Risposta a Berlusconi su scuola statale e scuola non statale

2011/03/08

Mi ha scritto il mio vecchio amico spastico dalla nascita. Mi detto di essere indignato e addolorato per le parole pronunciate pochi giorni fa dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori”.

Ecco quanto mi scrive il mio vecchio amico:

Ho sempre difeso i principi della scuola non statale, ma oggi di fronte a queste parole mi indigno.

Prima di tutto non mi piace per nulla che l’azione educativa degli insegnanti e quella formativa dei genitori vengano designate con il verbo “inculcare”, che nel proprio significato di prevaricazione è verbo violento e per nulla rispettoso della libertà: propriamente significa “calcare dentro”, come se il figlio-allievo fosse un contenitore da intasare al massimo e come se i valori fossero dei contenuti da buttare dentro “calcando” . I valori sono stelle che orientano, perché innamorano; sono motori che ci fanno agire perché ci piacciono così tanto che liberamente li scegliamo come senso della nostra vita e, perciò, delle nostre azioni più nostre e autentiche. Altro che “calcare dentro”!

Venendo poi al rapporto tra scuola statale e non, è necessario dire che, prima di ogni altra scuola, è necessaria la scuola statale. Lo dico per convinzione e per esperienza diretta maturata negli anni come allievo, come insegnante, come genitore ed ora come nonno.

    Comincio dall’esperienza diretta.

    Se non ci fosse stata la scuola statale, io per esempio non sarei qui a potere scrivere, né avrei potuto studiare e vivere. Come si sa, le scuole cattoliche, che sono la grande parte delle scuole non statali, non accettano allievi con problemi, salvo rare e ben mirate eccezioni legate per lo più al censo e alla posizione sociale della famiglia. Dicono che “non possono, perché non hanno i soldi e le strutture adeguate” (così, con vittimismo da questua, si giustificano, poveretti!, subito aggiugendo: ““abbiamo bisogno dei soldi dello stato proprio per poter accogliere quegli alunni, noi li vogliamo, ma dobbiamo chiedere alle famiglie di pagarsi il sostegno”), però per altre questioni trovano sia i soldi che le strutture. Nelle scuole non statali molto probabilmente io, in quanto spastico, non ci sarei mai stato, né mai avrei mai potuto studiarvi. Venni invece accolto da Vladimiro P., un insegnante di Castellamare di Stabia, uno dei primi meridionali che venivano al nord (allora l’anno di straordinariato dopo l’immissione in ruolo era una cosa seria: chi passava di ruolo doveva fare il primo anno di ordinariato molto lontano dalla propria città): mi accolse in classe contento con un abbraccio, senza fare domande, dopo che i suoi colleghi bergamaschi mi avevano rifiutato dicendo, non so in base a quale competenza e con quale diritto, che non avrei mai potuto studiare. Grazie a quel mio caro maestro potei, in una scuola statale, cominciare a studiare e ad affermarmi senza più fermarmi: sono quasi sempre stato il primo della classe, non sono mai stato rimandato a settembre neppure in una materia, mi sono laureato a 23 anni appena compiuti solo perché, pure avendo già dato in tre anni tutti gli esami del mio corso di laurea, per laurearmi la legge mi obbligava ad aspettare il quarto anno.

    Da laureato con il massimo dei voti, inviai domande per insegnare a molte scuole sia statali che non statali “cattoliche”. Nessuna scuola “cattolica” mi degnò di risposta, mentre dopo solo tre giorni insegnavo in una scuola statale obbligata a rispettare la graduatoria, dove grazie al mio voto di laurea figuravo al primo posto.

    Come genitore, neppure se avessi voluto, avrei potuto mandare alcuno dei miei tre figli alla scuola non statale, perché lo stipendio da insegnante non me lo avrebbe permesso.

    Vengo ora a considerazioni di principio.

    a) Da credente mi ha sempre stupito la schizofrenica contraddizione tra la realtà della “scuola cattolica”, che, come già ho ricordato, di fatto non accoglie allievi con problemi, e i principi cristiani da un lato, d’altro lato le affermazioni e l’esperienza dei fondatori, molti santi o beati, degli ordini che gestiscono molte “scuole cattoliche”. Viene spesso sbandierato in molte di queste scuole il “carisma del fondatore o della fondatrice”, dimenticando poi subito dopo che il fondatore o la fondatrice raccoglievano proprio quegli “ultimi” che oggi sono così tanto rifiutati. Utile ricordare al proposito che in alcune scuole cattoliche ci sono allievi che non pagano la retta, magari perché “segnalati dal Comune”, ma, a quanto ne so, questi allievi si vivono come mendicanti e «colpevoli»; emblematico l’episodio di una ragazza definita “esemplare” dalla Preside, perché pagò con i primi stipendi l’equivalente di tutte le rette non pagate; la preside si guardò bene dall’analizzare quale fosse la motivazione di questa specie di risarcimento; paradossale poi l’argomento con cui in una scuola cattolica veniva negata la mia affermazione secondo cui nelle scuole cattoliche non venivano accolti allievi con problemi: mi si disse che ci sono le “nuove povertà” e che per esempio “anche i figli dei separati e di famiglie sfasciate hanno problemi e noi li accogliamo”.

    Non si dimentichi poi che, soprattutto qui in Lombardia, molte “scuole cattoliche” sono oggi un feudo sempre più monopolistico in mano a Comunione e Liberazione e alla Compagnia delle Opere CDO (che è il braccio secolare e soprattutto finanziario di CL), le cui logiche esclusivistiche e di potere sono riconosciute da molti (invito per esempio a leggere per esempio il recente libro di Ferruccio Pinotti La lobby di Dio, Edizioni Chiarelettere).

    La scuola statale, per principio, non può rifiutare l’accesso a nessuno, proprio perché deve garantire il diritto costituzionale alla istruzione, diritto che tutti hanno e tutti debbono avere. Non ci può essere nella scuola statale una accoglienza selettiva o discrezionale, come di fatto avviene per le scuole statali, in particolare per le “scuole cattoliche” (furbetto il giochino di accettare qualche bene calibrata iscrizione di eccezioni giustificative, dato che dicono di “essere aperti perché accogliamo anche atei e musulmano; naturalmente non possiamo – aggiungono – accogliere extracomunitari, che arrivano all’improvviso”, come se don Lorenzo Milani o don Bosco o Jean Baptiste de La Salle non avessero accolto gli ultimi arrivati).

    b) molte “scuole cattoliche” vengono di fatto usate come bacino di arruolamento e di formazione sia da Comunione e Liberazione sia dall’Opus Dei, per quanto riguarda l’individuazione e la selezione di persone destinate a ricoprire ruoli interni a queste confraternite e a formarne la classe dirigente o i “monaci”, che costituiscono lo zoccolo duro di queste, come direbbe Pinotti, vere e proprie lobbies di potere potenti ed esclusive (quella di CL è chiamata Memores Domini, quella dell’Opus Dei è detta Numerari). Spesso quest’azione di arruolamento e di formazione avviene all’insaputa delle famiglie o contro le famiglie, portando a situazioni molto dolorose (riguardo a CL vedi il libro già citato di Pinotti, riguarodo all’Opus Dei vedi quello di Emanuela Provera Dentro l’Opus Dei).

    c) le motivazioni per cui molti genitori scelgono la scuola non statale sono quanto meno discutibili. C’è chi la sceglie perché offre scorciatoie per recuperare anni scolastici e per offrire titoli di studio comodi e facili (ma non certo a buon mercato) a figli o non dotati o non motivati: la scuola mercato, in una parola, o, per dirla più brutalmente, la scuola prostituita; quale senso pedagogico, sociale e culturale possa avere una scuola di questo tipo è inutile dirlo.

    C’è invece – e sono la maggioranza – chi la sceglie perché soprattutto la scuola “cattolica” è “seria”, “con i migliori insegnanti”, “senza extracomunitari che – magari – arrivano all’improvivso”, “non comunista” e “non vi si fa sciopero”. A quanto mi è dato conoscere e sapere, in primo luogo non mi paiono motivazioni accettabili né pedagogicamente né cristianamente; in secondo luogo non rispondono a verità. Che si intende per scuola “seria”? Quella in cui non si ride, non si gioca, non si impara il senso critico? Se così fosse, questa potrebbe definirsi ed essere una scuola? Che poi in essa ci siano “i migliori insegnanti” è tutto da dimostrare: per lo più, a quanto ne so, ci insegnano persone che, se appena possono o appena ne hanno i titoli (che spesso non hanno, per esempio abilitazioni), vanno nella scuola statale e non certo per diventare “i peggiori”. Una scuola poi “senza extracomunitari che arrivano all’improvviso” che senso ha oggi, in un mondo in cui, magari improvvisamente, ci si incontra sempre di più tra culture e genti di cultura diversa? O forse l’indicazione “senza extracomunitari che arrivano all’improvviso” vuole essere una auspicata esclusione dell’altro, del culturalmente altro, del diverso, con gli esiti discriminatori e anti-pedagogici che questo comporta? Quanto poi al “non comunista”, vuole forse dire che la scuola statale è “comunista”? Io vi ho insegnato vent’anni e non sono mai stato comunista, né mai ho notato maggioranze “comuniste” nei collegi docenti. Che poi in una scuola cattolica non si faccia sciopero, vuole forse dire che lo sciopero è un reato e che non deve essere quel diritto costituzionale che esso è?

    Mi pare che molto fra i genitori che mandano i figli alle “scuole cattoliche” lo facciano in modo difensivo, per proteggere i figli: in realtà invece che proteggerli mirano per lo più a controllarli, cosa questa che, a mio avviso, è agli antipodi di ogni autentica formazione.

    Mandare i figli a scuola significa darli al mondo socialmente e civilmente, non difenderli dal mondo. In questo parto sociale e civile mi pare che l’interlocutore primo e principale debba e possa essere la scuola statale, che è l’unica oggi capace, a quanto ne so io, di garantire al meglio l’incontro con la pluralità e con la diversità, con l’alterità”.

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4 Risposte to “Risposta a Berlusconi su scuola statale e scuola non statale”

  1. roberto Says:

    Ciao Gigi.
    … è appena il caso di aggiungere questo profetico discorso di Piero Calamandrei pronunciato l’11 febbraio 1950 a Roma in difesa della Scuola Pubblica ha quasi sessanta anni ma sembra scritto oggi!

    Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
    Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?
    Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.
    C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.
    Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a
    screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private.
    Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi.
    Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato.
    E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro
    figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.
    Così la scuola privata diventa una scuola
    privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
    Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.
    Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già
    detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora.
    Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private.
    Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
    Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto.

    • Gigi Cortesi Says:

      Grazie, Roberto. Le affermazioni più vere sono quelle profetiche. Quanto dice Calamandrei circa la svalutazione della scuola statale vale anche per la Costituzione, la Sanità e la Giustizia: le uccidono non facendole funzionare per poi dire che non valgono nulla. Se poi tutto questo avviene nella indifferenza dei più, allora il gioco è fatto e la democrazia va alla malora. Tutto questo, purtroppo, sta accadendo.

  2. rita Says:

    Cara Gigetto, condivido pienamente, anche per esperienza personale, come tu sai, e in più ho anche insegnato nella scuola statale e fatto il sostegno a quei bambini che non trovano mai posto nelle scuole private, a volte mi viene il dubbio che si sia smarrita ogni, pur minima, scintilla di umanità anche da chi si dichiara ad oltranza cattolico e difende il diritto alla vita. ma quale vita? Ciao rita


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