Occidente e generazione (dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros)

A mio avviso, una della ragioni profonde della diminuzione delle nascite da un lato e della incapacità crescente, oltre che a concepire, anche a partorire e a formare il figlio, ha forse la sua radice più decisiva proprio nel capovolgimento del senso stesso della generazione operato dall’occidente, che, invece di dare al mondo, pretende di dare il mondo1. Perché dare al figlio un mondo così scontato, così mal posto, così immutabile? Perché direbbe Leopardi, “dare al sole, / perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga?”2. Chi è nel mondo senza potere essere il mondo, nel momento stesso in cui assolutizza lo stare e il re-stare nel mondo, alla fine svaluta il mondo, ha del mondo una visione negativa né può certo vederlo o in-tenderlo come possibile dono o stimolo orientante. L’unica conseguenza plausibile di siffatta logica occidentale non può essere che l’evitamento sistematico del concepimento oppure, come si usa dire, “la scelta di civiltà” dell’aborto3.

In ciò – è tragico dirlo e doverlo dire – l’occidente può essere radicalmente fascista e nazista, proprio perché non sa vedere il mondo se non come già posto, già scontato, già detto, già psicoticamente irrelato, già morto. Un mondo morto abitato da morti4 dove la vita coincide sempre più con il terrore di vivere5, dove l’unico sogno possibile è quello implosivo del suicidio o quello esplosivo della conflagrazione universale. E che è l’aborto, se non il suicidio stesso della generazione?

Il figlio non ha più spazio nel mondo dell’occidente, perché chi è nel mondo e riceve il mondo, senza mai potere essere il mondo, non può davvero cambiare e vivificare il mondo. Può solamente conservarlo, difenderlo a oltranza da tutto (a cominciare dal figlio, soprattutto dal figlio). Può soltanto distruggerlo. Mai esserlo, né poterlo essere. Il vero dramma dell’occidente, oggi più che mai, non è l’uccisione dei padri, non è Edipo che uccide Laio; al contrario oggi il dramma forte dell’occidente è l’uccisione dei figli, è Laio che, riuscendo nel suo intento, finalmente uccide Edipo.

Il ’68 per certi versi è stato forse l’ultimo grande tentativo da parte della generazione dei figli di potere essere il mondo6. Abortito questo tentativo, non paiono restare alla politica che due possibilità: da una parte, la difesa dall’azione terroristica della distruzione più o meno parziale del mondo7, difesa che paradossalmente necessita sempre di più del nemico contro il quale combatte8; d’altra parte, la necessità di conservare e proteggere il mondo, quasi di imbalsamarlo come se fosse un enorme cadavere o un ingombrante non smaltibile feticcio, per re-stare sempre più in esso: di qua con il disegno del radicalismo verde-ambientalista dell’intangibilità di un mondo minacciato dall’entropia, di là con la gabbia fascista e nazista della immutabilità del potere e dell’ossessiva omologazione o distruzione del diverso e della diversità, non certo ultima quella del figlio e del giovane9.

Una speranza c’è, al di là di tutto e nonostante tutto (e sempre la speranza ha da confrontarsi e da lottare con un “al di là” e un “nonostante”): c’è ancora chi si in-amora; c’è ancora chi si stupisce di fronte all’incontro con l’alterità in-amorante della persona amata; c’è ancora chi vede l’alterità prima della diversità, scoprendo così che la diversità dell’alterità è non l’ostacolo, ma il motore e la ricchezza della relazione e – nella relazione – della sempre nuova identificazione dell’uomo e dell’umanità; c’è ancora chi in-amorato sa essere il mondo, sentendo quanto è noioso limitarsi a essere e re-stare nel mondo; c’è ancora chi, essendo il mondo, dà al mondo il figlio; c’è ancora Dio, che, quando meno te lo aspetti, dopo averti mandato un sonno profondo, togliendoti dal mondo nel quale sei e stai, ti mette lì davanti l’alterità in-amorante della persona amata e ti dà la possibilità di essere – nel tra della relazione d’amore – il mondo, gli infiniti mondi che gli in-amorati stupiti conoscono e sono. E che Dio continui ad aprire all’uomo la possibilità di in-amorarsi e di potere essere il mondo, dona all’uomo la possibilità di essere quegli infiniti mondi che gli in-amorati sono e vivono.

1 È quanto secondo il racconto evangelico promette il diavolo a Gesù (in Matteo è la terza tentazione, in Luca la seconda): “lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se prostrandoti, mi adorerai»” (Matteo, 4, 8-9; vedi anche Luca, 4, 5-8). Di fatto, il diavolo promette e prospetta a Gesù una situazione che ricorderebbe quella in cui si trovava Adamo prima che fosse creata Eva, se non ci fossero almeno due differenze: da un lato manca il divieto di mangiare dei frutti dell’albero del bene e del male; dall’altro c’è da parte del diavolo la richiesta – quasi fosse la contropartita di un contratto – di venire adorato. Mentre Dio, creando Eva, libera Adamo da quella situazione di noia e solitudine, il diavolo promette a Gesù e, in Gesù, all’uomo di riportarcelo; mentre Dio, creando Eva, apre all’uomo la possibilità della mutua relazione d’amore tra le due diversità umane, il diavolo prescinde da questa possibilità, come se manco ci fosse.

2 Sono versi presi, come è noto, dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che fa parte dei Canti.

3 Non a caso, io credo, la parola ab-orto significa, letteralmente, lontano dal sorgere del sole; altro non è che il significato della stessa parola oc-cidente.

4 Mi piace vedere e usare come metafora di questa mia affermazione The Others, il film scritto e diretto da Alejandro Amenàbar nel 2000 (è una coproduzione Usa, Spagna, Francia). La protagonista, Grace, vive con i suoi due figli in una grande casa riccamente arredata, ma vuota e isolata. I bambini soffrono, a detta della madre, di una strana malattia, che li obbliga a vivere al tenue lume della candela e obbliga Grace a un esercizio a un tempo ossessivo e agorafobico di continua chiusura di porte e tende, al fine di proteggere i figli dalla luce. Ma la paranoia di Grace non si limita alla luce, si estende anche alle presenze sempre più necessariamente dichiarate e ammesse degli “intrusi”, degli “others”, prima avvertite come voci e poi, alla fine del film, dichiarate come le vere e uniche persone viventi. Difatti nel capovolgimento finale, il regista autore ci dirà che Grace, i suoi figli, il marito che fugacemente torna e di nuovo scompare, i servitori di Grace, altro non sono che morti mai acquietati, mai sepolti nella loro morte. I veri vivi sono gli “intrusi”, gli “altri”. Grace, ci dice poi Amenàbar, non può morire perché è l’infanticida dei suo figli, soffocati da lei, ed è poi l’omicida di sé stessa. Per questo ora Grace è incapace di accettare e vivere la morte, per l’impossibilità di vedersi e viversi come infanticida, prima ancora che come suicida. Mi pare che in questo film si tocchino un po’ tutti i temi della disperazione occidentale: l’ansia ossessiva, la paura degli spazi e della luce, la paranoia, la paura dell’altro e della vita, la proiezione di sé e delle proprie paure sui figli, l’incapacità della relazione genitoriale e coniugale, l’infanticidio, il suicidio, in una logica che necessita sempre più della negazione di chi è altro e, nel suo essere altro, è vita.

5 In ciò il terrorismo finisce con l’essere logica propria dell’occidente: mentre pare esserne il minaccioso nemico, paradossalmente (purtroppo anche effettivamente, in quanto – troppo spesso – prodotto, finanziato, voluto o lasciato accadere ad arte) ne è il micidiale garante.

6 Ho avuto la fortuna di potere vivere i miei vent’anni in una di quelle straordinarie epoche, nelle quali a una generazione è concesso di potere vivere in modo altamente sinergico l’età del primo in-amorarsi e l’età altamente creativa di un forte cambiamento culturale, sociale e politico. Mi riferisco al ’68, età in cui trovarono la loro convergenza le enormi trasformazioni in atto dal secondo dopoguerra: da un punto di vista religioso (da papa Giovanni XXIII al post-Concilio) e politico (a livello internazionale la Primavera di Praga e, pochi anni prima, l’affaire Cuba mettevano sempre più in crisi gli accordi di Yalta e le logiche della guerra fredda; a livello nazionale il sempre più esplicito aprirsi a sinistra dello schieramento politico) si affermavano grandi e profonde richieste di partecipazione e di apertura a strutture e istituzioni non “rigide”; da un punto di vista economico si passava dallo strutturale dominio del settore primario al prevalere del settore secondario e all’affacciarsi sempre più imperioso e travolgente di un terziario nuovo e non soltanto inteso come “servizio” degli altri due settori; da un punto di vista linguistico, dal mondo della tradizione orale si passava – per moltissimi giovani che, uscendo da famiglie contadine, accedevano agli studi superiori e universitari – alla possibilità del linguaggio scritto e – per tutti – al linguaggio del cinema e, ancora di più, a quello della televisione; da un punto di vista psicologico si passava da strutture di personalità prevalentemente superegoiche a strutture più edipiche e già, per certi aspetti, narcisistiche; da un punto di vista sociale e culturale si affermavano modi nuovi di vedere l’amore, la sessualità, il femminile e il maschile.

Che poi il ’68 sia stato non compreso, manipolato, tradito e portato a esiti che non erano certamente né auspicabili né necessari, nulla toglie alla fecondità politica di quegli anni “formidabili”, come li ha chiamati Mario Capanna (Formidabili quegli anni, Rizzoli, Milano, 1988), leader del ’68 milanese e mio compagno al Collegio Augustinianum di Milano, che fu forse la culla più vera e feconda del ’68 italiano.

Chiaro che in quegli anni il primo in-amorarsi era a sua volta esperienza “formidabile”. In-amorarsi allora era come in-amorarsi all’ennesima potenza. Si viveva davvero. Si era davvero quella possibilità di essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi, che ogni coppia di in-amorati è; in-amorarsi, essendo in un mondo già così gravido di cambiamenti, significava essere già oltre quel mondo, significava essere il mondo già oltre quel mondo straordinario, in cui eravamo.

7 Il terrorismo in un certo senso è la proposizione parcellizzata, rateizzata, addirittura posologicamente prescritta della conflagrazione universale. In ordine alla situazione politica italiana alla fine degli anni Settanta, Severino parla di “terrorismo dosato”: “Il dosaggio significa che le forze terroristiche non producono tutta in una volta la quantità di disordine civile, che, pure, esse hanno la capacità di produrre, ma la distribuiscono nel tempo a dosi varianti. La facilità con cui sono eseguibili gli atti di terrorismo fa pensare che il loro dosaggio non sia effetto di debolezza operativa, ma di un progetto intenzionae. Certo, le dosi sono varianti” (Téchne. Le radici della violenza, Rusconi, Milano, 1979, p. 45).

8 Circa la funzionalità del terrorismo in ordine, per esempio, alla situazione politica italiana, cfr. l’opera di Severino citata nella nota precedente nelle pp. 41 e seguenti.

9 Nella Grecia antica il giovane era il νέος, il “nuovo”. E, per chi voglia imbalsamare e conservare il mondo, che c’è di più pericoloso ed “eversivo” della novità? Come non pesare che la diffusione nei giovani della droga, della violenza anche autodistruttiva (ma ogni violenza è comunque autodistruzione), della disoccupazione in grande, micidiale misura sia – come il terrorismo, forse più ancora del terrorismo – fenomeno prodotto, finanziato, voluto o lasciato accadere ad arte?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: