Secondo quanto ho già scritto in alcuni post precedenti ai quali rinvio, procedo qui nell’ipotesi che Silvio Berlusconi sia sofferente di un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP).

L’uso della parola “amore” nel vissuto di una persona colpita da DNP sta a indicare l’irradiarsi onnipotente e, soprattutto, incontrastato (e dunque incontrastabile) della proiezione del proprio Sé, come dell’unico Sé possibile, legittimato e legittimante.

Chi soffre di DNP, non sa vivere la relazione (e meno che meno l’empatia relazionale) con l’altro da sé, in particolare con la diversità dell’altro, con la sua unicità irripetibile, cioè con quanto fa dell’altro una persona fedele a sé stessa, alla propria identità che, in quanto tale, lo distingue e identifica. Se la relazione per propria natura comporta la diversità tra due o più persone, per chi soffra di DNP ogni “relazione” può soltanto portare alla negazione delle diversità e alla affermazione sempre più grandiosa del Sé, che fonde in sé stesso ogni alterità. L’altro può, allora, esistere solo se e quando è e subisce la proiezione del Sé del narcisista.

Il Sé di chi soffre di DNP non può non proiettarsi sull’altro, annullando l’inviolabile alterità dell’altro, affermando sempre più sé stesso, soltanto sé stesso. Percependo, per esempio, sé stesso come “Super”, come il “migliore statista degli ultimi 150 anni”, come l’unico che “ha le palle”, il Sé di chi soffre di DNP non può non percepirsi come il Bene assoluto e fecondante (secondo quanto diceva Patrizia D’Addario Berlusconi non vorrebbe l’uso del preservativo neppure con una prostituta), che “meno male che c’è” e che salva e feconda gli altri, assimilandoli a sé. Per questo Sé non è concepibile che qualcuno non possa o non voglia capire il Bene che il Sé narcisisticamente disturbato proietta su di lui, non possa o non voglia essere salvato dal Bene. Se non lo fa, significa che è un “coglione”, un “farabutto”; oppure significa che è mosso dalla “invidia” e che, quindi, resiste alla salvifica proiezione del Bene, soltanto perché vorrebbe essere ciò che lui non è e non potrà mai essere.

Il Sé affetto da DNP confonde la necessità patologica della propria proiezione con la provvidenziale avanzata del Bene, con il quale il Sé del narcisista sempre più si identifica, in una spirale compulsiva, delirante, che – se non curata – diventa inarrestabile auto-affermazione e pericolosa e progressiva negazione dell’altro.

Tutto ciò che gli resista e non possa sic et simpliciter essere svalutato a miserabile invidia, è allora identificato come “odio”. E che altro potrebbe essere se resiste all’ “amore”, se ostacola l’ “amore”, se impedisce e limita il generoso irradiarsi dell’ “amore”? Che altro dovrebbe fare se non precipitare nell’abisso della “vergogna”, nel sentimento della propria colpevole identità?

Invidia”, “odio”, “vergogna” sono categorie morali, che – come tali – non dovrebbero riguardare la politica. Chi le applica alla politica, ha della politica un’idea assoluta, sacrale, re-ligiosa (nel significato letterale di “totale”), cioè radicalmente totalitaria, anni luce lontana da ciò che la politica per propria natura è e dovrebbe essere, soprattutto in uno stato democratico.

Nella propria più vera essenza, la politica è il luogo e il tempo della possibilità. Nella politica l’evento in gioco è il potere, che nel proprio significato vero e letterale indica e dovrebbe indicare la “possibilità dell’essere”, la possibiltà che l’essere ha e deve avere di configurarsi in tanti possibili progetti, che vanno tra loro confrontati, proprio attraverso l’incontro libero delle diversità personali, sociali, politiche, culturali, esistenziali, attraverso la discussione delle diverse ottiche e delle diverse richieste e proposte.

Attribuire alla politica il diritto o, addirittura, il dovere del giudizio e della valutazione morali, significa – quanto meno tendenzialmente – integralismo e totalitarismo. Significa confondere libertà con omologazione. Significa – alla radice – negare ogni diversità di opinione, di azione, di esistenza, di parola, di speranza, assimilando ogni diversità alla “eversione” (altro vocabolo berlusconiano) e, appunto, all’ “odio”. Allora eversivi non sono gli atti, ma gli atteggiamenti e i sentimenti. Allora colpa non è ciò che si fa, ma chi si è. Su questo versante, il reato è l’identità stessa della persona, il suo essere colpevolmente e “vergognosamente” sé stessa. Per questo un’idea così totalitaria della politica finisce con l’uccidere la persona: più una persona è sé stessa, più è vergognosamente colpevole e – come tale – va combattuta.

Resta il problema del perché molti seguano “Superman” (come egli stesso si è definito) assimilandone il vocabolario, ma questo è un problema che lascio a qualche prossimo post.

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