2009/06/08 – Pensieri dopo il voto alle europee: la logica dell’occidente

Il termine “politica” si rifà al verbo greco pimplemi, che significa “riempire”. Era quanto facevano i costruttori delle polis, le città della grecia antica: riempivano un terrapieno, così da formare una barriera all’interno della quale costruivano la città. Fuori dal terrapieno, restavano i “barbari”, parola che letteralmente significa “quelli che balbettano, che non sanno neppure parlare”. A propria volta la parola “barbaro” ha un’origine onomatopeica, giocata sulla ripetizione della sillaba “ba”, sillaba infantile per eccellenza; la ripetizione di “ba” (come non pensare all’analogia anche fonetica con il “bu” ripetuto dei cori razzisti negli stadi?) è enfatizzato dal rotacismo (cioè dall’inserimento della “r”), connotando ulteriormente il termine in senso canzonatorio e spregiativo, a indicare qualcosa di poco umano, di non evoluto, di rozzo.

Così nasce l’occidente e così nasce l’Europa, che dell’occidente è figlia e culla (lo stesso termine “europa” si rifarebbe al semitico ereb e significherebbe, guarda caso, “occidentale”). Occidente e Europa hanno dunque come loro progetto politico originario e come loro imprinting costitutivo la chiusura in sé, la paura, la barriera difensiva, l’esclusione dell’altro, la definizione discriminante e svalutante dell’altro.

Pensavo a questo micidiale imprinting, guardando i risultati delle elezioni europee di ieri. In quasi tutti i paesi perde la speranza, perde il dialogo, perde la voglia di aprirsi, conoscere, crescere, amare la diversità. In quasi tutti i paesi vince la destra, spesso una destra con evidenti connotazioni razziste o xenofobe. Le radici cattive sono le più dure e le più resistente.

Il mio cuore mi porta poi a pensare agli accampamenti dei pellerossa delle pianure, prima che il genocidio operato dai bianchi immigrati uccidesse quegli uomini e quella loro splendida cultura. Le tende non avevano nulla che le difendesse: il loro senso non era la difesa, ma l’aprirsi, il camminare, l’incontrare; semplicemente abitavano lo spazio, aprendosi al suo abbraccio e alla sua promessa. Le tende delle famiglie più giovani stavano alla periferia del cerchio, proprio a ribadire l’unità tra apertura e futuro, tra spazio e speranza, tra generare e aprirsi.

Assurdamente il partito italiano più xenofobo, la Lega, si è richiamato nella propria campagna elettorale all’immagine del pellerossa ridotto nelle riserve dagli invasori. È come se i leghisti dicessero: non facciamo la loro fine, difendiamoci, ributtiamo indietro tutto e tutti. Dimenticano che ciò da cui i pellerossa avrebbero dovuto secondo loro difendersi è proprio quell’imprinting d’occidente di cui la Lega è una delle più micidiali conseguenze.

Adesso, finite queste poche righe, prendo la mia antica tenda di uomo di confine, me la carico in spalla e mi incammino nella nuova giornata e nella nuova settimana. Ho la formidabile fortuna di fare lo psicoterapeuta. Anche in questi giorni incontrerò spazi nuovi di umanità, dolorosi forse ma bellissimi, unici, desiderosi di speranza e di vita. In quegli spazi metterò accanto alla loro la mia tenda, ci parleremo, diremo dell’uomo e dell’amore, dell’esistere e dell’essere, del vincere la sofferenza e la paura, soprattutto la psicotica paura dell’altro.

Nel frammento, mi piace pensarlo e continuare a sperarci, c’è un uomo che denuncia e chiude i luoghi della tortura,parla di pace, vuole il dialogo con l’Islam, mette una rosa bianca là dove l’occidente nazista bruciava chi era diverso e altro. Viene dalla scuola della diversità e della emarginazione, là dove lo schiavo si apre allo spazio e gli dà nome.

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