Sordo dolore per i morti di Kabul – 20/09/’09

2009/09/20

21 morti ha prodotto l’attentato di Kabul: 6 militari italiani, 15 civili afghani, di cui alcuni – non si sa quanti – bambini. Quanto dolore! Che tristezza! Quanto futuro e quanta umanità negati! Se poi si pensa alle migliaia di morti che in quella terra ogni anno colpiscono afghani e non, da più di trent’anni, il dolore si fa ancora più tremendo e urgente.

Non bastano certo il lutto nazionale o i funerali di Stato per dare senso ai morti  di oggi e a quelli di ieri, italiani e non. Né i politici possono più limitarsi alle solite frasi di circostanza, ai soliti rituali di cordoglio più o meno credibile. Né la stampa di radio, giornali, tv può limitarsi alla ricorstruzione dell’attentato o – anch’essa – alle solite dichiarazioni di circostanza. Né la gente può continuare a limitare la propria reazione all’emozione o all’indifferenza emotiva, come se il lutto fosse solo un evento dell’emozione, una fiammata limbica del momento, una simpatia solo temporanea.

Occorre che fino alla profondità delle nostre oscienze e della nostra umanità tutti ci si interroghi su quanto sta avvenendo e su che cosa c’è in gioco veramente in Afghanistan e ancora più in generale sulla scena politica internazionale, così da sapere che cosa fare, che cosa volere, per che cosa lottare. In quella terra martoriata non c’è in gioco soltanto la reale o presunta lotta contro l’integralismo dei talebani o contro il finanziamento di Al Qaeda al terrorismo. Ci sono in gioco ben altri e ben più grossi interessi, che riguardano l’equilibrio politico mondiale, il senso stesso della politica internazionale, il senso degli organismi politici supernazionali quale l”ONU e la UE, il rapporto tra questi organsmi e i singoli stati. Per quanto riguardo gli USA, per esempio, in gioco c’è anche l’affermazione o meno della leadership e della politica di Obama.

Ma più e prima tutto in gioco c’è la sfida che l’industria del riciclaggio, della droga, della guerra (che nel terorrismo degli integralisti trova sia il proprio dichiarato nemico sia la propria ragione d’essere sia la propria legittimazione), industrie gestite dalle grandi mafie internazionali e da quella parte del mondo politico, finanziario ed economico (e non solo) che più o meno dichiaratamente dipende dalle mafie e/o da queste è ricattata o condizionata o diretta.

In particolare noi italiani dobbiamo chiederci perchè siamo lì. Per una “missione di pace”? Per “aiutare gli afghani a diventare una democrazia”? O per rafforzare la nostra posizione all’interno dell’ONU, così da potere ottenere, per esempio, un posto nel Consiglio Permanente? O per renderci benvisti dagli USA? O per ingraziarci le mafie di cui sopra?

E questi obiettivi valgono il sacrificio di tante vite di italiani e non?

Se gli obiettivi sono davvero quelli dichiarati, soprattutto quello di aiutare l’affermazione della democrazia in Afghanistan, è davvero quella militare l’unica possibile modalità di intervento? E, se lo fosse, siamo davvero certi di avere messo i nostri soldati nelle migliori condizioni possibili, con i migliori mezzi a disposizione possibili? L’attuale governo e l’attuale Ministro della Difesa Ignazio La Russa non hanno sempre dato risposta a interorgazioni parlamentari in proposito. 

Se poi in gioco ci sono gli interessi dell’industria del riciclaggio, della droga e della guerra, gli interessi dunque delle grandi mafie internazionali, che dopo la caduta del muro di Berlino, si sono sempre più rafforzate e sempre più hanno condizionato la politica degli stati e dei terroristi, allora che rapporto c’è fra la nostra attuale permanenza in Afghanistan e questi interessi? Che rapporto c’è tra la politica del nostro attuale governo e questi interessi?

Senza la risposta a queste domande, senza il dovere-diritti di cercare, di trovare e di avere risposta a queste domande, il dolore per le vittime di ieri, di oggi e di domani rischia di essere un dolore sordo e soffocato, solo emotivo, soltanto di facciata, comunque senza senso e senza vera prospettiva.

Tutti noi siamo interrogati. Tutti noi dobbiamo esigere che ci vengano date risposte adeguate dai politici, dalla stampa, dagli intellettuali. Tutti noi dobbiamo esigere da noi stessi la forza di esigere queste risposte e – prima ancora – la forza di porci queste domande. Altrimenti non rispettiamo né i morti né i vivi, né chi se ne va né chi resta. Altrimenti, oltre alla morte, non rispettiamo la vita. E non rispettiamo neppure noi stessi.

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