Dal Rapporto Eures appena reso pubblico: a) nel 2008 un omicidio su due matura in ambiente familiare; b ) vittime sono quasi sempre le donne; c) le relazioni familiari sono messe sotto accusa; d) il rapporto di coppia è sempre più critico, con esiti spesso devastanti.

A ciò si aggiunga quanto dice la cronaca: per esempio solo ieri due omicidi familiari.

Come blogger ho più volte denunciato l’implosione della famiglia, la sua neandertalizzazione in dinamiche incestuose gravi. Di questi temi ho trattato nel mio ultimo libro Implosione. Come terapeuta so che le disfunzioni della relazioni familiari sono la genesi di gravi patologie, in particolare delle psicosi – anoressie e bulimie comprese – a esordio adolescenziale e giovanile.

Non è ora di smetterla con la mitizzazione della famiglia? Con la sua strumentalizzazione politica, religiosa, ideologica, spesso operata da persone che nei fatti di tutto si occupano meno che della famiglia?

Non è ora di aprire gli occhi e aiutarla davvero questa povera, ferita, sanguinante famiglia?

Perché pochissimi parlano della esistenza della cosiddetta “terapia familiare” (psicoterapia sistemico-relazionale), la sola in grado di fare davvero qualcosa, e dei grandi risultati raggiunti grazie a essa? Forse si teme di perdere – con la retorica della famiglia – il business degli psicofarmaci e/o il “controllo” religioso o politico delle famiglie?

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Novità

2010/02/10

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IMPLOSIONE

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Troverai anche altri tre miei libri,

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La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Tornando in pubblico in questi giorno, Berlusconi ha sempre indossato il giaccone regalatogli da Putin, probabilmente durante il recente, misterioso e mai motivato periodo trascorso da lui in Russia. Prima il letto citato dalla D’Addario, ora il giaccone. Quanti regali! Tutti graditi e tutti in vario modo esibiti. Esibiti secondo le modalità di identificazione narcisistica proprie delle personalità pre-edipiche? Feticismo putiniano di Berlusconi? Bisogno di entrare, travestendosi, in un maschile ritenuto potente e invidiabile?

Dimmi con chi vai e nei panni di chi ti metti, e ti dirò chi sei. Per le personalità pre-edipiche (cfr. quanto ho scritto nel post 2009/10/25 – La psicologia di Piero Marrazzo e Silvio Berlusconi, la sessualità preedipica e la gestione del potere) c’è sempre qualcosa di magico e di erotico nel rito della vestizione, nel bisogno di “mettersi nei panni di qualcuno”, identificandosi con lui e in certo qual modo possedendolo.

La componente magica sottesa al rito della vestizione è la stessa che nelle culture “primitive” spinge lo sciamano a mettersi addosso la pelle dell’animale totemico, in un vero e proprio orgasmo rituale, così che egli possa identificarsi nell’animale-totem capace di dare vita o morte a quel popolo; così che egli possa condividerne il potere onnipotente e salvifico di “sacrum” (per gli antropologi il “sacrum” è l’onnipotenza di vita e di morte propria del dio zoomorfo prima o antropomorfo dopo, è cioè quel super-Padre che è il Totem). Che Berlusconi voglia farsi sciamano onnipotente del “sacrum” putiniano? Non si dimentichi che, in molte culture “primitive”, il ruolo sacerdotale dello sciamano è riservato proprio a quegli individui che, incapaci di superare la prova di iniziazione virile e di accedere alla normatività, restano nel quadro di una identificazione e strutturazione di personalità pre-edipica, che sta al di qua delle norme e delle leggi, proprio come ossessivamente  pretende di fare l’Impunito.

Se c’è davvero in Berlusconi un bisogno di identificazione rituale in Putin e se penso a chi è Putin (e di quante centinaia di migliaia di orribili morti e di tremende torture è responsabile), mi viene il voltastomaco e mi prende la paura per questo mio povero paese. Per chi voglia saperne di più su Putin, consiglio per esempio di leggere Per questo, libro di Anna Politkowskaja, giornalista uccisa dai killer putiniani.

Per pensare che Berlusconi sia frequentatore di personaggi terribili e omicidi, del resto non occorre rifarsi e credere a Spatuzza. Basta vedere da chi va e con chi sta: oltre che da Putin, di recente è stato dal libico Gheddafi e dal bielorusso Lukashenko (vedi il post 2009/11/30 – Anche il viaggio di Berlusconi in Bielorussia da Alexander Lukashenko è un “avvertimento” alla mafia internazionale? E Donald Rumsfeld proteggeva Bin Laden).  E poi parla di “Partito dell’amore”!

1.6.2.3. – Intermezzo: il racconto della prima grande notte

Nel proprio fondo più vero, ogni amore è come la prima grande notte della storia umana. In quella prima grande notte da esuli l’uomo e la sua donna si trovarono soli in quel buio totale e disperante. Già il tramonto, il primo tramonto della storia, era stato angosciante, quel primo e imprevedibile lungo perdersi della luce, della sua intensità, del suo potere di dare colore e dimensione alle cose. Ma ora, per la prima e sconosciuta volta, la notte era lì, con il suo buio totale, spesso e solido come un muro che impedisce il cammino e toglie il respiro. Era la prima notte, era semplicemente la notte. Però non sapevano che cosa fosse la notte. Solo allora ne impararono e dissero il nome.

(I greci poi la chiamarono nux – νύξ – un nome che iniziava con la ν, che in greco è la consonante della morte, e continuava con la υ, che in greco è la vocale della donna e dell’utero, quasi a intuire e a dire che, se la notte è morte, la notte è anche accoglienza e gravidanza, possibilità di parto)

Non sapevano se e quando sarebbe finita. Né conoscevano ancora l’esserci dell’alba e dell’aurora. Solo in quella prima, totale notte seppero e conobbero davvero l’angoscia. Per questo si abbracciarono come mai prima d’allora, come mai nessuna madre li aveva abbracciati, come mai avrebbero pensato ci si potesse abbracciare, con una angoscia più totale di ogni altra angoscia, ma con una risposta piena come nessuna altra risposta, l’unica pregna di infinita possibilità di essere loro il mondo e il futuro dei mondi Era un abbraccio che cerca e che è (l’essere umano sempre, almeno un poco, è ciò che cerca) la comprensione panica, quella appunto che sta al di qua di ogni madre e di ogni sua possibilità d’abbraccio e d’accudimento. Ogni vero amore abita la grande notte, perché solo in essa è possibile l’abbraccio dei due bambini mai accuditi che abitano e sono la nudità dei due amanti. L’abbraccio e le loro carezze ora li tenevano in vita e nel buio dicevano ancora della pelle e del corpo, ma senza più paura, come se la pelle e il corpo non fossero più indifesi, come se fossero soltanto parola e gioia; cominciavano a dire della speranza di nuove nascite e di nuove più ricche identità. In quella loro disperazione sperante, in quella angoscia gioiosa si sentivano fratelli, come se una nuova grande madre li partorisse l’uno all’altro, l’uno dentro la carezza dell’altro. In quella grande immensa prima infinita notte, nell’amniotico abbraccio delle loro nudità, vissero l’amore e partorirono il loro essere il mondo e l’aprirsi di infiniti mondi.

Soltanto se ha in sé la dimensione panica di quella prodigiosa notte, soltanto se a essa rinvia, il letto d’amore è possibilità di vera risposta. Se non ci fosse il letto d’amore, come si potrebbe sperare?

Mi perdoni il lettore questo corsivo di intermezzo. Mi sono sempre immaginato così la prima notte dell’umanità: come la notte di una coppia di amanti, la prima coppia umana, che, per la prima sconosciuta volta, vivesse l’incontro con la notte, mistero di cui nulla sapevano, tempo di cui tanto non immaginavano l’inizio quanto non potevano pensare e sperare la fine. Mi immagino così il primo letto d’amore: un abbraccio immenso come quella notte, eterno come l’angoscia che non sa di sé e della propria durata. Per questo i due amanti l’uno perdendosi nell’altro, l’uno cercandosi nell’altro, l’uno disperatamente sperando nell’altro, cercarono in quel loro letto d’amore e di notte la risposta all’angoscia che avevano e che erano.

Anche oggi è un po’ così. Siamo oggi nella notte della parola assente e svuotata, dove ogni relazione e ogni appartenenza sembrano non esserci più o, forse, non esserci mai state davvero. Forse, mai come oggi, l’amore di due amanti conosce la solitudine della notte totale. E, forse, mai come oggi, la relazione e l’appartenenza reciproca che unisce i due amanti sul letto d’amore del loro abbraccio sono l’unica vera relazione e l’unica vera appartenenza possibili. Proprio per questo il rinvio a quella prima mitica notte è d’obbligo. Se quella prima notte di totale angoscia ha aperto alla vita le storie e le generazioni, perché non deve anche oggi essere possibile aprirsi a un letto d’amore così totale, travolgente come l’estrema angoscia, sperante oltre l’eterna disperazione di una notte senza fine? Il letto d’amore accudisce la possibilità delle storie e delle appartenenze.

Il passo che segue è preso da una nota del mio libro La tenerezza dell’eros (acquistabile presso ilmiolibro.it).

L’occidente si costituisce con logica difensiva. Nell’antica Grecia, lo straniero era chiamato “barbaro”: si tratta di una parola di origine onomatopeica (giocata sulla ripetizione balbettante della sillaba βα accentuata dal allitterante rotacismo della ρ), che indica il “balbettante”, con riferimento chiaramente svalutante nei confronti di ogni altra lingua e di ogni altro popolo che non fossero quelli ellenici e che quindi non fossero uniti e identificati dalla parresía, cioè da quel “parlar franco”, che caratterizza come tale l’uomo greco [illuminante, al proposito risulta la nota di Massimo Cacciari: “La parresía è l’elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue del barbaro. L’esule soffre della perdita della parresía come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresía svolgerà un ruolo decisivo nell’Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento.” (Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano, quarta edizione 2003, p. 21, nota 2)].

La stessa parola pólis, che è la parola cardine di tutta la organizzazione culturale, sociale e politica (guarda caso, politica deriva proprio da pólis) del mondo greco e, di conseguenza, di quello occidentale, rivela nella sua etimologia la struttura originariamente difensiva della città greca: deriva dal verbo pímplemi, che vuole dire “riempire”, in riferimento all’azione di riempimento del terrapieno difensivo all’interno del quale si costruiva la città.

Fantastico Roberto Saviano su Rai 3, da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” dell’11 novembre. Ci ha ricordato quanto potente è la parola, quanta vita e forza abbia, quanto umana sia.

Gli spazi e i tempi della parola sono stati in gran parte negati, uccisi da una società televisiva che paralizza e inbisce la parola (vedi il mio Noi e la tivù). C’è anche chi – potere violento ed espropriante – questi spazi e tempi li vuole controllare, fino a ucciderli, perché vuole uccidere l’uomo. Negare e uccidere la parola è negare e uccidere l’uomo. Soprattutto quando la parola è incontro, la parola fa paura a chi vuole il potere fine a sé stesso, uccidendo prima di tutto proprio la parola “potere”, che in-dica, cioè “dice in sé” la possibilità, il potere essere, l’apertura d’essere all’infinito.

Anche quando è pronunciata o scritta nei luoghi della costrizione, della segregazione, della prigionia, della emarginazione, della fragilità, della malattia, del limite apparentemente più invalicabile, della morte stessa, anche allora e anche lì, soprattutto allora e soprattutto lì, la parola è “tra” che unisce e lega (questo significa il termine greco logos), inter-roga (cioè “chiama in mezzo”), pro-voca (cioè “chiama, parla davanti”, “chiama, parla al posto di chi la dice”), in-voca (cioè “chiama, parla dentro e/o verso”), pro-nuncia (cioè “annuncia davanti”, “annuncia al posto di chi la dice”), de-nuncia (cioè “annuncia dall’alto” di un’autorità comunque sia, facendosi anche ev-angelo, cioè “forte annuncio”), es-orcizza (cioè “libera dalla morte e dal buio”), col-lega (cioè “lega insieme, unisce”), per-sona (cioè “suona attraverso” chi la dice e chi la ascolta, “suona per mezzo” di chi la dice e l’ascolta).

Come suggerisce la densità della radice di logos, la parola, prima di essere letta, è lei che legge, interpreta, detta, anima.

La parola è come l’acqua: filtra, scorre, piove, evapora per condensarsi e rifluire, ghiaccia per essere ghiacciaio che genera fiumi e forma valli e in-forma mari e oceani, gocciola nelle caverne più sotterranee scolpendo prodigiose stalattiti e stalagmiti, scava paziente le pietre più ostinate. La parola è acqua di donna: piange di emozione, inumidisce di desiderio, bagna d’orgasmo, con-tiene in fecondità amniotiche, allatta di maternità, insaliva di svezzamento, bacia di umida passione.

Lo dice la sua stessa etimologia ( parola deriva dal greco para-ballo , che significa “gettare accanto”, “gettare contro”, “gettare in modo eterdosso” ): parola è proiettile, bolide, messaggio forte, fantasia, slancio, ironia, satira, consacrazione dissacrante, dissacrazione consacrante, preghiera che bestemmia, bestemmia che prega, ossimoro che crea, parabola che si genera intorno a un fuoco e si apre all’infinito e all’assoluto; parola è seme maschile, eiaculanzione generante, spora nel vento, primavera vivificante, anima, soffio creante, pneuma liberante, pentecoste delle lingue.

La parola comenda lei, è più forte di chi la osa e la tenta, fa tremare le vene e i polsi di chi le si affida, rende “macro” e scavato chi la dice, si appropria di chi la usa. Basta che chi la incontra lasci che la propria vita e il proprio Sé vengano detti loro per primi dalla parola che dicono. Allora parola è autore e autorità, auctor et auctoritas, cioè “colui e ciò che fa crescere”. Allora parola è risposta e responsabilità, cioè “possibilità della risposta”. Ma, anche quando a dirla è chi vuole negarla, la parola – nonostante chi la dice e alla faccia di chi crede di usarla – dice sempre la verità, a condizione che chi la ascolta sia e stia attento, sappia essere critico, non la dia mai per scontata, la in-tenda oltre chi la sta dicendo, la ami tutta oltre ogni deformazione, la riconosca nonostante ogni ferita e al di là di ogni suo tradimento. Il miracolo della parola è anche questo: quando nega, afferma; quando tace, dice; quando chiede, dona; quando muore, risorge.

Mi piace pensare che Dio nella seconda persona della Trinità si identifichi proprio come Parola ; che nella terza persona della Trinità si identifichi come Paraclito , cioè come “colui che chiama vicino e accanto”, per consolare, proteggere, difendere, testimoniare. Per questo parola è anche – e forse prima e più di tutto – lasciarsi dire da Dio, incarnarlo, testimoniarlo fino alla stessa possibilità della “grande tribolazione” che rivela e annuncia cieli nuovi e terre nuove.