Oggi ha vinto la Repubblica. Più ancora del referendum istituzionale del 1946, sono i referendum di oggi a sancire a pieno titolo la Repubblica: se nel 1946 si rigettava la Monarchia, oggi si è scelto la Repubblica nel senso più letterale, bello e denso del termine: “Res publica” intesa come “cosa pubblica” o, se si preferisce, come “bene comune”, “bene di tutti”, di fronte al quale tutti sono uguali e nessuno può essere meno uguale degli altri.
Nella lingua latina “Res publica” indicava anche quello che noi chiamiamo “Stato”. Tra questi due nomi preferisco di gran lunga quello latino. “Stato” è un participio passato, è il participio passato del verbo essere, dunque il participio passato per eccellenza; come tale, puzza già di conservatorismo, di immobilismo, di funerale, di blocco del tempo e della vita. Per questo “Res publica” è più bello. “Res publica” oltretutto richiama la giovinezza e il popolo: difatti l’aggettivo “publicus” deriva dell’unione di pubes e populus, cioè, appunto, di “giovinezza” e “popolo”; trattiene in sé l’idea del futuro e del cammino nel tempo. “Res publica” è ancora più bello dell’equivalente termine greco “polis”, che indicava la “città stato” e che nella propria etimologia tratteneva l’idea della difesa1 nei confronti dell’altro, cioè del “barbaro” o, come diremmo noi, del “diverso”.
Credo stia proprio qui l’indicazione più bella della vittoria referendaria di oggi: di fronte al bene comune siamo tutti uguali; più il bene comune è vitale e radicale, più siamo tutti uguali e fratelli. L’acqua, la vita, la giustizia sono i beni radicali per antonomasia: di fronte a essi non si può rinunciare, nascondersi, andare al mare; di fronte a essi si risponde direttamente, senza bisogno di direttiva di partito o di indicazioni dei media; di fronte a essi è bello, umano, etico rispondere e dire “Sì, vogliamo vivere tutti insieme”.