2009/06/30 – In Spagna Gianfranco Fini parla e agisce già da leader post Berlusconi. Sono felici i “poteri forti”

La visita in Spagna di Gianfranco Fini , terza carica dello Stato, lancia messaggi importanti. Il fatto (questa visita di due giorni) è sotto molti aspetti un messaggio. La Spagna è snodo importante della vicenda Colombia Ecoprensa e di tutta l’enormità di interessi che le sta dietro (è importantissimo punto di passaggio e di riferimento del commercio della droga). Poi è la terra dell’Opus Dei e di grandi legami tra Vaticano e chiesa sudamericana. Non è certo trascurabile poi che Fini vada subito, appena giunto, alla presentazione della Fondazione di Josè Maria Aznar, ex premier spagnolo prima di Zapatero ed ex frequentatissimo amico di Berlusconi, quando Silvio ancora esprimeva fedelmente le attese che i “poteri forti” (vedi articoli precedenti, dove parlo di mafie nazionali e internazionale, P2, parte piduista del Vaticano, industria della droga, della guerra, del riciclaggio) avevano nei confronti della “cosa Berlusconi”, come la chiama il Nobel Josè Saramago.

Solo dopo essere stato tanto strettamente con Aznar Fini incontrerà oggi Josè Zapatero, che, in quanto a ruolo politico, è omologo non suo, ma di Berlusconi. Come mai non si limita a incontrare il suo omologo, il il presidente del Congresso dei deputati spagnolo Josè Bono Martinez? Come mai Fini agisce (e parla) già in veste di premier? A dargli l’investitura, guarda caso, ci pensa lo stesso Aznar: “In questi tempi di crisi e di incertezza, abbiamo bisogno di leader, e lui lo è”. Dicendo “abbiamo”, a quale “noi” si riferisce e a quale titolo parla Aznar? Parlando “di crisi e di incertezza”, si riferisce genericamente alla crisi dell’economia o a qualche più mirato e particolare significato della parola, magari alla crisi del “noi”? E chi o che cosa hanno bisogno di essere rassicurati e resi meno incerti?

Aggiungendo: “Alla crisi non si risponde tornando allo statalismo, al protezionismo e all’indebitamento pubblico: soprattutto per l’Italia si rischierebbe di trovarsi in una situazione di scarsa competitività”, Fini enuncia – mi pare – un programma di governo, alternativo, critico sotto molti aspetti della direzione verso cui, giorno dopo giorno, si sta impantanando Berlusconi. È come se Fini dicesse basta al crescente aumento del debito pubblico cui ci ha portato Silvio in poco più di un anno (deficit-pil al 5%) e con impressionante caduta delle entrate statali (meno 37 miliardi); come se dicesse basta alle paure protezionistiche e – in ciò – allo statalismo della Lega (“è assolutamente sbagliato pensare di reagire alla crisi tornando a una economia sostenuta dallo Stato, allo statalismo”); come se dicesse basta a uno stato in rovina, che, per sopravvivere, deve per forza di cose sfociare – anche qui – in dinamiche statalistiche (con limitazioni troppo evidenti della magistratura, della stampa, della autorità inquirente). Come se – in una parola – dicesse basta a Berlusconi (e alla Lega). E lo dicesse – ripeto – da leader fresco della investitura internazionale datagli da Aznar: “Quel che è più importante per Gianfranco Fini non è tanto quello che ha già fatto, quanto il molto che dovrà ancora fare. Sono convinto che il suo futuro politico sarà brillante e fruttuoso e questo è una buona notizia per tutti noi”. Che vuole indicare Aznar con queste parole? È una profezia o un disegno politico? Un’anticipazione? Un messaggio? È solo un caso che sottolinei non “ tanto quello che ha già fatto, quanto il molto che dovrà ancora fare”? Che intende con quel “sono convinto”? Il “futuro” di cui parla è prossimo o meno prossimo? E – anche qui – a chi si riferisce quando parla di “noi”?

Degno di nota la lettura che Fini dà delle cause della crisi: “La responsabilità della crisi non è stata del mercato ma delle istituzioni politiche che hanno vigilato in modo estremamente deficitario sul rispetto delle regole. La responsabilità non è del mercato ma della scarsa vigilanza delle istituzioni politiche”. Tradotto: solo se occupiamo meglio e bene le istituzioni politiche, “noi” possiamo rispondere alla crisi. Quanto sono lontani sia Berlusconi, sia la sua assurda negazione della crisi, sia la sua paranoide minaccia contro il catastrofismo e il pessimismo di chi parla di crisi! “Noi” – dice Fini – non siamo matti, sappiamo che la crisi c’è e per questo vogliamo occupare le istituzioni. Lo dice come se le istituzioni fossero occupate da chi non dovrebbe più occuparle.

Anche in Europa per Fini le cose non vanno. Per lui è del tutto inadeguata la mancata condanna europea nei confronti della repressione in Iran: “È stato un eccesso di prudenza? Forse è stato un eccesso di sottovalutazione di quello che deve essere l’Unione europea”. Come dire: anche le istituzioni politiche europee vanno occupate in modo diverso. Che lo affermi davanti ad Aznar e in veste di leader fresco di investitura, indica – a mio avviso – che quello cui mira è questo: basta il dialogo con l”Iran, basta la politica di Obama (non ha detto: “viva il golpe in Honduras”, ma forse l’ha pensato), basta la prospettiva politica di un’Europa unita e solidale con l’intento di dialogo proprio di Obama. Se si dice basta a tutto questo, si torna a Bush, alla guerra, al diretto asse Italia-Usa, proprio come è stato per l’Iraq. Si torna dunque a quello che era stato garantito da Berlusconi, prima che la sua follia lo rendesse inaffidabile a quei “poteri forti” di cui tanto ho parlato nei giorni scorsi. Come non pensare che in quel “noi” che tanto ritorna non ci siano anche o soprattutto proprio questi “poteri”? Unico tra tutti, questo blog, del resto, già da parecchi giorni ha indicato proprio in Gianfranco Fini uno dei due più probabili candidati alla prossima successione della “cosa” Berlusconi.

 

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