La notizia è di due giorni fa: Domenico, un bimbo di Mileto (Vibo Valentia) è stato picchiato dalle maestre:

Mileto- Quattro insegnanti dell’asilo di Mileto sono state arrestate dai Carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia con l’accusa di maltrattamenti aggravati ai danni di un disabile di cinque anni di nome Domenico. Secondo quanto è emerso dalle indagini, il bambino è stato ripetutamente picchiato anche più volte al giorno e sottoposto ad altre forme di vessazione. Le indagini si sono basate su videoriprese in cui sono documentati i maltrattamenti subiti dal bambino; erano state avviate ad aprile sulla base di informazioni confidenziali giunte ai Carabinieri. In forma anonima, è stato anche recapitato un dvd con le immagini di alcune donne che rimproveravano un bambino che piangeva ininterrottamente. I Carabinieri hanno scoperto successivamente che i maltrattamenti avvenivano all’interno dell’asilo ai danni di Domenico, dopo avere installato nell’istituto alcune telecamere. I maltrattamenti nei confronti del bambino si sono interrotti dopo l’avvio delle indagini da parte dei Carabinieri e dopo la prima convocazione delle maestre. “Il bambino, fino a quel momento vessato ogni giorno – scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – a quel punto viene fatto oggetto di particolari premure e accortezze”.”

A proposito di questa notizia mi scrive il mio solito vecchio amico spastico. Mi prega di pubblicare qui questa sua lettera dedicata al piccolo Domenico:

Caro piccolo amico di Mileto,

le tue maestre ti hanno picchiato con schiaffi violenti. Non volergliene: ti stanno educando. I loro sono solo i primi schiaffi di una lunga interminata serie. In fondo lo fanno solo per abituarti, per identficarti nella tua funzione. Tu servi agli altri, sei utile, quasi necessario, perché sei diverso e, come dicono loro, dis-abile. Sai, “dis-abile” letteralmente significa che “non hai la possibilità di avere”: non potrai avere nulla, solo gli schiaffi di chi ha bisogno di te e della tua dis-abilità.

Sai ogni piccolo grande fascismo e nazismo ha bisogno di te. Sempre: perché i muri del fascismo e del nazismo non cadono mai. Tu servi: se non ci fossi tu, su chi potrebbero proiettare le loro paure, il loro profondo e urlante terrore di essere anche loro deboli, anche loro dis-abili. Non sei tu a dovere diventare “come loro”. Sono loro che hanno terrore e coscienza di essere come tu appari a loro: impotente, debole, dis-abile appunto.

Tu non sapevi di essere dis-abile: te lo dicono loro ogni giorno, ogni volta che, incontrandoti o, come dovrebbero, accogliendoti, devono fare i conti con le loro paure, con il loro grande terrore di essere “come te”.

Schiaffo significa “annientamento”, “soluzione finale”; significa che per loro tu non dovresti esserci lì davanti a loro, davanti alla coscienza che temono di avere e, ancora di più, di essere, davanti alla consapevolezza profonda e per loro insopportabile di essere “come te”. Se poi tu sorridi, sei felice, ami crescere, ami vivere, ami amare, allora diventi ancora di più insopportabile, assurdo. Come fai proprio tu a sorridere, ad amare, a vivere, a crescere, quando loro non ce la fanno? Che diritto hai tu di farcela, se loro non ce la fanno? Che diritto hai tu di volere innamorarti della scrittura, della lettura, della cultura, se loro non sanno nulla di ciò che insegnano? Sai, è proprio per questo che le insegnano? Se le conoscessero e le amassero, come potrebbero insegnarle? Dovrebbero scrivere di sé stessi, leggere di sé stessi, essere consapevolmente la cultura delle loro paure, del loro terrore. Ogni fascismo e ogni nazismo – piccolo o grande poco importa: il fascismo è sempre fascismo, il nazismo è sempre nazismo – hanno bisogno di prendere a schiaffi quelli come te, di annientarli, di metterli nella discarica degli schiaffi.

Lo schiaffo è ontologia: spazza via l’essere che tu sei, lo assimila al non essere che loro sono. In fondo quei loro schiaffi sono atti di giustizia: assimilano.

Sai quale è la tua colpa più grave? Forse non te ne sei ancora accorto, ma la tua colpa più grande è quando sorridi, quando vai volentieri alla loro scuola, quando apri volentieri i loro libri, quando vuoi anche tu scrivere, dire, annunciare. Vedrai quanto è pesante, ogni giorno più pesante questo “anche tu”. Te lo diranno continuamente, dimenticando che nel dirtelo ti emarginano, ti mettono dietro, ti etichettano, ti obbligano a risalire continuamente le correnti. “Anche tu”. In realtà non vogliono “anche te”. E come potrebbero, se non amano neanche sé stessi? Ogni volta che sono costretti a dire “anche tu”nelle loro piccole cantine d’anime risuona subito quel “neanche io” e quel “neanche noi” che fa loro terrore, che li identifica e li coalizza come soltanto il terorre più profondo sa fare.

Ne prenderai tanti di schiaffi. Questi sono solo i primi. Ricordo il mio primo schiaffo. Non venne dato con la mano, ma con la voce, quando la maestra del mio primo giorno di scuola disse a mia madre: “Ginetta, qui tuo figlio non può restare: qui ci sono quelli che continuano”.

Abituati, caro piccolo amico di Mileto: gli schiaffi peggiori non sono quelli dati con la mano. Il bruciore di una sberla può trovare il piccolo sollievo della superficie fresca di un banco di scuola, su cui tu puoi appoggiare la guancia. Per gli altri schiaffi non ci sono superfici tanto dolci e materne. Dovrai diventare tu superficie dolce e materna: per te stesso e, ancora di più, per loro.

Sai, nessuno schiaffo è mai il primo, nessuno schiaffo è mai un inizio. Chi dà uno schiaffo, significa che ne ha già dato almeno un altro a sé stesso, alla propria piccola cantina d’anima. Di solito chi dà schiaffi, ha in sé storie di violenza subita e mai affrontata. Magari le tue maestre, dietro i loro schiaffi hanno storie di abusi, di fallimenti, di impotenze. Prendendo il loro schiaffo, diventi per un attimo la superficie fresca che lenisce per un attmo gli schiaffi della loro anima. Solo se tu sei il disabile daschiaffeggiare, loro si possono illudere di essere abili e potenti.

Caro amico, cerca di non essere troppo felice, di non avere mai lo sguardo arguto e intelligente, di non parlare mai di vita, di dignità, di bellezza. Tu non ne hai il diritto. Ogni volta che lo farai schiaffeggerai la loro meschinità, il loro diritto fascista e nazista di non guardarsi dentro, di non amarsi, di non crescere, di non essere mai belli, di non potere mai avere sé stessi. Come osi tu andare a scuola? “Scuola” deriva da scholé, una parola greca che significa tre cose per loro terribili e insopportabili: “libertà”, “ozio”, “avere sé stessi a tale punto da essere sé stessi”. Deriva infatti dalla stessa radice che in greco significa “avere”, quell’avere radicale, che sfocia nell’essere liberamente e gioiosamente sé stessi.

Come puoi “anche tu” essere te stesso fino in fondo, essere libero, stare in quell’ozio sapiente che è l’identità e la libertà? Non ti pare di avere esagerato? Non è che in fondo hanno fatto bene a prenderti a schiaffi?

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