Quando un Decreto Legge uccide la speranza e fa stare male i più deboli – 12/02/’09

Più una cultura, una società, uno stato perdono la possibilità della speranza, più si annidano e crescono le ragioni del disturbo mentale, in particolare quello di area psicotica, quando il Sé smarrisce il contatto e il senso della realtà. Per questo un terapeuta ha anche, a mio avviso e quando è necessario, il dovere della denuncia culturale, sociale, politica. In questo senso ho previsto nel blog la rubrica “Polis Ethos Logos”. È un dovere quantomeno di prevenzione.

In questi giorni, come molti lettori hanno notato, ho scritto poco. Ho voluto riflettere il più possibile, misurare e valutare i pensieri uno a uno, senso a senso, significato a significato, valore a valore. Perciò scrivo solo ora questo post.

Sono preoccupato, molto preoccupato. Siamo nelle mani di un governo becero e irresponsabile, che distrugge le ragioni più elementari della pietà, della umanità, della legalità, della democrazia, della società, della scienza, della civiltà, della cultura. A pagare sono e saranno ogni giorno di più i più deboli e, tra essi, chi soffre nella profondità del Sé, cioè nella profondità della psiche o, per meglio dire, dell’anima. Sono loro per certo aspetto i più deboli tra i deboli.

Accanto al governo c’è una classe politica quasi del tutto inadeguata, incapace di una vera azione legislativa e di un autentico senso dello stato e della legge.

A quanto pare, salvo poche eccezioni (sempre meno), non sanno neppure la differenza tra i tempi del legiferare e i tempi dell’eseguire. Non hanno la percezione di quanto sia utile, vitale, necessaria la distinzione tra i poteri dello stato e della democrazia: distinzione di tempi, di organo, di ottica.

Siamo in un’epoca straordinaria, in cui sono in moto trasformazioni di portata radicale, ma di qualità e velocità di cambiamento del tutto eccentriche le une rispetto alle altre. I tempi di trasformazione della cultura sono i più abissali e i più lenti. Poi ci sono quelli della scienza, meno lenti di quelli culturali, ma anch’essi bisognosi di grandi sedimentazioni e di confronti profondi e ampi. Dopo vengono i tempi di trasformazione delle società e, in queste, i tempi di trasformazione delle leggi, che fanno di una società uno stato. Le leggi stesse hanno portata e tempi di trasformazione diversi tra loro, a seconda che si tratti di leggi costituzionali (sono come le fondamenta e i muri portanti dello stato) o di leggi più ordinarie. I poteri stessi dello stato hanno tempi e modi di espressione e attuazione molto diversi tra loro, giustamente diversi tra loro: il potere legislativo deve per suo natura esprimersi e attuarsi con saggezze e decisioni molto più misurate, lente e complesse di quanto lo debbano essere le decisioni del potere giudiziario e, ancora di più, di quanto lo debbano essere quelle del potere esecutivo, cioè del governo. Le decisioni del potere legislativo devono decidere anche di realtà e di eventi in ordine ai quali la scienza, la società e la cultura ancora non si sono espresse se non nella ricerca e nel dubbio, come richiedono i loro più lunghi tempi di trasformazione e evoluzione. Il Parlamento deve decidere, le decisioni sono necessarie perché si possa vivere in uno stato di diritto. Ecco perché i tempi della decisione parlamentare sono forzatamente lunghi e richiedono preveggenza, saggia programmazione, sollecitudine ampia e complessa, cose queste che solo parlamentari di grande spessore etico, culturale, scientifico, politico, civile possono garantire. Di parlamentari così ne vedo molto, molto, molto pochi.

Quando in gioco ci sono tante e tali trasformazioni, con tempi e ragioni così eccentrici tra loro, solo la sapienza della complessità può essere davvero risolutiva. In alternativa ci sono soltanto la deriva illusoria della semplificazione ottusa e rozza, l’alibi facile e tragico dei decisionismi e degli integralismi, la regressione nella mediocrità micidiale di potenti problematici o meschini. Dove e quando ci vorrebbero la saggezza della complessità, la pazienza e il gusto delle interrogazioni e dei confronti sui tempi lunghi, la preveggente capacità di decidere e di agire in modi e ottiche ampie e creative, ecco che salta fuori il corto circuito del “risolvo tutto e subito”, del “facciamola finita”, del “basta ostacoli”, “solo io risolvo tutto”. Così, qui in Italia, nascono, vegetano e crescono personaggi come, per citare soltanto gli ultimi, i Calderoli, i Borghezio, i Berlusconi, i La Russa, i Tremonti, i Gasparri, i Sacconi; e, accanto a loro e di loro complici, gli irrisolti e gli amletici personaggi dell’opposizione, della quasi opposizione, della opposizione ad horas. Più volte in questo ultimo secolo la tentazione della semplificazione sommaria ha portato il nostro paese a eventi e rischi spaventosi, funesti, micidiali, poco importa che la tentazione della semplificazione sommaria venisse da “sinistra” o da “destra”, dal Palazzo e da fuori del Palazzo. Per certi versi siamo ancora gli italiani di cui, proiettandoci nel ‘600 o nell’Italia longobarda, ha detto Manzoni: incapaci di vera costruzione sociale e politica, abitualmente passivi e servi, miopi e impotenti di fronte al prevaricatore o al mistificatore di turno.

Abbiamo la fortuna forse non del tutto meritata di avere una bellissima, preziosa, saggia ed equilibrata Costituzione. Stiamo rischiando di lasciarcela lacerare sotto il naso.

Sintomatica la vicenda del Decreto Legge proposto dal Governo Berlusconi in ordine al caso di Eluana Englaro e giustamente non firmato dal Presidente della Repubblica.

Il Governo, in quanto organo del potere esecutivo, deve eseguire le leggi: il suo ambito decisionale quindi ha limiti ben precisi, che sono quelli del “fare” attuando le leggi. Non ha quindi potere legislativo; solo quando l’urgenza e la gravità di un “fare” necessario si imbattono in confini non ancora chiariti del tutto dal legislatore o non ancora definiti – per quanto è di sua competenza – dal potere giudiziario, il Governo può ricorrere al Decreto Legge, mai tuttavia uscendo dall’alveo più ampio del quadro delle leggi vigenti e mai decidendo di una singola persona. A garanzia che la scelta eccezionale del Decreto Legge non attribuisca all’esecutivo un potere legislativo che non ha né deve avere, è prevista dalla Costituzione dapprima la firma discrezionale del Presidente della Repubblica, poi la convalida della decisione del Parlamento, che è l’unico vero organo con potere legislativo.

Che un governo voglia o addirittura esiga di ricorrere in modo prevaricante all’uso dei Decreto Legge è segno di una violenza istituzionale gravissima. Quando un esecutivo prevaricante, una maggioranza parlamentare asservita al Governo e incapace dell’esercizio del potere che è proprio del Parlamento (quello legislativo), una minoranza, che a propria volta non sappia affermarsi nelle modalità proprie della democrazia e della politica, dimenticano la saggezza dei tempi lunghi richiesti dal potere legislativo e si mettono nel corto circuito delle decisioni sommarie, prese all’ultimo minuto e più o meno oneste o strumentali, allora muore il diritto, muore lo stato, muore l’uomo.

È ai tempi del potere legislativo che bisogna sapere e potere ricorrere, quando in gioco ci sono decisioni che riguardano i confini sottilissimi tra vita e non vita. Dove la stessa scienza e la stessa cultura esitano e discutono, non può un governo arrogarsi il diritto di intervenire, di decidere all’ultimo momento, di pretendere di potere e dovere legiferare fuori dalla propria competenza. Vanno rispettati i tempi della democrazia e, a monte, vanno rispettati e, per quanto è possibile, vanno attesi i tempi e le affermazioni della scienza e, ancora più a monte, i tempi e la saggezza delle profonde trasformazioni culturali. Poi il potere legislativo deve comunque decidere, perché la legge ha tempi più brevi rispetto a quelli della scienza e della cultura. Ma è il potere legislativo a doverlo fare; a dovere decidere di una legge è il Parlamento, non il Governo. Se lo fa il Governo, la sua azione è violenta e antidemocratica: uccide lo stato e, in esso e con esso, ferisce i cittadini, soprattutto i più deboli, aumentando in modo molto pericoloso l’insicurezza morale e psichica degli individui, uccidendo la speranza civile e sociale, che sono in larghissima misura la condizione della stessa speranza etica, della stessa speranza ultima, quella filosofica e/o religiosa. Se si uccide la speranza, a cominciare da quella civile, l’uomo sta male, può chiudersi e morire.

12/02/’09

 

 

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