Faccio seguito qui al mio post sull’assegnazione del Nobel per la pace al Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama (2009/10/10 – Nobel per la pace a Barack Obama).

Ci sono due modi di intendere la pace.

Il primo dice della pace come dell’assenza qua talis dei conflitti. La seconda è la volontà di incontrarsi tra gli uomini, di essere gli uni con gli altri, di non potere essere gli uni senza gli altri.

Il primo modo di intendere la pace può essere sintetizzato dalla celebre frase di Tacito, che riferendosi alla pax romana celebrata da Augusto, dice: “ubi desertum faciunt, pacem appellant (“dove fanno il deserto, questo chiamano pace”). L’affermazione, che lo storico latino mette in bocca a Calgaco, generale caledone nemico dei romani, in realtà non dice desertum, ma solitudinem: “dove creano la solitudine, questo chiamano pace”. Mentre il “deserto” è un luogo abbandonato, dove nessuno semina più, dove forse non c’è più l’uomo e rimane soltanto la presenza straziante delle rovine o quella anonima della natura privata dell’uomo, la “solitudine” di cui parla qui Tacito, per esserci, ha bisogno che l’uomo non sia assente; ha bisogno che l’uomo ci sia, che resti solo, che sia solo, che siano interrotte le sue relazioni con gli altri esseri umani e – di conseguenza – con sé stesso. Questa solitudine è allora ben più tragica del deserto, ne è la culla micidiale e infallibile.

Quando l’uomo è in relazione con gli altri e con sé stesso, restare soli può essere momento prezioso e fecondo di sistole, di confronto con sé stessi magari nella inquietitudine, ma sapendo e in-tendendo la quies contemplante, l’otium rigenerante, la scholé teoretica e metafisica; invece la solitudine dell’uomo irrelato è spaesamento, angoscia, potenziale ritiro psicotico.

Questo primo modo di intendere la pace presuppone quindi l’uccisione della natura relazionale dell’uomo: l’uomo non è più per.sonanza in sé stessi dell’altro e nell’altro di sé stessi; l’uomo è conchiglia svuotata, marionetta sconosciuta soprattutto a sé stessa. Se avesse vinto il nazismo, la pace nazista molto probabilmente sarebbe stata proprio questa: la solitudine di uomini senza relazione e senza anima, senza confronto, senza pari diritto di parola e di risposta. In questa pace l’altro non può né deve esistere; se lo fa, viene primo zittito, poi svalutato, poi negato, alla fine ucciso. È la pace delle mafie e dei totalitarismi. Purtroppo, se ci pensiamo bene, è la stessa pace che abita molte delle nostre famiglie dove non ci si parla più, non ci si conosce più, non si guarda altro che lo schermo a-personale della televisione (di questo ho parlato nel mio libro Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio). Se questo tipo di pace si afferma, allora guai a chi fa pensare; allora morte a chi pro-voca (cioè “chiama innanzi”) le coscienze; allora segregazione per chi – anche soltanto con la presenza della propria diversità o, più radicalmente ancora, con la diversità della propria presenza – interroga; allora eliminazione di chi denuncia e osa anche lontanamente richiamare al pensiero, alla riflessione, alla responsabilità (che letteralmente significa “possibilità di risposta”). Allora, chi chiede di pensare, di rispondere, in una parola di esserci, questi è il nemico, anche soltanto – ripeto – con la propria diversità o con la propria pura presenza.

Il secondo modo di in-tendere e di essere la pace è gli uomini con gli uomini, l’incontro delle diversità, il dialogo, la legittimazione personale l’uno dell’altro e l’uno nell’altro, l’identificazione reciproca. Questo secondo modo non esclude il conflitto (quello non armato, naturalmente), anzi spesso lo produce, ne esige la parte migliore e vera, quella che dice dell’altro come di chi mi fa crescere, mi fa evolvere, mi distoglie dalle mie chiusure, mi porta a confrontarmi con le mie paure più profonde e, in tale modo, mi conduce a una identità sempre più ricca e profonda, sia pure nella fatica del confronto, della crescita.

Mentre la prima pace è prima o poi stato di morte e di disperazione, la seconda pace è tensione e speranza. Mentre la prima pace la si subisce, la seconda la si vuole. Mi piace pensare che non sia un caso che la parola elpìs, che in greco antico significa “speranza”, abbia la stessa radice del verbo latino velle, che significa ”volere”: è come se alle radici della nostra cultura ci fosse l’affermazione preziosa di questa convergenza tra volere e sperare, tra sperare e volere.

La pace è come la libertà, la verità, la giustizia. Non è uno stato in cui si è o una condizione nella quale si sta; se fosse questo, la pace svanirebbe in un battito o non sarebbe vera pace (parimenti, se fossero questo, libertà, verità, giustizia sarebbero solo un attimo illusorio o sarebbero falsa libertà, falsa verità, falsa giustizia). È- al contrario – una conquista da volere e da sperare, da sperare e da volere, sempre di nuovo, sempre da capo, nell’ncontro con gli altri, con la loro presenza, con la loro diversità e unicità, con le loro domande e le loro risposte, sempre di nuovo rispondendo e sempre di nuovo domandando.

L’amore per la vita non sta in libertate, in veritate, in iustitia; è invece tensione e in-tenzione in libertatem, in veritatem, in iustitiam. Non si può dunque stare e re-stare in pace, ma si è in pacem. Come bene aveva colto e detto Giovanni XXIII, la pace è l’oggetto di un “umanissimo perdurante universale cupidissimo appetito”: “Pacem in terris, quam homines universi cupidissime quovis tempore appetiverunt” (è l’inizio della enciclica Pacem in terris); è l’oggetto di una in-tenzione da volere e da sperare con voglia bramosa (bellissimo quel cupidissime di papa Roncalli, tutto carico di concreto e tutto bergamasco senso del desiderio) qui nelle terre dell’esistere, cercandola e volendola come in-separata e in-separabile rispetto alla liberta, alla verità, alla giustizia sociali e politiche, rispetto allo sviluppo (quello che Paolo VI chiamerebbe progressio) dei popoli, delle società, degli stati, delle culture, delle terre tutte.

Mi piace tantissimo pensare che il Nobel per la pace a Obama sia stato assegnato avendo presente più o meno quello che qui ho cerco di esprimere, parlando di questo secondo modo di intendere la pace.

 

 

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