2009/06/24 – Comunione e Liberazione (e non solo) e il bisogno di appartenenza

Dopo il mio ultimo articolo (2009/06/23 – Penati, Comunione e Liberazione e il dopo Berlusconi) mi si chiede che cosa pensi di Comunione e Liberazione (CL), quali siano, secondo me, le ragioni psicologiche della militanza dei ciellini. In effetti, a quanto posso sapere e capire, la grande maggioranza dei ciellini non è direttamente o consciamente sorretta da opportunismo o da interessi immediati. Non che in CL non abbia visto furbastri, furboni o furbetti, capaci di usare CL più che di viverne la dichiarata ispirazione. Ci sono, eccome se ci sono, soprattutto nelle posizioni di vertice e di potere: se non risultassi allusivo nei confronti di un noto cognome di parlamentare ciellino, potrei dire che in CL sono molti i … lupi vestiti da agnelli. Ma, ripeto, non mi paiono certo costituire la maggioranza della base di CL, che è fragile, molto fragile. È soprattutto riferendomi a questa che voglio dire qualcosa. Naturalmente quello che dirò è del tutto soggettivo, frutto di quanto ho visto e sperimentato direttamente in più di quaranta anni di conoscenza di CL e di ciellini (vip e non vip): è l’idea che mi sono fatto e che – prove alla mano -sarei ben felice di potere cambiare.

Prima una necessaria premessa. La caduta degli spazi e dei tempi sociali (vedi per esempio il mio 2009/06/19 – leggere Google a Teheran. Sta cambiando la piazza: dalla tivù a internet) ha prodotto un grande senso di spaesamento (termine usato sia da Freud che da Heidegger), di vuoto di appartenenza e di identità. Credo sia il fenomeno forse più tipico di questa nostra epoca di grandi smarrimenti, uscita da un secolo che ha visto due guerre mondiali, mlioni e milioni di morti ammazzati, i totalitarismi, i genocidi, i campi di sterminio di ebrei, omosessuali, handicappati, zingari, dissidenti, i gulag, i forni crematori, le soluzioni finali, le soppressioni sistematiche, le pulizie etniche, il napalm, l’abuso politico della scienza, Hiroshima e Nagasaki, il neocolonialismo, le morti per fame, lo sterminio degli indios, l’aborto sistematico, l’aprirsi della manipolazione genetica dell’uomo, il commercio degli organi, le varie mafie, la manipolazione della cosiddetta industria culturale e in particolare dei media eccetera eccetera (quanto densamente tragico è questo eccetera eccetera). Contemporaneamente la crisi delle ideologie e – ancora prima e forse ancora di più – quella delle scienze e della loro affermata assolutezza sono sfociate non in un nuovo e più libero senso della ricerca, della curiosità, dello stupore, ma in un’ulteriore insicurezza e in una sempre più confusa idea della ragione e del pensiero. Inoltre, come ho detto in Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, la televisione ha accentuato il vuoto rompendo anche gli spazi relazionali intrafamiliari e creando sordità e solitudine pure all’interno delle case.

Per tutto ciò, l’uomo e la donna d’oggi si sentono di nessuno, meno che meno di sé stessi. Stanno in un vuoto di identità, come mai forse nella propria storia l’umanità è stata. Di qui il bisogno di appartenenza.

Ed è qui che interviene CL: come tentativo non fisiologico di risposta a questo bisogno.

CL è un tutto nel quale essere, al quale appartenere e dal quale ricevere una più o meno gratificante idea di identità. In CL, anche se sei più o meno bloccato, incontri la ragazza, ti sposi, trovi lavoro, fai figli possibilmente senza limiti, li educhi, li “sistemi”, diventi nonno. Sempre con ciellini e tra ciellini. Preferibilmente solo con ciellini e tra ciellini.

In cielle preghi, passi le serate libere e le domeniche, sai che investimenti fare e con chi farli, sai in che negozi comprare, dove andare in vacanza, che libri leggere, in che scuola mandare i tuoi figli, da che medici farti curare, con che pompe funebri farti fare il funerale.

CL è come la televisione. Crea dipendenza. È un vuoto che ti dà l’illusione della pienezza, che ti seda l’angoscia, non lasciandola mai affiorare: in ciò CL è un grande ansiolitico ed è molto meglio della cannabis. Seda il vuoto di appartenenza e l’angoscia della non identità. Soprattutto ti evita quell’incontro con l’altro e con il diverso, che potrebbero metterti faccia a faccia con il vuoto che tu e la tua vita siete o potete essere; quell’incontro che invece è la condizione della vera identificazione e delle appartenenze autentiche e feconde.

In CL l’altro può essere solo salvato o combattuto, mai realmente incontrato per come è e per quello che è; non è mai colui al quale affidarsi davvero. Il diverso può essere solo studiato o aiutato o “amato spiritualmente”, mai davvero conosciuto, accolto. L’altro e il diverso possono, da parte loro, diventare ciellini; se non lo fanno, allora sono altro e diverso in modo colpevole, irrimediabile, irrecuperabile; allora, se dipendesse dai ciellini, non lavorerebbero più e non potrebbero più vivere. Con l’altro e il diverso si può essere solo o missionari o crociati; li si può soltanto o colonizzare o normalizzare o negare. Naturalmente a parole si dice l’esatto contrario.

In CL non è l’identificazione a produrre appartenenza; è l’appartenenza a darti l’illusione della identità. Per questo, appartenenza è non fisiologia, ma patologia; non frutto della relazione, ma difesa da essa ed evitamento di essa. Quando è un bisogno e una risposta al bisogno, l’appartenenza è difesa da ogni incontro, evitamento di ogni vero confronto, è nicchia psicotica, è follia condivisa, è psicosi istituzionalizzata e legittimata; può rappresentare il luogo d’approdo ideale per personalità deboli o con forti nodi psicotici o narcisistici. Che ci siano ciellini con figli psicotici o problematici (a quanto mi si dice sono parecchi), non è certo un caso; semmai è la conseguenza di un modo di non vivere mai con autenticità la relazione con l’alterità, la diversità, la novità, la sessualità. È un modo di non vivere mai la tua vera identità di individuo e di coppia. Difatti in CL, prima di essere te stesso, prima di essere uomo o donna, prima di essere coppia, prima di essere padre o madre, prima di essere cittadino o parrocchiano, tu sei ciellino, intrascendibilmente ciellino, radicalmente ciellino. Magari a parole questo viene ribaltato o negato, ma nella realtà mi pare sia così.

A quanto posso vedere e capire, la logica di CL mi pare la stessa logica che fonda le sette, giustifica gli integralismi, legittima i totalitarismi. Ma guai a dirlo; guai anche solo a proporre questa equazione. L’idea di salvare gli altri, di aiutare i diversi, di amare cristianamente, se e quando è mitica e acritica convinzione, diventa un alibi formidabile, un assioma inconfutabile, l’estrema santificata difesa da ogni messa in discussione, da ogni critica e autocritica, da ogni ironia e autoironia (i ciellini non sanno ridere, al limite sorridono).

L’appartenenza non può essere né un bisogno, né la risposta a un bisogno. Se, come nel caso di CL (ma, ripeto non solo di CL), lo diventa, allora come tutti i bisogni crea ed è dipendenza, può creare ed essere patologia; alla fine è morte e mortificazione individuale e sociale dell’uomo.

La vera appartenenza è non la condizione, bensì la conseguenza delle vere identificazioni, quelle che sono e vivono la relazione con l’alterità e la diversità dell’altro. Se ciò che è conseguenza lo si fa diventare condizione, tutto si trasforma in bisogno e in dipendente risposta al bisogno. Allora l’appartenenza da fisiologia diventa patologia sociale e politica. Allora abbiamo CL.

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Una Risposta to “2009/06/24 – Comunione e Liberazione (e non solo) e il bisogno di appartenenza”


  1. Ho letto e per esperienza personale sottoscrivo dalla prima sillaba all’ultima.
    Analisi profonda, puntuale. Mi chiamo Bruno Vergani, 53 anni. Negli anni ’70 appartenevo ai Memores Domini il gruppo monastico di Comunione e Liberazione. Ho recentemente pubblicato uno scritto autobiografico dove racconto la mia storia, per chi fosse interessato lo può leggere nel mio sito:
    http://www.brunovergani.it
    e si intitola “Memorie di un ex monaco” Non mi piace identificare le persone con il gruppo di appartenenza. Credevo non esistessero i “ciellini”, piuttosto Marco, Antonio, Marisa… con le loro facce, percorsi, umanità. Mi son dovuto ricredere. “Memorie di un ex monaco” ha procurato reazioni di persone che mi scrivono nell’anonimato senza esporsi nel blog: i “ciellini”. Solo uno, tra tanti, ha letto con interesse e mi ha raccontato della sua vita così siamo diventati amici. Per il resto poco confronto: “stiamo pregando per te” seguito dal perentorio giudizio: tu sei infelice perché andandotene dai Memores hai rifiutato la verità,  riconosci il tuo errore e torna all’ovile. Sulla difensiva sembra ripetano parole di altri. Non spontanei. Prevedibili. Noiosi. Ideologici. Tristi. Mi sarebbe interessato il loro percorso umano, che invece appare asettico, scontato: basta salire sul carrozzone della corporazione ecclesiastica e rimanerci sopra. Così, in questo omettersi personalmente in una forzata apologia del gruppo, in questo misurare le parole per non discostarsi dalle indicazioni avute dai superiori, anestetizzano e banalizzano proprio ciò che vorrebbero difendere. Equivocano slealmente la mia urgenza esistenziale con un tormento infernale per aver preso le distanze da CL. Posizione miope, disonesta. La drammaticità del percepire nell’intimo un istinto d’eternità pur sapendo che dovrò morire dipende dall’essere nato, dall’esistere senza averlo chiesto. E’ domanda fondamentale che richiama Leopardi, Pessoa, Schopenhauer, urgenza per tutti gli uomini consapevoli  dell’evidenza che fatti non sono “a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. E’ la domanda per cui molti abbracciano la fede, ma la risposta che ho incontrato nei Memores si è per me rivelata incongrua, goffa, talvolta comica anche se si ride a denti stretti perché nell’ovile, di tanto in tanto, sgozzano un qualche capro per il rafforzamento dell’organizzazione. 
    E’ plausibile che i  “ciellini” che giudicano ieratici la mia storia ignorino cosa sia l’obbedienza nei Memores. Saliti con me sul carrozzone di Mammasantissima mentre loro passeggiavano di carrozza in carrozza, io ingenuo mi sono invece seduto al posto assegnatomi dal capotreno don Giussani, ma ho rapido avvertito un mal di pancia presumibilmente procuratomi da chi mi stava seduto vicino. In forza dell’evidenza che Cristo ha comunque ragione mantengo la posizione, ma  la carrozza viene inaspettatamente adibita a cella per il trasporto di detenuti. Resisto ancora ma mi accorgo che il vagone è diventato un carro funebre, così d’istinto scendo dal treno. Peccato. Oggi i giussanologi mi informano che la carrozza contigua alla mia era probabilmente quella giusta per me, bastava che invece di andarmene avessi chiesto al capotreno, indifferente a tutto quello che mi aveva indicato fino a quel momento, cosa dovessi fare “che una soluzione l’avrebbe trovata”. Forse i tempi sono cambiati, ma ricordo che Don Giussani non era mica un Berlusconi che con nonchalance si rimangia ogni mezz’ora la minestra che vomita. La mia uscita netta e cruenta è stata indubbiamente più onesta e rispettosa per tutti.
    Il giudizio che mi comunicano riguardo ai fuoriusciti dal gruppo monastico è comica. Superstiziosa. Sembra credano alle minacce dei parroci della bassa padana che, negli anni cinquanta, assicuravano completa cecità a seguito della masturbazione, così gli risulta assolutamente certo che i fuoriusciti dai Memores “si spengano dal punto di vista umano”.Quanto comunicano con i loro interventi stereotipati testimonia proprio il contrario. Al riguardo non sto ad ostentare il mio curriculum intimo e sociale pre e post Memores, già mi sono attardato in miei scritti sull’argomento. Conosco l’ambiente. Non dubito pregiudizialmente della buona fede di chi obbedisce e anche di chi conduce, rispetto i percorsi, ma chiedo a chi ha responsabilità come possa riuscire a dormire serenamente la notte, quando di giorno insegna e garantisce che Iddio si manifesta ai subalterni attraverso di lui. E’ davvero un grande mistero, non è escluso che Dio esista per davvero e in qualche modo, a me ignoto, li anestetizzi dalla consapevolezza dei danni che procurano. Vittima del mio temperamento conciliante lascio nella penna reazioni viscerali per tentare un confronto costruttivo, ma l’esperienza sul campo mi da torto. “In CL l’altro può essere solo salvato o combattuto, mai realmente incontrato per come è e per quello che è; non è mai colui al quale affidarsi davvero. Il diverso può essere solo studiato o aiutato o “amato spiritualmente”, mai davvero conosciuto, accolto.”
    Bruno Vergani


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