con parola libera e spregiudicata (e “parola libera e spregiudicata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace parlare libero e spregiudicato.

Quando la sofferenza o l’offesa date o subite sono per-dono di uno nell’altro (e “per-dono” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché per lui, in lui e attraverso di lui ogni sofferenza subita e ogni offesa accolta sanno aprirsi alla vita e sanno scoprirsi come dono prezioso.

Quando parlo con chi è diverso da me balbettando le sue parole e quando uno diverso da me balbetta le mie parole (e “diversità” e “parola balbettata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole essere tutte le diversità e tutti i balbettii del mondo.

Quando tu e io parliamo di cieli nuovi e terre nuove (e “cieli nuove e terre nuove” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole infiniti cieli e infinite terre, sempre più nuovi e sempre più belli.

Quando tu e io ci aspettiamo e chiamiamo al di là e al di qua di ogni muro e confine (e “attesa” e “al di qua” e “al di là” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche lui vuole aspettare con noi al di là e al di qua di ogni muro e confine.

Quando tu e io, magari litigando tra noi, chiediamo entrambi giustizia (e “giustizia” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace battersi per la giustizia e perché lui è la giustizia.

Quando tu e io, magari discutendo tra noi, parliamo per cercare insieme la verità (e “verità cercata” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché anche a lui piace la verità, così tanto che lui è davvero la verità.

Quando siamo in due e ci piace chiamare insieme a noi anche un altro (e “trinità e “insieme” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace essere insieme a due o più di due.

Quando nelle notti cerchiamo un sentiero e incontrandoci ci aiutiamo a trovare la via anche più difficile (e “sentiero cercato” e “via difficile” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui è il sentiero cercato e la via difficile, così tanto che sempre sostiene ogni nostro passo.

Quando tu e io parliamo non per quel che abbiamo, ma per quel che siamo, anche quando a parlare siamo noi due povericristi (e “povero cristo” è uno dei suoi nomi), lui è con noi, perché non c’è nessuno più povero cristo di lui, così tanto che senza di lui non ci sarebbe gusto a essere un povero cristo.

Quando tu e io ci incantiamo parlando della bellezza, ci estasiamo nella danza, siamo una voce sola nel canto (e “bellezza” e “danza” e “canto” sono tre dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui piace meravigliarsi con noi e danzare con noi i nostri balli e cantare insieme a noi le nostre canzoni.

Quando, pure volendo parlare, taciamo perché siamo semplici o troppo deboli o troppo imbranati (e “parola nonostante” e “semplicità” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché lui ama parlare nonostante e comunque, anche nei silenzi assordanti e imbranati e fragili.

Quando tu e io alziamo la testa e guardiamo di giorno i cieli e di notte le stelle e il buio (e “testa alzata” e “speranza disperata” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché vuole con noi respirare i nostri de-sideri e tutte le nostre speranze.

Quando vogliamo così tanto vivere da non temere la morte (e “vita” e “risurrezione” sono due dei suoi nomi), lui è con noi, perché a lui è piaciuto così tanto vivere con noi e come noi, che, pure temendola fino all’urlo, ha vissuto anche la morte, al punto che l’ha infradiciata di vita e risurrezione.

Quando invece vogliamo essere soli, non vogliamo ascoltare nessuno, non amiamo neppure noi stessi, usiamo l’amicizia, tradiamo l’amore, taciamo la verità, non gustiamo la festa, non ci stupiamo d’amore, non guardiamo mai in alto, temiamo chi è diverso, inganniamo la bellezza, non amiamo neanche noi stessi, non amiamo tutto l’umano che siamo e incontriamo, lui piange, perché ama così tanto la libertà di chi non vuole stare con lui, che se ne deve andare, rispettandoci fino in fondo.

Ma, prima ci manda sempre un bacio d’arrivederci, anche quando noi non ce ne accorgiamo. E, discreto, ci segue, aspettando che noi, almeno in due, lo chiamiamo di nuovo a parlare e a cantare con noi. Noi non crediamo sempre in lui, ma lui crede sempre in noi.

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it

in “cerca” digita “gigi cortesi

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Novità

2010/02/10

È disponibile

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IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

a confronto sul Web

 

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Troverai anche altri tre miei libri,

in particolare

La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Belle sono la speranza e la parola, sono l’anima stessa di Dio, sono esercizio d’eternità, sono già il Suo bacio, sono il continuo dirsi in noi della Sua Creazione.

Lo so: chi uccide la parola e la speranza, prima o poi uccide gli uomini della speranza e della parola. Temo il morire, non temo la morte.

Ripeto qui stanotte la mia vecchia canzone di sempre:

Bastava restare in silenzio.
Non ho taciuto. Ho continuato il mio sentiero
amando come sempre ogni sasso.
E’ un sentiero solo in parte tracciato,
che pochi imboccano,
e subito vi ricrescono lo sterpo e l’ortica,
ma alle valli porta del sorriso e dell’aria.

Qui dove sono giunto,
l’erba e la via sono segnate solo dal vento
e dal soffio di quelle canzoni che antiche sanno
precedere i passi.

Solo non sono sul sentiero.
Tra le sottili canzoni con me cammina
Rosi la bella.

Di tanto in tanto,
sui confini dei giorni e delle epoche,
là dove i tramonti non sospettano ancora le albe,
Rosi ed io ci fermiamo
e mettiamo, per la notte, la nostra tenda
e lì sullo stupito limitare
insieme danziamo

come due saggi-vecchi trampolieri.

 

Fantastico Roberto Saviano su Rai 3, da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” dell’11 novembre. Ci ha ricordato quanto potente è la parola, quanta vita e forza abbia, quanto umana sia.

Gli spazi e i tempi della parola sono stati in gran parte negati, uccisi da una società televisiva che paralizza e inbisce la parola (vedi il mio Noi e la tivù). C’è anche chi – potere violento ed espropriante – questi spazi e tempi li vuole controllare, fino a ucciderli, perché vuole uccidere l’uomo. Negare e uccidere la parola è negare e uccidere l’uomo. Soprattutto quando la parola è incontro, la parola fa paura a chi vuole il potere fine a sé stesso, uccidendo prima di tutto proprio la parola “potere”, che in-dica, cioè “dice in sé” la possibilità, il potere essere, l’apertura d’essere all’infinito.

Anche quando è pronunciata o scritta nei luoghi della costrizione, della segregazione, della prigionia, della emarginazione, della fragilità, della malattia, del limite apparentemente più invalicabile, della morte stessa, anche allora e anche lì, soprattutto allora e soprattutto lì, la parola è “tra” che unisce e lega (questo significa il termine greco logos), inter-roga (cioè “chiama in mezzo”), pro-voca (cioè “chiama, parla davanti”, “chiama, parla al posto di chi la dice”), in-voca (cioè “chiama, parla dentro e/o verso”), pro-nuncia (cioè “annuncia davanti”, “annuncia al posto di chi la dice”), de-nuncia (cioè “annuncia dall’alto” di un’autorità comunque sia, facendosi anche ev-angelo, cioè “forte annuncio”), es-orcizza (cioè “libera dalla morte e dal buio”), col-lega (cioè “lega insieme, unisce”), per-sona (cioè “suona attraverso” chi la dice e chi la ascolta, “suona per mezzo” di chi la dice e l’ascolta).

Come suggerisce la densità della radice di logos, la parola, prima di essere letta, è lei che legge, interpreta, detta, anima.

La parola è come l’acqua: filtra, scorre, piove, evapora per condensarsi e rifluire, ghiaccia per essere ghiacciaio che genera fiumi e forma valli e in-forma mari e oceani, gocciola nelle caverne più sotterranee scolpendo prodigiose stalattiti e stalagmiti, scava paziente le pietre più ostinate. La parola è acqua di donna: piange di emozione, inumidisce di desiderio, bagna d’orgasmo, con-tiene in fecondità amniotiche, allatta di maternità, insaliva di svezzamento, bacia di umida passione.

Lo dice la sua stessa etimologia ( parola deriva dal greco para-ballo , che significa “gettare accanto”, “gettare contro”, “gettare in modo eterdosso” ): parola è proiettile, bolide, messaggio forte, fantasia, slancio, ironia, satira, consacrazione dissacrante, dissacrazione consacrante, preghiera che bestemmia, bestemmia che prega, ossimoro che crea, parabola che si genera intorno a un fuoco e si apre all’infinito e all’assoluto; parola è seme maschile, eiaculanzione generante, spora nel vento, primavera vivificante, anima, soffio creante, pneuma liberante, pentecoste delle lingue.

La parola comenda lei, è più forte di chi la osa e la tenta, fa tremare le vene e i polsi di chi le si affida, rende “macro” e scavato chi la dice, si appropria di chi la usa. Basta che chi la incontra lasci che la propria vita e il proprio Sé vengano detti loro per primi dalla parola che dicono. Allora parola è autore e autorità, auctor et auctoritas, cioè “colui e ciò che fa crescere”. Allora parola è risposta e responsabilità, cioè “possibilità della risposta”. Ma, anche quando a dirla è chi vuole negarla, la parola – nonostante chi la dice e alla faccia di chi crede di usarla – dice sempre la verità, a condizione che chi la ascolta sia e stia attento, sappia essere critico, non la dia mai per scontata, la in-tenda oltre chi la sta dicendo, la ami tutta oltre ogni deformazione, la riconosca nonostante ogni ferita e al di là di ogni suo tradimento. Il miracolo della parola è anche questo: quando nega, afferma; quando tace, dice; quando chiede, dona; quando muore, risorge.

Mi piace pensare che Dio nella seconda persona della Trinità si identifichi proprio come Parola ; che nella terza persona della Trinità si identifichi come Paraclito , cioè come “colui che chiama vicino e accanto”, per consolare, proteggere, difendere, testimoniare. Per questo parola è anche – e forse prima e più di tutto – lasciarsi dire da Dio, incarnarlo, testimoniarlo fino alla stessa possibilità della “grande tribolazione” che rivela e annuncia cieli nuovi e terre nuove.

Oggi con voto di fiducia viene approvato lo scudo fiscale alla Camera

oggi gli onesti saranno offesi

e sempre di più

sarà calpestata l’onestà

 

oggi festeggeranno

gli sporchi commercianti

che vendono droga e armi

e uccidono l’uomo e la speranza

 

oggi brinderanno i ladri

la mafia

i delinquenti

che inquinano i mari e le anime

e rubano la vita

e tolgono respiro al mondo

 

oggi sarà lo stato

ancora di più negato

la P2 sarà felice

finalmente

 

né avranno più bisogno

di preti corrotti in Vaticano

oggi il riciclaggio lo farà lo stato

in tutta fretta

a buon mercato

 

oggi sarà lo stato a consacrare

le feci disoneste del denaro

senza neppure lo spreco di uno sparo

 

oggi voglio stare in silenzio

con il mio cuore ferito

voglio starmene solo

qui

dove si prega l’Infinito