Da persone che lavorano a Kabul e che hanno grande esperienza di politica internazionale ricevo questa nota:
“Al momento la sensazione è di incredulità. È una situazione surreale.
In queste sere stiamo guardando un telefilm americano sull’antiterrorismo. Beh, con l’arresto dei nostri amici la realtà ha superato la fiction. La spregiudicatezza, la malafede e l’arroganza di chi non protegge tre operatori umanitari italiani hanno un odore peggiore di qualsiasi cattivo cattivissimo del cinema.
Forse è questo il vero potere del XXI secolo. Far credere che certe cose possano succedere solo in TV, che se rifiutiamo di vedere ciò che succede nel mondo il mondo non ci verrà mai a cercare, che se saremo dei buoni consumatori nessuno ci chiederà l’impegno e la fatica di essere dei buoni cittadini.
Noi stiamo con Emergency.”.
Quanto a me, penso che l’accusa di terrorismo contro i tre medici di Emergency vada inquadrata all’interno della politica russa in Asia centrale.
I recenti fatti di terrorismo in Russia, puntualmente attribuiti alle popolazioni del Caucaso, i disordini in Kirighizistan pilotati da Putin (vedi la lucidissima analisi di Enrico Piovesana in http://it.peacereporter.net/articolo/21236/Ombre+russe+sul+Kirghizistan ) testimoniano la continuazione e l’allargamento oltre la zone del Caucaso di quella politica di Putin e Medvedev che Anna Politkovskaja denunciò al prezzo della propria vita: nelle zone alla periferia sud della Russia, importanti per il petrolio, il gas e/o per la loro posizione strategica, si creano e/o favoriscono governi deboli, altamente condizionabili e manipolabili, che lascino liberamente agire bande pilotate e agenti russi; poi, giocando ad arte sulla diversità religiosa, si creano e/o favoriscono le condizioni del terrorismo, impedendo ogni vera politica di evoluzione e di dialogo e distruggendo – con modalità proprie dei genocidi – il tessuto sociale di quei paesi con uno stato di guerra, violenza, sopraffazione permanenti. Si giustifica così ogni tipo di risposta, contrabbandondola come “antiterrorismo”, il tutto gestito, più o meno surrettiziamente, dai servizi segreti russi, che, se il terrorrismo proprio non c’è, lo provocano. Talora si fa in modo che il terrorismo colpisca lontano dalle zone di provenienza dei presunti terroristi, come è avvenuto il 23 ottobre del 2002 al teatro di Mosca dove andava in scena il musical Nord-Ost: “le autorità sapevano dell’attentato e hanno collaborato alla sua preparazione” (Anna Politkovskaja, Per questo, p. 362). Anche negli attentati dei giorni scorsi deve essere accaduto qualcosa di analogo, vista l’oggettiva assoluta impossibilità che qualcosa di nascosto avvenga in un regime così controllato, soprattutto in ordine a problematiche di questo tipo. Il terrorismo serve, perché senza terrorismo non ci sarebbe antiterrorismo; e senza antiterrorismo, non ci sarebbe la legittimazione dell’attuale stato di regime e di polizia putiniano, né ci sarebbe lo sfruttamento delle risorse e delle posizioni strategiche a favore di Putin e Medvedev, delle loro bande e mafie. I fatti del Kirghizistan testimoniano che in atto c’è l’allargamento di quanto da troppi anni sta già avvenendo nel Caucaso in Cecenia e dintorni.
Che c’entra tutto ciò con i tre medici di Emergency accusati di terrorismo?
L’amicizia e l’allenza con Putin sono oggi probabilmente la carta più forte rimasta in mano a Berlusconi per evitare di essere scaricato dai poteri forti che finora l’hanno favorito e sostenuto e che ora non lo considerano più gestibile, né affidabile.
L’accusa di terorrismo appioppata sui tre innocui medici puzza parecchio e puzza proprio da un lato di puro stile caucasico-putiniano, dall’altro di avvertimento mafioso. Parimenti la debole, ambigua, oscura risposta di Frattini ricorda proprio le risposte dei ministri putiniani e sa tanto di “dico, non dico”, “posso, non posso”, “faccio, non faccio”, “avverto, non avverto”. Che altro dire se un tipo freddino e tutt’altro che mistico come il Ministro degli Esteri Franco Frattini improvvisamente viene colpito da compulsivo bisogno di pregare, per giunta di pregare per persone la cui assoluta buona fede nessuno meglio di lui dovrebbe conoscere, senza il minimo dubbio e senza alcun bisogno di ricorrere alla preghiera? Invece, ecco cosa – in modo assurdo o apparentemente assurdo – dice Frattini: “Prego con tutto il cuore che quelle accuse non siano vere, prego con tutto il cuore da italiano perché l’idea che possano essere degli italiani per i quali anche una parte di quelle accuse siano vere mi fa rabbrividire: quando vi sono accuse gravi bisogna accertare la verità”.
Subito dopo i fatti kirghisi, gli accordi nucleari tra Obama e Medvedev e il complessivo aumento di potere internazionale della Russia in ordine all’Iran, che ci potrebbe essere di meglio di un “avviso” berlusconiano a chi lo possa fare fuori, magari proprio partendo dall’Afghanistan? Magari è come se, lasciando o facendo troppo facilmente piovere addosso ai tre medici l’improbabile accusa di terrorismo, si volesse ricordare a qualcuno che si è forti come Putin e che, oltre a portarne il giaccone (confronta 2010/01/12 – Perché Berlusconi mette il giaccone di Putin. Why Jacket Putin (analisi psico-antropologica) ) e a utilizzarne il lettone, si possono anche adottarne i metodi e perseguirne i fini, soprattutto se – e questo è quel che conta – si è forti della sua amicizia e dell’accesso agli archivi segreti suoi e del suo (e proprio) amico Lukashenko.
In questa luce si spiegherebbe anche perché si sia data così poca rilevanza alla tanto eroica quanto – sotto molti aspetti – strana morte di Pietro Colazzo, l’esperto e bravissimo agente dei Servizi ucciso a Kabul poco più di un mese fa e seppellito in Italia senza le solite roboanti grancasse berlusconiano-mediatiche.
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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:
A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.
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2010/02/10
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Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.
Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:
A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.
Che dite? Hanno ragione i telegiornali? Sono davvero “disgraziati”, “insensibili” e ”barbari”, i manifestanti di ieri a Milano per i quarant’anni dal massacro fascista di piazza Fontana del 12-12-1969?
Guardando i telegiornali pro-Berlusconi, di-Berlusconi, filo-Berlusconi e quasi mai correttamente critici nei confronti di Berlusconi e del suo governo, pareva che il vero obiettivo dei manifestanti fossero i parenti delle vittime, “indegnamente colpiti nel loro dolore” dai fischi di chi protestava, specialmente durante il minuto di silenzio.
Nessuno ha detto chiaramente due cose:
- i manifestanti protestavano non contro i parenti delle vittime, ma contro quarant’anni di silenzio, di omertà, di complicità da parte di chi doveva parlare e non ha parlato, di chi doveva capire e non ha capito, di chi doveva indagare e fare giustizia e non l’ha fatto, di chi doveva rispondere e non ha risposto, di chi doveva dimettersi e non si è mai dimesso, di chi doveva pagare e non ha mai pagato. Protestavano contro tutti quei politici, governanti, amministratori che nel corso di questi quarant’anni si sono sottratti alle loro responsabilità, limitandosi a commemorare senza mai dare e fare giustizia. Protestavano in particolare contro questo governo e contro i suoi sodali locali, i vari Moratti, Podestà e Formigoni, perché questo governo agli occhi di molti appare, forse più degli altri, figlio di quei “poteri forti”, che da quarant’anni cercano di immobilizzare e monopolizzare lo stato, le istituzioni, negando la democrazia, uccidendo la vita civile, usando anche il terrorismo pur di affermarsi;
- i parenti delle vittime non sono certo gli unici ad avere sofferto in questi quarant’anni. Con loro e forse più di loro hanno sofferto la libertà, la democrazia, l’intelligenza, la verità, la speranza, la voglia di vivere, amare, progettare, costruire. Hanno sofferto le generazioni che in questi quarant’anni non hanno avuto un paese praticabile, dove la legge, la giustizia, la partecipazione fossero possibili, dove i giovani potessero vedere e vivere la speranza di esserci e di essere.Solo la peggiore logica può pensare e tentare di fare pensare che i soli colpiti siano i parenti delle vittime. Si ragiona così soltanto nei luoghi dove la mafia e la barbarie del potere riesce a privatizzare a tale punto il dolore da indurre a pensare che soffre solo chi è colpito direttamente nella persona o nella parentela. È questa la logica dei lager e dei gulag, dei luoghi dove la negazione della libertà è totale, dove sei costretto a non vivere più, dove sei giorno dopo giorno prosciugato d’umanità, fino a pensare solo a sopravvivere tu e solo tu, dove nessuno – forse neppure i tuoi parenti – ti interessano più.
Non conosco i parenti delle vittime di Piazza Fontana. Ma, se fossi uno di loro, probabilmente avrei avuto meno difficoltà a stare giù dal palco e a urlare contro chi è bravo solo a commemorare.
Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.
La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.
Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.
A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.
Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.
Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.
Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.
I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.
Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?
Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.
Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.
Se è vero, come è vero, che l’approvazione del DL detto “scudo fiscale” favorisce, tra gli altri, i grandi evasori fiscali più o meno direttamente collegati alle mafie internazionali e nazionali, alla industria della droga, delle armi, del riciclaggio, del commercio di uomini e donne, alla P2, alla parte corrotta del Vaticano e del “mondo cattolico”, alla parte collusa delle istituzioni, della economia e della finanza, allora il parlamento ieri ha oggettivamente favorito questo poteri. Non solo: oggettivamente (spero non soggettivamente) ha demotivato gli onesti, quelli che amano lo stato e le istituzioni di questo nostra povera patria.
Non posso e non voglio valutare la soggettività delle responsabilità e dei comportamenti di chi ha votato e di chi non ha votato. Ma, alla luce dei fatti, posso e voglio dire che oggettivamente il parlamento è a favore dei poteri prima citati. E non lo è soltanto in quanto espressione della maggioranza che ancora fa, almeno formalmente, capo alla “cosa Berlusconi”. Lo è anche in quanto espressione di quella maggioranza formalmente non ancora costituita, ma già di fatto operante, che è ormai nel dopo Berlusconi. E lo è sciaguratamente pure in quanto espressione di una minoranza che in varia misura e con varia modalità (per esempio l’assenza fisica) non ha impedito, come i numeri avrebbero consentito, di rigettare lo “scudo fiscale”.
Che l’esistenza di una vera democrazia oggi in Italia sia tutta da dimostrare, è ormai un dato oggettivo, visto che ormai è oggetitvamente chiaro che esiste una maggioranza trasversale che lascia passare ciò che oggettivamente favorisce i poteri di cui sopra. Questa blog l’aveva già intuito e detto.
In più oggi il parlamento ha lanciato un messaggio gravissimo e arrogante, che è necessario vedere, dire e denunciare. L’ha lanciato non solamente attraverso le assenze di deputati della minoranza; l’ha lanciato – a mio avviso - soprattutto attraverso le numerose assenze di deputati della maggioranza. Alcune di queste sono magari dovute ad auspicabili rigurgiti di buona coscienza. Molte altre hanno di certo, a parere di chi scrive, ben altro significato di violenza e arroganza: attraverso di esse i “poteri forti” vogliono mostrare e dimostrare che possono fare a meno di utilizzare tutti i voti della maggioranza ufficiale; al paese e a tutte le persone ancora pulite nel parlamento e fuori vogliono chiaramente dire questo: “guardate che comandiamo noi, che qualunque sia la maggioranza ufficiale e formale, la vera maggioranza siamo noi in modo del tutto trasversale. Non siamo noi a dipendere dalla maggioranza o dalle maggioranze; al contrario è la maggioranza, sono le maggioranze, non importa quali, a dipendere da noi”.
So che si tratta di affermazioni terribili, ma sono i fatti a dirle. Io, semmai, non faccio che leggerle, cercando di interpretare i fatti con tutta la chiarezza e l’onestà intellettuali di cui sono capace. Se esiste un’altra possibilità di interpretazione e di lettura dei fatti, che sia più coerente e logica di questa, il primo a essere contento di potere cambiare idea sono io. Non è certo piacevole dovere vedere il proprio paese andare alla malora e lo stato allo sfascio.
Non so che farà Giorgio Napolitano nei limiti che la Costituzione gli attribuisce. Di certo la sua posizione e la sua responsabilità sono tutto meno che invidiabili.
Se davvero le cose stanno come penso, un’eventuale troppo decisa opposizione al DL da parte della Presidenza della Repubblica potrebbe fare riesplodere la strategia del terrore, cosa che senz’altro Napolitano sa e giustamente teme. D’altro canto, se la Presidenza della Repubblica, non interviene in qualche modo politicamente saggio, cade del tutto la saracinesca e addio democrazia. Ripeto, quella di Napolitano non è una scelta facile. Deve trovare una soluzione politicamente creativa, che permetta alla democrazia di avere almeno la possibilità della sopravvivenza della speranza.
I tempi sono molto, molto bui. Paradossalmente a darmi un barlume di speranza è proprio l’arroganza dei poteri forti, il fatto che, come ho detto sopra, vogliano fare sapere che gestiscono una maggioranza trasversale e che possono anche fare a meno della maggioranza ufficiale. A chi vogliono farlo sapere? Di certo non direttamente o soltanto a un paese tanto disattento e tanto ignorante e demotivato in politica.
A chi vogliono farlo sapere? Perchè hanno bisogno di farlo sapere?
La storia – spesso storia, oltre che di corruzione, anche di sangue, bombe o omicidi – ci insegna che, quando i poteri forti hanno “bisogno” di affermare la propria esistenza e la propria forza, significa che sono in crisi, che qualcosa non va al loro interno, che qualcosa non tiene. In particolare a dircelo è la storia della mafia: sta bene e agisce, soprattutto quando non appare.
Penso che a pesare nel gioco sia soprattuto la situazione internazionale: la necessità che i poteri forti hanno di rapportarsi con la UE e con la nuova amministrazione americana partendo da una situazione di forza interna la più forte possibile, a costo di essere fin troppo palesemente arroganti.
Ma, ripeto, questo può essere anche la debolezza dei poteri forti. Lo spero vivamente.
Ci pensavo ieri sera davanti all’alberello di ulivo di Ponteranica dedicato a Peppino Impastato.
Perchè la Lega difende la Mafia e sta nella “cosa Berlusconi”, che è voluta e sostenuta dalla mafia? Qual è il legame profondo tra mafia e Lega, quello che fonda e permette l’una e l’altra, quello che le unisce a monte degli stessi interessi politici e finanziari, quello che costituisce la vera ”base elettorale” dell’una e dell’altra?
Ho pensato che di là c’è l’omertà e la paura dell’anima, di qua c’è l’idiozia e il silenzio della mente. La patologia dell’anima al Sud si coniuga con la patologia della mente al Nord. Di là l’angoscia di non potere sopravvivere, di qua il rimbambimento di chi non vive. Di là la lupara e il tritolo che uccidono la speranza, di qua l’ignoranza che toglie l’intelligenza e il pensiero. Di là l’assenza del lavoro, di qua il lavoro fine a sè stesso, bovino, senza dignità. Di là la mancanza di coraggio, di qua l’assenza della logica.
Riguardo ai funerali dei sei militari uccisi a Kabul, ha ragione Oliviero Diliberto a definire vergognoso il silenzio di questa sera del Tg1, che ha taciuto sia il “ritirateli” gridato da molti cittadini alla fine della cerimonia, sia la frase “pace subito” scandita da un uomo durante la messa, al momento dello scambio del segno di pace. Comunque la si pensi, credo sia doverosa la compiutezza della informazione.
Che Augusto Minzolini, il direttore del Tg1, sia giornalista del tutto discutibile sono in molti a dirlo in questo clima di diffusa preoccupazione per la libertà di espressione e di stampa. Che poi taccia in particolare sul dissenso in ordine alla prosecuzione della spedizione in Afghanistan, fa sorgere cupi pensieri. Che teme Minzolini? Che si possa riflettere sul senso di questa “missione”, suoi suoi perché, sulle sue motivazioni? Se queste sono davvero e soltanto l’aiuto al popolo afghano perché con la pace ritrovi la democrazia e/o il contrasto al terorrismo di Al Qaeda attraverso la lotta ai Talebani, che cosa c’è da temere da parte di Minzolini e di chi sta dietro a Minzolini? Se sono motivazioni autentiche e reali, ogni dissenso e ogni conseguente dibattito possono permetterne soltanto e sempre meglio la riaffermazione e con questa la formazione di una maggiore unità e solidarietà tra i militari e il paese. O forse Minzolini teme che le motivazioni non siano autentiche e reali? Ma allora perché non esprime questi suoi timori e, da corretto giornalista, non dice su che cosa questi timori si fondano? O forse – ancora peggio – sa che le motivazioni sono altre, talmente altre che non le può dire, talmente altre che è meglio evitare il rischio di ogni possibile dubbio e di ogni possibile discussione?
Di certo tutti questi interorgativi inquietano e, purtroppo, inquinano la possibilità di un dolore condiviso fino in fondo, tale cioè da essere esente dalla rabbia di non potere capire davvero, dal dubbio che ci stiano prendendo in giro, dal pensiero che dietro queste morti ci siano interessi molto ma molto diversi da quelli dichiarati.
E perché, mentre Bossi può dire che quei ragazzi devono tornare subito, i cittadini non possono dirlo?
Un’ultima annotazione. Mi ha molto ferito che a strattonare via l’uomo che scandiva “pace subito” sia stato un sacerdote, un celebrante. Ha lasciato il suo posto di celebrante e la sua funzione di sacerdote e si è trasformato in buttafuori. Lui, uomo che stava rinnovando il sacrificio di Gesù, con energia fuori misura e fuori ruolo zittiva e buttava fuori un uomo che voleva la pace subito. Perché non lo ha abbracciato? Perché non ha messo anche quelle parole lì su quell’altare? Quell’altare, come ogni sacerdote dovrebbe sapere e vivere, è Gesù. e, a quanto ne so, anche Gesù voleva la pace e di certo la voleva il più in fretta possibile, senza che, come disse a Pietro, vengano usate spade e senza che, come forse direbbe oggi, vengano usati celebranti come buttafuori.
21 morti ha prodotto l’attentato di Kabul: 6 militari italiani, 15 civili afghani, di cui alcuni – non si sa quanti – bambini. Quanto dolore! Che tristezza! Quanto futuro e quanta umanità negati! Se poi si pensa alle migliaia di morti che in quella terra ogni anno colpiscono afghani e non, da più di trent’anni, il dolore si fa ancora più tremendo e urgente.
Non bastano certo il lutto nazionale o i funerali di Stato per dare senso ai morti di oggi e a quelli di ieri, italiani e non. Né i politici possono più limitarsi alle solite frasi di circostanza, ai soliti rituali di cordoglio più o meno credibile. Né la stampa di radio, giornali, tv può limitarsi alla ricorstruzione dell’attentato o – anch’essa – alle solite dichiarazioni di circostanza. Né la gente può continuare a limitare la propria reazione all’emozione o all’indifferenza emotiva, come se il lutto fosse solo un evento dell’emozione, una fiammata limbica del momento, una simpatia solo temporanea.
Occorre che fino alla profondità delle nostre oscienze e della nostra umanità tutti ci si interroghi su quanto sta avvenendo e su che cosa c’è in gioco veramente in Afghanistan e ancora più in generale sulla scena politica internazionale, così da sapere che cosa fare, che cosa volere, per che cosa lottare. In quella terra martoriata non c’è in gioco soltanto la reale o presunta lotta contro l’integralismo dei talebani o contro il finanziamento di Al Qaeda al terrorismo. Ci sono in gioco ben altri e ben più grossi interessi, che riguardano l’equilibrio politico mondiale, il senso stesso della politica internazionale, il senso degli organismi politici supernazionali quale l”ONU e la UE, il rapporto tra questi organsmi e i singoli stati. Per quanto riguardo gli USA, per esempio, in gioco c’è anche l’affermazione o meno della leadership e della politica di Obama.
Ma più e prima tutto in gioco c’è la sfida che l’industria del riciclaggio, della droga, della guerra (che nel terorrismo degli integralisti trova sia il proprio dichiarato nemico sia la propria ragione d’essere sia la propria legittimazione), industrie gestite dalle grandi mafie internazionali e da quella parte del mondo politico, finanziario ed economico (e non solo) che più o meno dichiaratamente dipende dalle mafie e/o da queste è ricattata o condizionata o diretta.
In particolare noi italiani dobbiamo chiederci perchè siamo lì. Per una “missione di pace”? Per “aiutare gli afghani a diventare una democrazia”? O per rafforzare la nostra posizione all’interno dell’ONU, così da potere ottenere, per esempio, un posto nel Consiglio Permanente? O per renderci benvisti dagli USA? O per ingraziarci le mafie di cui sopra?
E questi obiettivi valgono il sacrificio di tante vite di italiani e non?
Se gli obiettivi sono davvero quelli dichiarati, soprattutto quello di aiutare l’affermazione della democrazia in Afghanistan, è davvero quella militare l’unica possibile modalità di intervento? E, se lo fosse, siamo davvero certi di avere messo i nostri soldati nelle migliori condizioni possibili, con i migliori mezzi a disposizione possibili? L’attuale governo e l’attuale Ministro della Difesa Ignazio La Russa non hanno sempre dato risposta a interorgazioni parlamentari in proposito.
Se poi in gioco ci sono gli interessi dell’industria del riciclaggio, della droga e della guerra, gli interessi dunque delle grandi mafie internazionali, che dopo la caduta del muro di Berlino, si sono sempre più rafforzate e sempre più hanno condizionato la politica degli stati e dei terroristi, allora che rapporto c’è fra la nostra attuale permanenza in Afghanistan e questi interessi? Che rapporto c’è tra la politica del nostro attuale governo e questi interessi?
Senza la risposta a queste domande, senza il dovere-diritti di cercare, di trovare e di avere risposta a queste domande, il dolore per le vittime di ieri, di oggi e di domani rischia di essere un dolore sordo e soffocato, solo emotivo, soltanto di facciata, comunque senza senso e senza vera prospettiva.
Tutti noi siamo interrogati. Tutti noi dobbiamo esigere che ci vengano date risposte adeguate dai politici, dalla stampa, dagli intellettuali. Tutti noi dobbiamo esigere da noi stessi la forza di esigere queste risposte e – prima ancora – la forza di porci queste domande. Altrimenti non rispettiamo né i morti né i vivi, né chi se ne va né chi resta. Altrimenti, oltre alla morte, non rispettiamo la vita. E non rispettiamo neppure noi stessi.

