Berlusconi:

la scoperta religione del denaro.

IOR, Opus Dei e Compagnia delle Opere (CL):

il coperto denaro della religione.

 

 

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In Rai non si scherza. Si sospende.

Giuseppe Beppe Bigazzi,il canuto interlocutore culinario del mezzodì di Rai 1, ieri ha detto a Elisa Isoardi che in Val d’Arno si mangiavano i gatti. Sospeso dalla “Prova del Cuoco”.

Morgan, cantante e noto giudice di “X Factor”, in un’intervista ha detto che tira coca. Sospeso da Sanremo.

Non importa se quel che ha detto Bigazzi è stato dolorosamente vero in molte parti d’Italia e in anni di miseria e fame. Non importa se per molti forse quegli anni disumani non sono finiti o se per altri rischiano di ricominciare. Non importa, perché la miseria e la fame neppure la Rai può sospenderle.

Non importa se quel che ha detto Morgan è pratica tragicamente diffusa anche tra politici e Parlamentari, come dimostrato dalla cronaca e dalle stesse Iene di Mediaset. Non importa perché l’immoralità o, peggio ancora, l’amoralità pubblica la Rai non può sospenderle, neppure al proprio interno.

Ma forse hanno ragione in Rai: non bisogna dire quel che si fa, bisogna fare e basta. Per esempio, Agostino Saccà, noto e disponibile manager Rai, a suo tempo diede l’esempio proprio con una telefonata al “Premier” Berlusconi (telefonata del 21 giugno 2007). E questi, da par suo, acerrimo e inimitabile primus inter pares, questo esempio non continua forse a dare? Non si può certo sostenere che i nostri governanti si sottraggano al dovere di dare l’esempio: fare, non dire.

Emergenza o non emergenza, grandi o piccoli che siano gli eventi, l’importante è fare. Dire mai. Al massimo, smentire. Male che vada la smentita e i massaggi sono un’ottima protezione, la migliore del mondo. E non sono “chiacchiere da bar”, come dissacrando direbbe Hillary Clinton.

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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2010/02/10

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 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Un video girato con un telefonino mostra come muoiono le persone respinte in Libia e dalla Libia “rimandate” ai loro paesi attraverso il deserto. Non ci voleva molta fantasia a pensarlo, ma ora anche gli stupidi possano vedere a quali atrocità portano la politica dei respingimenti e la collaborazione con Gheddafi.

Non so come facciano Berlusconi, Maroni e Compagnia a dormire, ma forse, nel loro caso, avere cadaveri sulla coscienza rimbocca le coperte e fa dormire meglio. Senz’altro più di loro dormono complici gli elettori che li hanno eletti e l’opposizione che assiste e non parla più di tanto, meno che meno fa l’opposizione che testimonia e denuncia.

E che fa quello strano papetto arroccato nelle mura Vaticane, ossessionato dalla Verità e dimentico del vero vivente? Perché non sale ogni Calvario della storia? Perché non va dove l’uomo è ucciso? Perché non mette il piede, la faccia, l’anima nel deserto tra Libia e Niger? Perché non va ad Haiti ad abbracciare chi muore? Perché non va in Amazzonia, in Africa, in Tibet e in mille altri luoghi a impedire i genocidi, a fermare i massacri? Perché non era a Rosarno tra i neri schiavizzati, impallinati, sprangati ed espulsi contro ogni logica e ogni diritto? Perché non denuncia le falsità? Perché lascia che la Chiesa sia ricattata dalle mafie, dalla P2, dai corrotti? Perché lascia la Chiesa in mano al potere castrante dell’Opus Dei e di CL o ai maneggioni salesiani del sudamerica? Perché tace le ambiguità, copre le collusioni, nasconde le omertà, impedisce la verità?

Non basta dire due parole all’Angelus domenicale dall’alto di quella finestra trespolo, che lo zooma all’indietro portandolo e lasciandolo fuori dalle storie e dalle umanità.

Charitas in veritate ha titolato l’ultima enciclica. Non credo sia un caso l’uso di quell’ablativo e di quello stato in luogo. Per lui l’amore (charitas) è un contenuto dentro una verità statica, una verità contenitore. L’amore per lui è come una lumaca o un mitile dentro a un guscio chiamato verità. Forse non era meglio dire e vivere Charitas in veritatem? L’amore si coniuga con la verità solo se la verità è tensione, cammino, inquietitudine; solo se vive nell’incontro e nella relazione con quel vero vivente che è l’uomo, gli uomini, gli esodi, i drammi, i calvari quotidiani, la vita di chi vorrebbe vivere e non disperare. Non si possono evitare le shoah della storia restandosene chiusi nelle mura vaticane. E, se proprio vogliamo dirla in latino, Charitas vera inter homines est, cum hominibus est, in hominibus loquitur ac vivit, quia Logos habitat in nobis.

Dopo che gli uomini della scorta lo hanno fatto entrare a forza nell’auto, subito, quasi ribellandosi alla protezione, Berlusconi è voluto uscire, ergersi verso la folla. Analizzando proprio le immagini di questa azione, cerco qui di continuare nella ipotesi di lettura psicologica dell’aggressione al Presidente del Consiglio iniziata nel mio post 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita (ma vedi anche 2009/10/25 – La psicologia di Piero Marrazzo e Silvio Berlusconi, la sessualità preedipica e la gestione del potere ; Le dipendenze peggiori. “Meno male che ci sei tu”, dice con gli occhi la madre al proprio bambino [e correlato a questo “Meno male che Silvio c’è”]).

Se si parte dalla ipotesi di un uomo sofferente di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), allora la fenomenologia della scena e in particolare dello sguardo di Berlusconi in piedi all’auto è la seguente.

Il viso di Berlusconi non è più e soltanto il viso dell’uomo ferito, scioccato, sofferente. È ora il viso del bambino spaurito, improvvisamente abbandonato dalla mamma. È quel bambino a uscire dall’auto, ad alzarsi a guardare, come se con gli occhi dicesse: “dove sei, mamma?”, “perché mi lasci solo?”, “stavo proprio facendo quello che tu hai sempre voluto da me, stavo facendo l’uomo più importante del mondo, lo stavo facendo per te, al posto tuo, lasciando che tu diventassi me … e tu perché te ne vai? Lo sai che senza te, io non esisto, non ci sono. Lo sai che tu sei me e io sono te, unicamente te”, “perché mi hai schiaffeggiato, annientato, svuotato di anima?”, “e adesso la mia anima dove è?”, “rivoglio la mia anima, lasciatemi uscire di nuovo, la mia anima è la in mezzo, è la dove è partito lo schiaffo, non posso lasciare là la mia anima”, “perché volete partire, portarmi via da me stesso, dalla mia anima proiettata sulla folla?”, “vi ordino di non partire!, dove andate?, se partite, mi uccidete, mi lasciate vuoto di me stesso! Voglio restare qui, uscire, riprendermi l’anima!”.

La persona sofferente di DNP proietta il proprio Sé sull’altro, soprattutto su un altro femminile (il più possibile controllabile, passivo, indifeso, manipolabile), compreso quell’altro indistinto-femminile che è la “folla”. Per questa persona non c’è distanza tra sé e l’altro da sé, c’è solamente il proiettarsi del proprio Sé: se l’altro non accetta la proiezione e non la subisce, allora l’altro va annientato nel nulla della “vergogna”, nell’attribuzione moralmente mortificante della “invidia” e dell’ “odio”.

Quando però, nel momento stesso in cui pensava di essere totale, la proiezione grandiosa del Sé fallisce e si trova di fronte all’ostacolo imprevisto del rifiuto infrangibile, dello schiaffo inconfutabile, dell’oltraggio indifendibile, allora il Sé si smarrisce, resta lì spaesato, regredisce alla auto-percezione della propria nullità, al sentirsi quel “niente”, che probabilmente Veronica, da donna innamorata e da madre dei suoi figli, ha percepito nella profondità dell’anima di Silvio Berlusconi.

Quanto più il DNP coinvolge il versante psicotico del Sé, tanto più la proiezione del Sé è massiccia e delirante, fino al rischio della dissociazione stessa del Sé nell’onnipotenza suicida o nella schizofrenia: in tale ultimo caso il Sé proiettato finisce con l’essere colto come voce esterna, “altra”, irrimediabilmente perduta nell’orco della scissione. La dissociazione del Sé è un rischio possibile del DNP, soprattutto quando la spirale della proiezione delirante diviene un bisogno sempre più ossessivo, configurandosi come compulsione irrefrenabile, cioè come grave dipendenza.

La persona sofferente di DNP tende sempre più a ripetere sull’altro da sé quanto, da piccolo, in un’età tra i due e i tre anni, la madre – per lo più inconsciamente – gli ha proiettato addosso, investendo e invadendo il figlio dei propri bisogni di affermazione e di compensazione affettiva, sociale, esistenziale. Chi è stato ferito, ferisce, se non ha potuto elaborare e superare la ferita. Se la ferita narcisistica non è stata elaborata e superata attraverso una competente ed efficace psicoterapia, il DNP diviene sempre più grave; il Sé che ne soffre tende sempre più a ripetere in modo attivo (cioè agendo lui sull’altro o sugli altri) quella dinamica invasiva, espropriante e distruttiva, che ha dovuto subire da piccolo nella relazione con la madre.

Quel volto smarrito di bambino non poteva non colpire la tenerezza materna di molte donne. C’è cascata anche la stessa Sabina Guzzanti, che pure è donna abituata a quella capacità di stacco che genera l’ironia e la satira: “Sì, mi ha fatto moltissima pena vedere Berlusconi ferito. Ho visto il volto insanguinato. Ho visto un vecchio ferito. Quando è uscito per vedere in faccia il suo aggressore ho provato anche stima per la fierezza e ho visto anche un politico per la prima volta”. Credo che Sabina abbia confuso la ferita attuale del vecchio con quella antica, lo smarrimento del bambino con la fierezza del politico: quello che Berlusconi cercava di guardare là nel mezzo non era l’avversario politico, ma la propria anima proiettata e non accolta, data e non restituita da quel tremendo sostituto materno che per lui è la folla.

Mi pare che il commento di Walter a 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita intuisca di più la dinamica in gioco: “tra le varie immagini passate nei telegiornali, mi ha colpito molto quella del Cavaliere, che ormai ferito, si erge sul suo cavallo (la macchina blu) e va a cercare il feritore, quasi a volerlo sfidare, quasi a volergli dire: “che ti credevi, non sai che sono immortale?”. Tutto questo nonostante la nutrita scorta cercasse inutilmente di proteggerlo e portarlo in tempi rapidi all’interno della macchina”.

Il suo Sé di bambino follemente spaesato era là buttato in mezzo alla gente. Era là. E là Berlusconi guardava, come se la madre l’avesse tradito. Era per lei, come sempre, che si era esibito, che aveva recitato lo smarrirsi di sé nell’incesto seduttivo e pauroso con quella folla madre, che voleva sua, che non poteva non continuare a essere sua, come sempre, come da sempre, come per sempre. E lei, la madre-folla, l’aveva tradito, con quello schiaffo che lo smentiva, lo perdeva, lo tradiva.

Negli occhi del vecchio parlava il bambino: “Come? Tu, madre, mi tradisci? È per essere te che voglio e devo sedurre la folla. E tu mi tradisci? Mi illudi? Mi rubi l’anima, così? Dove è la mia anima? Perché mi portano via? Non posso lasciare lì la mia anima! Lasciatemi vedere dov’è. Lasciatemela riprendere. Non portatemi via. Perché, madre, questo schiaffo che mi annienta? Perché espropriarmi di me, mentre io mi perdevo in te, come al solito, come da sempre, come per sempre? È questo il mio vero dolore. È questo il mio vero morire. Madre, non mi tradire anche tu!”.

Troppo presi dalla furia di dare un lettura politica e solo politica dell’aggressione a Berlusconi, i commentatori hanno forse dimenticato di dare una lettura psicologica dell’evento, lettura che, oltre che essere la più immediata, in questo caso è probabilmente la sola pertinente.

A quanto è dato intuire dai dati di cronaca (come al solito molto o del tutto incompetenti appaiono i giornalisti in materia psicologica) e dalle poche immagini, l’aggressore, Massimo Tartaglia di 42 anni, è una personalità gravemente problematica, sofferente da molti anni, quindi in condizioni di cronicità; parrebbe vittima di un quadro psicotico o quanto meno caratterizzato da forti nodi psicotici.

L’aggredito, Silvio Berlusconi di 73 anni, secondo la moglie è, a propria volta, soggetto malato e bisognoso di cure. In effetti, da molti dei suoi comportamenti, parrebbe personalità caratterizzata da un narcisismo accentuato, forse inquadrabile in un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) (confronta altri miei post in questo blog), diagnosi pienamente verificabile soltanto all’interno di un competente rapporto clinico, il quale tuttavia viene rifiutato dal diretto interessato. Nel senso della verifica del reale stato di salute di Berlusconi (proprio a partire dalla parole di Veronica) si muoveva una delle 10 domande de “la Repubblica”, alla quale il Presidente del Consiglio si è sottratto. Peraltro va notato che, se davvero Berlusconi soffrisse di DNP, rientrerebbe proprio nelle caratteristiche di tale patologia sottrarsi a ogni verifica e cura, con sdegnoso senso di onnipotenza.

Se in gioco non ci fosse l’esigenza giornalistica di comprendere il più possibile quanto sta avvenendo con tutte le non irrilevanti conseguenze sociali, politiche, istituzionali, economiche, che quanto sta avvenendo comporta per tutti noi, la competenza psicologica e psicoterapeutica tacerebbe di fronte alle richieste della competenza giornalistica. Invece, proprio in nome del diritto politico e civile della comprensione, occorre dare precedenza alla competenza giornalistica e procedere sia pure sulla base di ipotesi, di quelle tuttavia che allo stato dei fatti possono apparire le più plausibili e pertinenti. E, ripeto, le ipotesi che con più legittimità emergono sono proprio queste: che l’aggressore presenti un quadro più o meno gravemente caratterizzabile come psicotico; che l’aggredito presenti un quadro di tipo narcisistico. La domanda che ne esce sarebbe allora questa: perché uno psicotico aggredisce un narcisista?

Di fronte a una domanda di questo tipo, uno psicoterapeuta clinico comincerebbe probabilmente così:

  1. difficilmente uno psicotico, fosse anche sofferente di psicosi reattiva, aggredisce di propria iniziativa. Se lo fa, è perché nel proprio vissuto sta – a torto o a ragione – rispondendo a un comportamento che egli vive come aggressione prossima e fortemente invasiva, alla quale non può in alcun altro modo sottrarsi;
  2. difficilmente uno psicotico, fosse anche sofferente di psicosi reattiva, aggredisce persone al di fuori dell’ambito familiare. Se lo fa, è perché l’aggressore appare al suo vissuto come così vicino da risultargli familiare o comunque sovrapponibile a una figura familiare e identicabile come questa figura (per esempio identificabile come la propria madre troppo divorante o troppo abbandonica oppure come il proprio padre troppo svalutante e castrante o – al contrario – eccessivamente esigente).

Da parte propria, la personalità narcisistica tende proprio a identificarsi con l’altro e nell’altro, invadendolo, snidandolo, provocandolo (cioè, letteralmente, “chiamandolo innanzi a sé” fino a considerarlo sé stesso), aggredendolo o con seduzione manipolante o con appellativi svalutanti e comunque non empatici. La personalità narcisistica tende a fare corto circuito tra sé e l’altro da sé, proiettando sull’alto da sé sé stesso: se l’altro accetta di subire la proiezione, è bravo; se non lo fa, è un niente o, per usare appellativi berlusconiani, è un “coglione” o un “farabutto”, che può soltanto precipitare nell’abisso annullante della “vergogna” (altro vocabolo tipicamente berlusconiano). È come se la personalità narcisistica ragionasse soltanto in bianco e nero, senza tenere alcun conto delle sfumature, della infinita gamma dei grigi intermedi: o sei la mia proiezione e allora esisti e hai diritto di esistere; o non sei la mia proiezione e allora non esisti e non hai diritto di esistere.

Di fronte a dinamiche di questo tipo, la personalità psicotica cerca di sottrarsi il più possibile, dato che la sua strategia abituale è quella dell’evitamento dell’incontro con l’altro, soprattutto con l’altro percepito e vissuto come eccessivamente invasivo. Bene lo sanno i clinici, che cercano di evitare il più possibile ogni prematuro o eccessivo avvicinamento nei confronti della personalità psicotica.

Un uomo politico dovrebbe, più di ogni altro, conoscere e sapere gestire l’esatto senso della distanza, partendo prima di tutto da una adeguata conoscenza di sé e della propria personalità (sia in sé stessa sia per come può venire percepita e vissuta dall’altro). Se non lo fa, è un dilettante della politica, soprattutto della politica attuale, così giocata sulla immagine di sé e sulle modalità di esposizione e di impatto che l’immagine di sé può o non può avere.

È dunque del tutto sconsigliabile l’attività politica di immagine e di esposizione a personalità con problemi narcisistici non risolti. Rischiano di proiettarsi troppo sulla “platea”, sulla “folla”, sulla “gente” (metto le virgolette per evidenziare il comune genere femminile di questi termini), come se fossero madri, con le quali occorre essere i più seduttivi e manipolatori possibile, ma dalle quali è impossibile separarsi. Rischiano di avere così bisogno dell’ “incontro”, del “contatto”, del “consenso”, del “voto” (metto le virgolette per evidenziare il comune genere maschile di questi termini), da doverlo continuamente cercare, provocare, evocare, chiedere, richiedere, in una ossessiva ricerca di sé, proprio e solo a partire da quell’incontro, da quel contatto, da quel consenso da quel voto, in una crescente e quasi maniacale dipendenza da essi. Con tale dinamica in atto, come può una personalità narcisistica non impattare prima o poi nel controtransfert di una personalità psicotica? Basta sfogliare un qualunque libro di storia per accorgersi quanto sia frequente l’uccisione – tentata o, purtroppo, riuscita – del Re, del Monarca, del Potente o, comunque, di colui, che come tale sia o possa essere vissuto. Il regicidio non è solo un atto o un progetto politici. È spesso, molto spesso, il prodotto di una dinamica esclusivamente psicologica. Che poi, a un livello più complesso, il regicidio politico possa nascondersi dietro l’azione del pazzo di turno, lasciando per esempio che questi agisca e appaia come l’unico attore, anche questo la storia ci dice (ma questo appartiene alle pagine più nere, complesse e micidiali della storia).

Se una personalità narcisistica fa politica, avvicinandosi troppo, prima o poi, incontrerà una personalità psicotica, che si vivrà come aggredita, troppo aggredita, così aggredita, da non potere non rispondere, a propria volta, con l’aggressione, al di qua di ogni premeditazione, scagliando il primo oggetto che capita, magari quel souvenir che si stava per portare a casa alla propria madre o al proprio padre, per fare vedere loro dove si era riusciti ad arrivare.