2009/07/13 – Con lo scudo fiscale arriva il riciclaggio di Stato e Obama sta simpatico a Papi

Grandi evasori fiscali, bancarottieri, trafficanti di droga, armi, organi umani e prostituzione, mafiosi e affini (‘Ndrangheta, Camorra, Santa Corona Unita), furboni, furbastri e furbetti delle società off shore, tutti voi, gioite, alleluja alleluja. Nascondendosi dietro al dichiarato bisogno di reperire fondi per la tragedia d’Abruzzo, questo governo che specula sui morti vuole approvare per legge lo scudo fiscale, cioè il “rimpatrio” di capitali frutto di attività illecite anche gravissime e, per questo, nascosti all’estero nei paradisi fiscali. Il rientro renderà questi capitali utilizzabili e immacolati come nessun riciclaggio potrebbe mai fare, per giunta a buon mercato, quasi gratuitamente e, a quanto pare, nel segno della impunità circa i reati che li hanno prodotti. Come dire: ti permetto di riciclare e per giunta io, maggioranza dell’Impunito per antonomasia, ti garantisco l’impunità. Che volere di più dalla vita?

Tra l’altro, come ricorda Antonio Di Pietro nel suo blog, “tra i possibili “beneficiari” della decisione c’è anche la più potente nomenclatura economica finanziaria italiana, come la famiglia Agnelli, la famiglia Marcegaglia, lo stesso Silvio Berlusconi”.

Ai tempi della Prima Repubblica a riciclare gran parte del denaro sporco ci pensava il Vaticano di Marcinkus e De Bonis. Ora alle vecchie agenzie del riciclaggio si aggiunge direttamente lo Stato. Siamo alla statalizzazione e allo statalismo del riciclaggio. Berlusconi sta al riciclaggio come Lenin e Stalin stanno alla rivoluzione sovietica.

È del tutto probabile che al riciclaggio di Stato saremmo comunque, prima o poi, arrivati. Probabilmente è questo il progetto cui, attraverso la “cosa” Berlusconi, miravano la P2, la mafia e i poteri loro collegati: rendere sempre più debole e inesistente lo Stato, così da potere agire indisturbati in esso e attraverso di esso.

Tramite operazioni così sfacciate, probabilmente Berlusconi mira a due risultati, l’uno legato all’altro, l’uno conseguenza dell’altro. Da un lato, facendo tanto spudoratamente il loro gioco, rende palesi gioco e giocatori, li smaschera, sposta dai bassifondi nascosti e negati al piano delle cose evidenti e note l’alleanza con chi l’ha sempre sostenuto. D’altro lato, proprio accelerando il gioco e gli eventi, evita o quanto meno allontana il proprio affossamento, la propria scomparsa politica o, magari, fisica. Più l’auto va veloce, più è difficile cambiare in corsa l’autista. Il cambio a velocità sì elevata rischierebbe di rendere troppo ingestibili i cadaveri e troppo evidenti gli scheletri. Per propinare caffè al cianuro o impiccagioni sotto i ponti di Londra o comodi suicidi o morti improvivse, bisogna che l’auto faccia almeno una piccola sosta.

Dal canto suo Obama non è Kennedy ed è poco probabile che frequenti Dallas su una decappottabile. Berlusconi ha intuito che la forza di Obama e la preoccupazione che suscita in chi vorrebbe continuare a gestire mafie, guerre, terrorismi e droga possono aiutarlo. L’ha intuito tanto quanto l’animale sa intuire il sentiero della sopravvivenza. Come possono, allora, fare fuori il nostro Papi, se Obama cambia così radicalmente i giochi mondiali e se, contemporaneamente, lui Silvio accelera fino al parossismo quelli italiani? Forse proprio per questo Obama gli è risultato tanto simpatico.

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