Hans Kung, celibato dei preti, chiesa, pedofilia e sessualità

2010/03/22

Rispondo a un amico che mi invia la seguente domanda:

Un articolo del teologo tedesco dissidente, Hans Kung, pubblicato su “la Repubblica” (pag. 1 del 18 marzo 2010), invita a riflettere sulla relazione possibile, alquanto sottovalutata, e sdegnosamente rifiutata dalla Chiesa, tra condizione del celibato e pulsioni sessuali dei sacerdoti che potrebbero finire per sfociare nella pedoflia. E’ possibile postulare, in termini psicologici, che possa esistere un rapporto di causa ed effetto di questo tipo, dove la causa è il celibato dei preti cattolici reso obbligatorio e l’effetto è lo scatenarsi di abusi sessuali sui minori?”.

Prima di rispondere rammento che già questo blog ha avuto occasione di parlare di chiesa e pedofilia. Rinvio al proposito ai due post 2009/07/29 – Monumento del governo irlandese, pedofilia dei preti, Agostino Vallini e denuncia di “Avvenire” contro Berlusconi e 2009/11/27 – Anche per la pedofilia, come al solito il Vaticano tace.

Rispondo ora al mio amico: a) con una premessa filosofica, teologica e psicologica; b) con considerazioni cliniche legate alla mio professione di psicologo psicoterapeuta.

Premessa filosofica, teologica e psicologica

Sia l’uomo che Dio sono relazione. A suggerirlo, sono da un lato il sapere naturale, dall’altro quello sovrannaturale.

Per sapere naturale intendo ogni discorso che dica a partire dall’uomo e soltanto dall’uomo.

Per sapere sovrannaturale intendo ogni discorso che dica a partire dalla Rivelazione o, comunque, da un dato assunto come non falsificabile, proprio perché attribuito a Dio (e, in quanto tale, non verificabile né falsificabile scientificamente) e/o direttamente alla sua ispirazione.

Il sapere naturale, in tutti i propri maggiori registri – da quello più propriamente espressivo (in particolare la letteratura, l’arte, il dirsi storico, l’esprimersi antropologico-culturale) a quello più propriamente riflesso o teoretico (le scienze, la filosofia, l’ermeneutica) – giunge sempre più decisamente a cogliere nella relazione inter-umana il senso dell’umano (o, all’estremo opposto, il suo disperante e spaesante non senso; ma – come ben sanno i logici – ogni negazione presuppone l’affermazione che sta negando). In particolare, in filosofia, il pensiero fenomenologico, da Husserl a Sartre, a Heidegger, senza per altro dimenticare riflessioni quali quella di Martin Buber, ci ha detto dell’uomo come in-tenzione dell’essere e nell’essere e come relazione; in psicologia poi, soprattutto l’approccio sistemico-relazionale ci ha detto della relazione come dell’evento decisivo per l’attivazione, costituzione e strutturazione dell’universo psichico, al punto che la funzionalità o meno del sistema relazionale di riferimento decide della salute o della patologia degli individui.

Il sapere sovrannaturale, in particolare quello ebraico-cristiano derivante dalla rivelazione biblico-evangelica, ci dice che Dio e l’uomo sono, ciascuno a modo proprio, relazione. Quanto a Dio, la rivelazione ci parla di Lui come di una trinità di persone tra loro relazionate in modo talmente perfetto che il loro essere coincide con il loro stesso relazionarsi: il Figlio difatti è l’essere stesso del Padre nel relazionarsi con la propria divinità (relazione di “filiazione”); lo Spirito Santo è l’essere stesso del relazionarsi tra loro del Padre e del Figlio (relazione di “spirazione”). Quanto all’uomo, in Genesi, 1, 27 e in tutto Genesi, 2, la rivelazione dice dell’uomo come sostanziale relazione tra maschio e femmina: dunque non c’è uomo se non nella relazione tra le due diversità umane1, come non c’è Dio se non nella relazione tra le tre diversità divine.

Genesi, 2 inoltre parla del “peccato originale” come di un evento della coppia umana, lo descrive come dinamica della coppia umana, per cui è facilmente presumibile che anche la salvezza non possa prescindere dalla coppia umana come tale. La teologia e la dottrina poi del sacramento del Matrimonio suggeriscono notazioni formidabili: a) ponendo come “ministri” di questo sacramento gli sposi stessi, dice della relazione tra gli sposi come “segno visibile ed efficace della Grazia”, cioè come eucarestia del divino, senza alcuna altra mediazione ministeriale che non sia quella degli sposi stessi nel loro relazionarsi; b) questa unicità e questo privilegio sono propri non del sacerdozio ministeriale, ma direttamente di quello “regale”, di fatto affermando che – nel e con il sacramento del Matrimonio – il sacerdozio “regale” ha e trova “ministerialità” soltanto in sé stesso.

Pensando a tutto questo, mi pare inconcepibile pensare all’uomo prescindendo dalla relazione tra maschio e femmina. Sarebbe un’assurdità pari a quella che pretenda di dire di Dio prescindendo dalla Trinità.

Del resto Gesù prese come apostolo e “pietra” della propria chiesa Pietro, sposato e con tanto di suocera, che Gesù non mancò di guarirgli.

Non penso sia certo un caso che la Bibbia in Genesi, 1, 27 dica della relazione tra le due diversità umane (il maschio e la femmina) come dell’immagine di Dio, che – come si è detto – è relazione tra le tre entità relazionali divine. Penso perciò che l’imitazione di Cristo non possa, limitarsi alla imitazione di alcuni suoi comportamenti, ma vada ripensata molto profondamente sulla base di considerazioni di natura relazionale, non dimenticando che nell’unica persona di Gesù sono presenti sia la natura umana sia quella divina, con una tale complessità relazionale, che forse sia la teologia, sia l’ermeneutica, sia il magistero della Chiesa non hanno ancora saputo adeguatamente nè affrontare, né approfondire.

Considerazioni su base clinica

Da psicologo clinico poi mi pare assurdo che si possa pensare che nella loro giovinezza un maschio o una femmina decidano – in piena, evoluta, adeguata consapevolezza – di rinunciare alla propria identificazione primaria2, quella che unisce tra loro maschio e femmina in una relazione in-tenzionalmente piena, assoluta, spregiudicata e, nella propria spregiudicatezza, pura3.

L’esperienza clinica poi mi dà ogni giorno di più conferme in proposito. Quando, direttamente o attraverso le loro famiglie d’origine, ho avuto in terapia consacrati legati al voto di celibato o nubilato, ho sempre constatato la presenza di gravi e patogene disfunzioni relazionali, sfociate – all’interno del sistema familiare o direttamente sul consacrato – in gravi patologie psicotiche e/o borderline e/o nevrotiche. Queste famiglie presentano rigidità di sistema particolarmente gravi e patogene; inoltre, di solito, utilizzano in misura più o meno massiccia e pervasiva il riferimento alla fede (pensano alla propria sanità psichica come “provata” proprio dalla presenza in famiglia della persona consacrata) come alibi difensivo e mitico che impedisce ancora di più l’ingaggio e/o il pieno impegno terapeutici.

In particolare, da un punto di vista relazionale, queste famiglie presentano dinamiche incestuose coperte, rimosse o negate (e di solito la prima e più pesante copertura o rimozione o negazione è proprio giocata sulla convinzione che la presenza di uno o più consacrati in famiglia sia la prova che tutto vada bene, che “Dio ci è vicino”, che “siamo proprio una famiglia sana”): spesso in queste famiglie la madre o la sorella fanno da perpetua al figlio (soprattutto il primogenito) o al fratello, con una devozione e una dedizione di solito tanto idealizzate quanto ambivalenti, tali in ogni caso da coprire o rimuovere o negare la reale presenza di dinamiche incestuose. Il fatto che si tratti di dinamiche incestuose psicologiche e non fisicamente consumate, non toglie molto alla loro rilevanza relazionale; semmai ne favorisce la copertura, rimozione o negazione difensive.

Ho trovato parecchi casi nei quali il sacerdozio del figlio copriva, rimuoveva o negava la presenza di gravi disfunzioni nella relazione della coppia genitoriale. Spesso, poi, il figlio sacerdote ha come proprio padre relazionale non il padre naturale, bensì il prete del quale la madre era, per lo più inconsciamente, innamorata, non importa che fosse il parroco del paese le cui prediche ascoltava rapita o il proprio fratello sacerdote al quale era legata da dinamica tanto ambivalente, quanto inconsciamente incestuosa.

In famiglie tanto problematiche, come può il figlio accedere a una evoluzione edipica adeguata? Come può accedere a una sessualità corretta e adeguatamente evoluta, tale da portarlo a un equilibrato rapporto con l’alterità sessuale e con la propria identita sessuale? Non può allora stupire che il sacerdozio di frequente possa finire con l’essere la strategia difensiva, che copre, rimuove o nega la presenza di sessualità preedipiche, infantili, fortemente connotate da dinamiche proiettive, che possono anche facilmente portare alla pedofilia. Che poi individui, figli di famiglie con siffatte dinamiche, si ritrovino tra loro in gran numero in strutture esclusive e protette quali i seminari, non può non favorire la copertura, rimozione e negazione delle dinamiche in atto.

Se è vero, come purtroppo è vero, che spesso le madri di queste famiglie sono donne bloccate o perfino mortificate nella propria femminilità e nella espressione della propria sessualità, come si può pensare che sappiano davvero dare al padre e al mondo il loro figlio, che di solito è l’unico maschio con il quale abbiano la possibilità di relazionarsi? Ne deriva che, allora, il suo sacerdozio può essere il modo per mezzo del quale queste donne, di solito sposate con uomini spesso del tutto evanescenti, trattengono a sé il figlio, possedendolo per sempre, impedendone il parto effettivo. Dandolo “a Dio e alla Chiesa”, in realtà, lo tengono solo per sé, impedendogli il reale accesso alla donna, a sé stesso e al mondo. Per quanto inconscia e idealizzata possa essere la loro azione, in realtà vivono una maternità intransitiva, oggettivamente violenta, di cui il figlio è prima di tutto vittima. Tutto questo carico di violenza subìta, che si trova ad avere in sé, di solito porta, a propria volta, il figlio a espressioni di tanto coperta quanto oggettiva ed effettiva violenza, spesso identificata in comportamenti sessuali di abuso su donne molto deboli o su bambini, comportamenti resi spesso possibili proprio sfrutttando lo status e il potere religiosi.

Che l’obbligo del celibato ai preti possa essere, nella propria origine risalente all’ XI secolo (in un’epoca altamente critica, di tumultuosa “rinascita” demografica, sociale, politica, culturale), un dato di necessità storica dovuto alla più o meno urgente e corretta necessità di garantire una permanenza non ereditaria del potere sia politico che religioso, può essere. Ma di qui ad affermare che il celibato dei sacerdoti possa essere un valore e un bene assoluti, ce ne passa, e parecchio. Soprattutto oggi, in cui maschile e femminile possono e devono sempre più e sempre meglio relazionarsi tra loro, per potersi sempre più e sempre meglio identificare, così da aprire il mondo a una umanità sempre più e sempre meglio felice. Proprio nella speranza di questa apertura, ho scritto il mio libro La tenerezza dell’eros.

1Nel mio libro La tenerezza dell’eros ho precisato come, a mio avviso, il maschio la femmina vadano intesi come entità relazionali in senso pieno, cioè non come diversità pre-definite rispetto al proprio relazionarsi, ma come diversità che unicamente nel reciproco relazionarsi si definiscono, differenziandosi e al tempo stesso identificandosi.

2Come ho precisato ne La tenerezza dell’eros, per “identificazione primaria” intendo quella senza della quale non è possibile ogni altra autentica identficazione.

3Per quanto riguarda le cosiddette “vocazioni adulte”, che – a quanto mi si dice – sono oggi in aumento, il discorso esigerebbe una scansione ancora più mirata sulle storie individuali, così da potere verificare caso per caso l’applicabilità o meno di quanto vengo qui dicendo.

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Una Risposta to “Hans Kung, celibato dei preti, chiesa, pedofilia e sessualità”

  1. Claudia Says:

    Grazie Dottore, per la chiarezza con cui ha trattato un tema “fondamentale”, origine di infinite sofferenze e devianze.
    Perchè mai l’umanità tenta in tutti modi di procedere esattamente nella DIREZIONE OPPOSTA a quella che è la Bellissima Creazione di Dio, i Suoi Perfettissimi Disegni, la Sua Volontà d’Amore?
    Veramente, guardando il procedere folle di noi uomini e donne nella storia e a tutt’oggi, non mi sento che di dire…”Grazie nostro Dio e Creatore per la tua FOLLIA d’Amore per le Tue creature”… solo questo, solo questo, solo questo…


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