Ricevo da Parigi questo commento di Elena, che, mi pare, merita lo spazio di un post.

Leggo La Repubblica on line di oggi, e mi si rattrista il cuore.
Ci sono due articoli che portano in luce due storie nate nel passato, ma che non hanno mai visto vivere il loro finale. Storie rimaste aperte, tenute schiacciate nei loro anni forse sperando che con il passare del tempo si cancellassero. Ma…anche se di un libro non leggiamo il finale, perché non vogliamo o perché non ci è permesso, non vuol dire che il finale non ci sia, o che il libro non ci sia. Anzi, ce lo portiamo tacito accanto a noi col passare dei giorni e delle generazioni, in un’omertà che può generare solo del male.
Gli articoli riguardano uno il processo in appello per la strage di Piazza della Loggia del 1974: gli imputati sono stati tutti assolti, l’altro un’intervista rilasciata dal dittatore argentino Videla che ammette la propria responsabilità per la morte dei desaparecidos alla fine degli anni 70, e dice un numero: tra i 7000 e 8000 giovani argentini morti, perché (così dice lui) “dovevano” morire.
Vedere il pezzo video di questa intervista, seppur di pochi minuti, mi ha colpito per l’enorme distanza tra il contenuto delle parole e la modalità con cui venivano espresse. Si parla di ragazzi e ragazze scomparsi, morti per un’idea contraria, ai cui parenti e amici è stato negato l’ultimo saluto del lutto, i cui figli e figlie sono cresciuti (quando sono stati tenuti in vita) sradicati dalla loro vera storia. Eppure, se non si ascoltasse il contenuto, si direbbe una conferenza di statistica, di scienze politiche, logiche di storie e di poteri che sono necessari. Come una lezione universitaria.
Come può esserci logica e intelligenza se manca l’umanità?
Come può quell’uomo vivere con un peso così grande?
Come può stare sicuro nella sua vita materiale del 2012, senza sentire nemmeno l’eco di chi non ha mai smesso di cercare il proprio figlio, compagno, fratello, amico scomparso?
Mi domando se crede veramente in quello che dice, e questo mi spaventa, o se è uno scudo per proteggersi da sé stesso.
Oltre oceano, nell’Italia del nord, nella distanza di stessi anni, amici e parenti ancora non possono mandare un pensiero a chi non c’è più colpevole di aver espresso un’idea diversa, non possono salutarlo con il sorriso di una giustizia fatta. Non so se gli imputati in appello per la strage di Piazza Loggia, ora assolti, siano Veramente innocenti o colpevoli. Non riuscire in tutti questi anni a dare una risposta, mi fa guardare con sospetto chi ha condotto e intralciato le indagini. Anche a quei parenti, amici, figli è stato tolto l’ultimo saluto, è innegabile.
Da qualche parte c’è un “Vileda italiano” che sa, più di uno sicuramente. Che vive con quel peso, e forse anche lui lo valuta come “un’azione che è stata necessaria”.
Quello che mi spaventa non è la coscienza di quell’uomo, di queli uomini, perché alla loro coscienza solo loro risponderanno. Mi spaventa molto invece il testimone che lasciano, le parole che ancora possono seminare liberamente su menti giovani in formazione, mi spaventa pensare che abbiano braccia così lunghe e libere da stringere ancora nella loro morsa chi troppo si avvicina.
Se le radici della nostra storia vivessero nella terra invece di venire soffocate, l’albero che ne uscirebbe sarebbe potente e rigoglioso, e io ci credo che abbiamo anche radici così! Forse piccole, ma forti, con nomi di persone eisistite che hanno Vissuto e che Vivono in nome dell’onestà, dell’umanità! Ci sono anche radici malate però, lunghe che si avvinghiano al terriccio per non essere estirpate, e la loro linfa sale su a colpire i germogli. Questo mi spaventa. Molto.
Sapere da dove veniamo, conoscere i nostri atti di ieri, conoscerli veramente, non è semplice istruzione, o educazione, è una ricchezza ineguagliabile che può permetterci di portare il timone verso acque limpide, pulite.
Chi vorrebbe portare il proprio figlio in mezzo a un mare inquinato?
Elena

 

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