Ho visto il video dell’arresto di Domenico Raccuglia, il “numero due della mafia”, arrestato dopo 15 anni di latitanza e, secondo quanto dichiarato, responsabile di feroci delitti, non ultimo quello che ha portato alla uccisione di un ragazzino innocente, sciolto poi nell’acido.

Mi colpisce un fatto. Mentre l’arrestato era a viso scoperto, i poliziotti che lo arrestavan0 avevano il viso nascosto da un passamontagna, che lasciava visibili solo gli occhi e la bocca.

Capisco le ragioni di tale copertura. Ma il messaggio che alla fine rischia di passare è purtroppo questo: la mafia va a viso scoperto, lo stato no.

Chi continua a subire le minacce e a pagare il pizzo, probabilmente e tragicamente vede e legge solo questo  messaggio.

Un ragazzo debole, fragile, isolato senza lavoro e senza identità con chi più facilmente potrà o saprà tragicamente identificarsi? Con il viso nascosto del poliziotto o con il viso visibile e feroce di un boss dalla imperturbabile violenza?

Di fronte alla crescente fragilità degli individui non basta dare viso e identità alla sconfitta della mafia e ai mafiosi sconfitti. Prima o poi occorre anche dare viso e identità alla vittoria dello stato e al coraggio dei vincitori.

Il messaggio delle immmagini, nella denotazione immediata e paratattica della propria presenza, rischia di essere ben più diretto ed efficace di quello dei significati.  Rischia di capovolgere i significati e di trasformare lo sconfitto in vincitore.

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