2009/05/09 – L’abbraccio delle vedove Pinelli e Calabresi

Ho visto e vissuto quegli anni, chiamati “di piombo”. In quegli anni ’70 io mi sono laureato, ho incontrato e sposato Rosi la bella, con lei ho fatto tre figli, due nati, uno perduto al secondo mese di gravidanza, ho lavorato e insieme studiato prendendo specializzazioni, abilitazioni, vincendo concorsi, ho cominciato a fare politica, pieno di utopie troppo pulite e vere per potere dare risultati efficaci. La mia pupilla pulita non mi ha dato più di tanto il tempo di accorgermi a pieno del mondo meschino, squallido, idiota che mi stava accanto, che uccideva le speranze attraverso le bombe di stato o non di stato, di palazzo o non di palazzo, attraverso i giochi di potere più meschini, quelli che avrebbero poi portato alle tangenti, alla arroganza di Berlusconi, alla idiozia sommaria della Lega, all’ignavia dei carrieristi e degli approfittatori.

Ricordo un episodio del 1985 o ’86, che però trova radici in quei drammatici anni ’70. Come consigliere comunale di Bergamo mi opposi con estrema fermezza (e raggiunsi lo scopo) a che la commemorazione di Aldo Moro venisse fatta dall’ex ministro bergamasco Scaglia, di cui Moro dal carcere lamentò l’ignavia. L’episodio è significativo, a mio avviso: indicava come neppure da morto Moro venisse rispettato, come gli si preferisse di fatto dare acriticamente e pregiudizialmente del condizionato e del coatto piuttosto che quantomeno sospendere il giudizio e leggere con almeno qualche piccolo senso critico le sue parole, nemmeno ipotizzando che la sua grandezza morale fosse magari lei la possibile matrice di quelle sue parole dal carcere. Così facendo lo si uccideva per la seconda volta, in modo ben più silenzioso e micidiale della prima, come se si volesse non pensare, non dare tempo alla memoria di lavorare, alla ragione di pensare, al potere di mettersi in discussione e, magari, di dimettersi.

Anche per questo ringrazio il coraggio e l’emozione con cui Giorgio Napolitano ha voluto e saputo comunicare il senso della memoria di quegli anni, la voglia di tornare a pensare e riflettere, la passione della comprensione. Ci vuole coraggio, soprattutto di questi tempi, a rendere omaggio a Pinelli “sottraendolo alla rimozione e all’oblio” (grande è stato Dario Fo in questi anni a ribellarsi a questa rimozione e a questo oblio). Senza quel coraggio non ci sarebbe stato possibile vedere l’incontro e l’abbraccio di Gemma Calabresi e di Licia Pinelli, sentire la loro promessa di rivedersi, di parlare, di ascoltarsi, forse di capirsi e di sentirsi vicine.

Il terrorismo è l’estrema arroganza, l’estremo della logica sommaria, quella che impedisce alla parola e allo sguardo di interrogare, cercare, trovare, at-tendere, in-tendere; quella che contrabbanda il razzismo per difesa delll’ordine pubblico; quella che camuffa di efficace decisione il dilettantismo arrogante e mafioso fondato sulla menzogna sistematica e l’implosione di ogni dignità; quella che vuole il potere per il potere e solo per il potere.

Grazie, Napolitano. La tua emozione dà colore alla speranza.

 

 

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