A quanto accennano alcuni articoli di giornale, si è già aperta la lotta per la successione di Letizia Moratti a sindaco di Milano. Dopo la straripante vittoria al Nord, la Lega rimpiange di non avere insistito per avere Roberto Castelli Presidente della Regione Lombardia. Ora vuole almeno il Comune.

Decisivo nella lotta sarà, a mio avviso, lo scontro underground tra i due grandi potentati teocratico-finanziari dell’Opus Dei da un lato e di Comunione e Liberazione dall’altro.

Roberto Formigoni, eletto per la quarta volta a Presidente di Regione, nonostante la legge preveda ben altro, è – come ben si sa – un membro dei Memores Domini, che di CL costituiscono il sancta sanctorum “adulto”, che detiene il vero quanto nascosto potere di CL e della “borsa” di CL, cioè la Compagnia delle Opere, vero e proprio centro di potere:

  • con le cooperative cielline e con numerosi e consolidati primariati detta legge nella sanità pubblica e privata lombarda,
  • con la sistematica acquisizione di molte scuole prima appartenenti a congregazioni religiose gestisce la grandissima parte delle “scuole cattoliche”, utilizzandole come luogo di assunzione di ciellini e come luogo di proselitismo,
  • c) con i suoi capitali detta condizioni a molte banche, forte anche della posizione che molti ciellini hanno nei C.d.A.,
  • con la compiacenza più o meno passiva dei vescovi occupa posti di rilievo nella stampa (non solo scritta) nazionale, provinciale e locale (per esempio il più potente giornale locale, “L’Eco di Bergamo” che vende decine di migliaia di copie al giorno, è diretto dal ciellino Ettore Ongis).

Comunione e Liberazione già al ballottaggio dello scorso anno si schierò pubblicamente con Penati. Questo asse continua tuttora. Molti imprenditori ciellini o vicini a CL lo vedono di buon occhio; non a caso Penati è stato proprio stamane morbidamente e carinamente intervistato su “Canale 5” dal falco berlusconiano Del Debbio. Lo stesso Martina, delfino di Penati, è, a quanto si sa, appoggiato da imprenditori ciellini; né certo gli è mancato un occhio di riguardo da parte de “L’Eco di Bergamo”, che, essendo Martina candidato nella lista “provinciale” di Bergamo soltanto per motivi anagrafici, lo ha trattato con benevolo e più che vellutato riguardo durante la recente e appena finita campagna elettorale.

Si deduce perciò che, nella lotta per il posto di Sindaco di Milano, il PD non mancherà di certo di appoggiare le richieste della Lega, evitando così problemi a Formigoni in Regione.

Come al solito, molto più nascosto e sotterraneo il gioco dell’Opus Dei, che nella propria azione è ancora più settaria di CL. Già quando era ministro della Pubblica Istruzione, Letizia Moratti privilegiò le istituzioni, scuole, ecc. “vicine” all’Opus Dei (scrivo “vicine”, perché, come ben si sa, l’Opus Dei non figura mai direttamente come proprietaria di strutture, istituzioni, immobili, comportandosi di fatto, sotto molti aspetti, come una realtà tanto impenetrabile da farla considerare una “società segretà” agli occhi di persone non certo sprovvedute o avventate nei giudizi). Prevedibile quindi che l’asse Moratti-Opus Dei continui anche ora e anche nel futuro, forte dell’appoggio del molti alti, potenti e nascosti dirigenti e funzionari pubblici e privati che fanno capo all’Opus Dei, più o meno direttamente.

La preoccupazione più grande è che la lotta tra CL e Opus Dei sarà criptica, per lo più invisibile e – quel che ancora è più grave – sarà dettata da logiche che, prima di rispondere a principi di fedeltà civile e istituzionale, sarà soggetta a criteri di obbedienza e di assoluta e cieca sequela delle direttive non certo disinteressate di CL e dell’Opus Dei. Difatti per un ciellino (in particolare, ripeto, per un Memores Domini) e per un opusiano primo e intrascendibile valore è l’obbedienza alla propria “famiglia” (così usano, per esempio, dire gli opusiani, quando parlano dell’Opus Dei, un po’ come fanno i mafiosi quando parlano della mafia).

Intanto i cittadini e i liberi laici cristiani staranno a subire, senza neppure potere vedere e capire. Se questa è democrazia …

Ieri a Piazza S. Giovanni, c’erano Silvio Berlusconi, il sedicente “Superman”, Papi, il “niente di cui ci disse Veronica, il vero padrone di Mediaset, il vero padrone di Mondadori, il vero padrone di Fininvest, il vero padrone di Mediolanum, il presidente del Milan, l’utilizzatore finale di escort, il vero padrone de “il Giornale, l’accusato di mafia da Spatuzza, l’accusato di stragi da Massimo Ciancimino, il corruttore di David Mills, il cliente del ruffiano Giampi, il minaccioso arrogante interlocutore di Innocenzi e Masi, l’amore impossibile di Emilio Fede, l’ex marito di Carla Dall’Oglio, il marito separando da Veronica Lario, il padre di un figlio abortito, l’iscritto alla P2, il frequentatore senza preservativo di Patrizia D’addario, il vero padrone di una quota de “il Corriere della Sera”, il vero padrone di una quota di RCS, il vero padrone di una quota di Mediobanca, il grande promoter di Minzolini, il più grande statista degli ultimi 150 anni, il candidante di veline, il raccomandante di attrici e attricette, l’amico di Apicella, l’ex cabarettista delle crociere Costa, il citato da mafiosi fruitore di soldi mafiosi per Milano 2, il prodigioso inventore di balle a getto continuo, il prescritto di alcuni processi, l’impunito di altri, il legittimamente Impedito professional, il vero padrone di Rete 4, il vero padrone di Canale 5, il vero padrone di Italia 1, il lifting vivente, il miracolante mago che fa sparire e ricomparire rifiuti, il sostenitore di Cosentino, l’ospitante datore di lavoro di stallieri mafiosi, il capo dell’iscritto alla P2 Cicchitto, il capo dell voltagabbana Capezzone, il più ricco uomo di Italia, l’amico di Lucashenko, l’amico di Gheddafi, l’amico di Putin assassino di Anna Politkovskaja, il fruitore del Lettone di Putin, l’ospitante amico di statisti nudisti, l’allegro padrone di Villa Certosa, l’amico del ridotto allo stato laicale don Gelmini, il purissimo capo del partito dell’amore, il capo di un partito che non sa presentare le liste elettorali, il capo del partito con il più alto numero di indagati, il capo del partito di Prosperini e Abelli, il beneficiato amico di Craxi, il fruitore di concessioni statali non chiare e di Rete 4 che non dovrebbe esserci, il corruttore tramite Mills di giudici, il costruttore di scudi che proteggono la malavita e il riciclaggio e le mafie, l’Anfitrione di allegre signorine a Palazzo Grazioli, il prodigo generosissimo utilizzatore di voli di stato, il santificatore di Bertolaso, il vero padrone del giornale che infanga e fa fuori Boffo, l’eliminatore di Biagi e Luttazzi, il demonizzatore di Santoro, l’uccisore del pubblico dibattito televisivo, il capo del partito di Di Girolamo eletto dalla ‘Ndrangheta, l’eliminatore di Mentana, il costruttore di un Abruzzo che non c’è, l’acerrimo tifoso dell’Impregilo, ecc. ecc. ecc.

A Piazza S. Giovanni in effetti c’era davvero più di un milione di presenze. Erano tutte lì, presenze della sua follia di povero vecchio dissociato:  tra disperazione e bolso delirio.

Mancava soltanto il Presidente del Consiglio.  Ma quello non c’è mai.

 

 

Quando negli spazi e nei tempi pubblici di una società o di un popolo non si può e non si riesce a parlare di politica, lì c’è già il fascismo.

 

In Rai non si scherza. Si sospende.

Giuseppe Beppe Bigazzi,il canuto interlocutore culinario del mezzodì di Rai 1, ieri ha detto a Elisa Isoardi che in Val d’Arno si mangiavano i gatti. Sospeso dalla “Prova del Cuoco”.

Morgan, cantante e noto giudice di “X Factor”, in un’intervista ha detto che tira coca. Sospeso da Sanremo.

Non importa se quel che ha detto Bigazzi è stato dolorosamente vero in molte parti d’Italia e in anni di miseria e fame. Non importa se per molti forse quegli anni disumani non sono finiti o se per altri rischiano di ricominciare. Non importa, perché la miseria e la fame neppure la Rai può sospenderle.

Non importa se quel che ha detto Morgan è pratica tragicamente diffusa anche tra politici e Parlamentari, come dimostrato dalla cronaca e dalle stesse Iene di Mediaset. Non importa perché l’immoralità o, peggio ancora, l’amoralità pubblica la Rai non può sospenderle, neppure al proprio interno.

Ma forse hanno ragione in Rai: non bisogna dire quel che si fa, bisogna fare e basta. Per esempio, Agostino Saccà, noto e disponibile manager Rai, a suo tempo diede l’esempio proprio con una telefonata al “Premier” Berlusconi (telefonata del 21 giugno 2007). E questi, da par suo, acerrimo e inimitabile primus inter pares, questo esempio non continua forse a dare? Non si può certo sostenere che i nostri governanti si sottraggano al dovere di dare l’esempio: fare, non dire.

Emergenza o non emergenza, grandi o piccoli che siano gli eventi, l’importante è fare. Dire mai. Al massimo, smentire. Male che vada la smentita e i massaggi sono un’ottima protezione, la migliore del mondo. E non sono “chiacchiere da bar”, come dissacrando direbbe Hillary Clinton.

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

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 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Un amico mi chiede: “Perché Berlusconi continua a dichiarare, anche oggi pomeriggio [ieri per chi legge, n.d.r.], che intende continuare ad andare in mezzo alla gente? Non gli basta più la televisione, con la quale ha incantato mezza Italia. Ora vuole il contatto con la folla, e non quello blindato e in estrema sicurezza, ma quello comunque a rischio, in mezzo alla gente, dove si trova si trova. Ora: le possibilità di essere ucciso aumentano vertiginosamente. Se invece di una statuetta è una bomba, è finita. Dunque, vuole il martirio? Vuole essere ricordato come un martire?
Non rientra anche questo altissimo rischio nel quadro di un disturbo di personalità narcisistica?Oppure non ce la fa più e spera di farla finita?
”.

Nel post 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita già ho detto di quanto la persona sofferente di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) dipenda dal bisogno compulsivo, cioè irresistibile, di proiettarsi su entità femminili quali la folla, la platea, la gente, ricevendone consenso, ammirazione, comunque confermante centralità e gratificante attenzione. Ho cercato di precisare ulteriormente l’analisi psicologica di Berlusconi anche nei due post 2009/12/17 – Perchè Berlusconi guarda la folla. Psicologia del suo sguardo smarrito e 2009/12/19 – Le parole di Berlusconi: “odio”, “amore”, “invidia”, “vergogna”. Psicologia di un linguaggio.

Non ho la possibilità come psicoterapeuta di verificare clinicamente la situazione psichica di Berlusconi, che, a quanto dice sua moglie, sta male e ha bisogno di essere aiutato. Come giornalista con competenza psicoterapeutica ho però la possibilità e, quindi, il dovere di lavorare sulla ipotesi che Berlusconi Silvio soffra di un DNP con coinvolgimento sempre maggiore del versante psicotico. Capita al giornalista un po’ quello che capita al ricercatore scientifico o, per dirla tout court, allo scienziato contemporaneo: quanto più un’ipotesi risulta applicabile, quanto più riesce a leggere e a significare i fatti, tanto più quella ipotesi si legittima e si verifica. Lo ripeto, è questo il procedimento logico che sta alla base della scienza contemporanea (quella successiva alla crisi delle scienze e alla rivoluzione epistemologica avvenute a cavallo tra fine ’800 e prima metà del ’900) che è un sapere non più giocato sulla presunzione razionalistica, illuministica o positivistica della assolutezza e universalità, bensì consapevole della propria natura ipotetico-deduttiva: quanto più da una ipotesi posso dedurre la lettura e l’interpretazione dei fatti, tanto più questa ipotesi si verifica, cioè si afferma come vera, fino a quando non intervenga una nuova più efficace ipotesi, che falsificando la precedente, sia capace di leggere e significare ancora meglio e ancora più coerentemente i fatti. E finora – mi pare – l’ipotesi che Berlusconi soffra di una patologia da DNP con crescente coinvolgimento psicotico emerge, fino a prova contraria, in modo sempre più plausibile. A ulteriore conferma, starebbe l’emergenza del bisogno sempre più persistente di Berlusconi di immergersi – nonostante il rischio, anzi proprio perché c’è il rischio –in perigliosi “bagni di folla”.

Come l’avaro Paperon de’ Paperoni ha il bisogno compulsivo di tuffarsi ogni tanto nel mare di luccicanti seducenti monete, così Berlusconi ha il bisogno altrettanto invincibile di tuffarsi nei bagni di folla. Se non lo fa, sta sempre peggio, come un drogato in crescente delirio da astinenza. Tale bisogno di esposizione esibizionistica è tipico delle personalità pre-edipiche colpite da DNP,: è per loro più confermante e gratificante di un orgasmo, di qualsiasi orgasmo, al punto che, se non può essere esibito, l’orgasmo stesso perde di significato all’interno della loro sessualità pre-edipica (non a caso, nei giorni dello scandalo D’Addario, era proprio lui a continuare a ricordare il fatto, con battute più o meno felici).

Certo, la pericolosità dei suoi bagni di folla è sempre più monitorata dal suo entourage, con crescenti tentativi di limitarne l’incidenza. Di conseguenza, sorgerà sempre di più il problema di quanto legittimo sia, per esempio, “perquisire” preventivamente i probabili spettatori del bagno di folla berlusconiano (a quanto dice la stampa tale perquisizione è già avvenuta nell’ultima uscita di Silvio con giubbotto putiniano).

Non penso, dunque, che alla base della rischiosa ricerca del bagno di folla ci sia, come suggeriscono le domande del mio amico, una “volontà di martirio” o il bisogno suicida (cioè consapevolmente perseguito) o suicidario (cioè non consapevolmente perseguito) di “farla finita”. La personalità affetta da DNP è sì affascinata e coinvolta dalle tematiche e dalle dinamiche del “martirio”, del “suicidio”, dell’acting out sommario e quindi potenzialmente suicidario, ma sempre all’interno di una affermazione onnipotente ed esibita del proprio Sé, una affermazione infinita, eterna, ben lontana da una autentiva volontà di “farla finita”.

Può risultare utile un differenziante confronto con il Disturbo Borderline di Personalità (DBP). Mentre la personalità caratterizzata da DBP cerca davvero il rischio oppure la dinamica suicida o suicidaria, la personalità DNP ne cerca soltanto l’esibizione, lo sfruttamento manipolatorio, l’enfasi delirante, lo sfruttamento che non nega il Sé, ma lo auto-afferma ancora di più. Per rischiare o per morire, la personalità DBP non ha bisogno della scena, non dipende dalla scena, la personalità DNP esige la scena, ha nella scena il proprio vero obiettivo (in questo è più vicino alla personalità isterica o, come si suole dire oggi, istrionica [Disturbo Istrinico di Personalità]). Se la scena è davvero estrema quanto può essere estremo il delirio di onnipotente (e paranoide) affermazione del proprio narcisismo, allora sì, in questo caso, la personalità DNP può davvero agire e perseguire lucidamente e tematicamente anche il suicidio. Comunque, neppure in questo caso, si suicida per suicidarsi. Sarebbe troppo banale e troppo poco narcisistico. In questo caso, proprio in questo estremo caso, la personalità DNP si suicida solo perché è grandioso farlo, soltanto perché nessuno altro può farlo più grandiosamente di lui, più santamente di lui, più da martire di lui. Mentre si fa male o si suicida, la personalità DBP è tutta nel farsi male o nel suicidio; al contrario, mentre rischia di farsi male o di suicidarsi, la personalità DNP è già oltre il farsi male e oltre il suicidio, è già all’applauso, all’ammirazione, alla grandiosità che seguiranno, che non potranno non seguire, che dovranno, dovranno, dovranno seguire. La personalità DBP è nel dolore e nella morte, li conosce, li abita, ne è vittima angosciata; la personalità DNP è da sempre e per sempre immortale: “Che pretese può mai avere la morte? Che è mai la morte? Non sa che Io sono Superman?”

Il discorso sin qui fatto nulla toglie anche al possibile e del tutto probabile uso politico e mediatico delle componenti “rischio mortale” e possibile “martirio” (in diretta tivù, che altro?), ma questo è un altro discorso, tema di un altro possibile post, che parta da considerazioni più legate all’uso politico e alla mutata natura del linguaggio televisivo.

Dopo che gli uomini della scorta lo hanno fatto entrare a forza nell’auto, subito, quasi ribellandosi alla protezione, Berlusconi è voluto uscire, ergersi verso la folla. Analizzando proprio le immagini di questa azione, cerco qui di continuare nella ipotesi di lettura psicologica dell’aggressione al Presidente del Consiglio iniziata nel mio post 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita (ma vedi anche 2009/10/25 – La psicologia di Piero Marrazzo e Silvio Berlusconi, la sessualità preedipica e la gestione del potere ; Le dipendenze peggiori. “Meno male che ci sei tu”, dice con gli occhi la madre al proprio bambino [e correlato a questo “Meno male che Silvio c’è”]).

Se si parte dalla ipotesi di un uomo sofferente di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), allora la fenomenologia della scena e in particolare dello sguardo di Berlusconi in piedi all’auto è la seguente.

Il viso di Berlusconi non è più e soltanto il viso dell’uomo ferito, scioccato, sofferente. È ora il viso del bambino spaurito, improvvisamente abbandonato dalla mamma. È quel bambino a uscire dall’auto, ad alzarsi a guardare, come se con gli occhi dicesse: “dove sei, mamma?”, “perché mi lasci solo?”, “stavo proprio facendo quello che tu hai sempre voluto da me, stavo facendo l’uomo più importante del mondo, lo stavo facendo per te, al posto tuo, lasciando che tu diventassi me … e tu perché te ne vai? Lo sai che senza te, io non esisto, non ci sono. Lo sai che tu sei me e io sono te, unicamente te”, “perché mi hai schiaffeggiato, annientato, svuotato di anima?”, “e adesso la mia anima dove è?”, “rivoglio la mia anima, lasciatemi uscire di nuovo, la mia anima è la in mezzo, è la dove è partito lo schiaffo, non posso lasciare là la mia anima”, “perché volete partire, portarmi via da me stesso, dalla mia anima proiettata sulla folla?”, “vi ordino di non partire!, dove andate?, se partite, mi uccidete, mi lasciate vuoto di me stesso! Voglio restare qui, uscire, riprendermi l’anima!”.

La persona sofferente di DNP proietta il proprio Sé sull’altro, soprattutto su un altro femminile (il più possibile controllabile, passivo, indifeso, manipolabile), compreso quell’altro indistinto-femminile che è la “folla”. Per questa persona non c’è distanza tra sé e l’altro da sé, c’è solamente il proiettarsi del proprio Sé: se l’altro non accetta la proiezione e non la subisce, allora l’altro va annientato nel nulla della “vergogna”, nell’attribuzione moralmente mortificante della “invidia” e dell’ “odio”.

Quando però, nel momento stesso in cui pensava di essere totale, la proiezione grandiosa del Sé fallisce e si trova di fronte all’ostacolo imprevisto del rifiuto infrangibile, dello schiaffo inconfutabile, dell’oltraggio indifendibile, allora il Sé si smarrisce, resta lì spaesato, regredisce alla auto-percezione della propria nullità, al sentirsi quel “niente”, che probabilmente Veronica, da donna innamorata e da madre dei suoi figli, ha percepito nella profondità dell’anima di Silvio Berlusconi.

Quanto più il DNP coinvolge il versante psicotico del Sé, tanto più la proiezione del Sé è massiccia e delirante, fino al rischio della dissociazione stessa del Sé nell’onnipotenza suicida o nella schizofrenia: in tale ultimo caso il Sé proiettato finisce con l’essere colto come voce esterna, “altra”, irrimediabilmente perduta nell’orco della scissione. La dissociazione del Sé è un rischio possibile del DNP, soprattutto quando la spirale della proiezione delirante diviene un bisogno sempre più ossessivo, configurandosi come compulsione irrefrenabile, cioè come grave dipendenza.

La persona sofferente di DNP tende sempre più a ripetere sull’altro da sé quanto, da piccolo, in un’età tra i due e i tre anni, la madre – per lo più inconsciamente – gli ha proiettato addosso, investendo e invadendo il figlio dei propri bisogni di affermazione e di compensazione affettiva, sociale, esistenziale. Chi è stato ferito, ferisce, se non ha potuto elaborare e superare la ferita. Se la ferita narcisistica non è stata elaborata e superata attraverso una competente ed efficace psicoterapia, il DNP diviene sempre più grave; il Sé che ne soffre tende sempre più a ripetere in modo attivo (cioè agendo lui sull’altro o sugli altri) quella dinamica invasiva, espropriante e distruttiva, che ha dovuto subire da piccolo nella relazione con la madre.

Quel volto smarrito di bambino non poteva non colpire la tenerezza materna di molte donne. C’è cascata anche la stessa Sabina Guzzanti, che pure è donna abituata a quella capacità di stacco che genera l’ironia e la satira: “Sì, mi ha fatto moltissima pena vedere Berlusconi ferito. Ho visto il volto insanguinato. Ho visto un vecchio ferito. Quando è uscito per vedere in faccia il suo aggressore ho provato anche stima per la fierezza e ho visto anche un politico per la prima volta”. Credo che Sabina abbia confuso la ferita attuale del vecchio con quella antica, lo smarrimento del bambino con la fierezza del politico: quello che Berlusconi cercava di guardare là nel mezzo non era l’avversario politico, ma la propria anima proiettata e non accolta, data e non restituita da quel tremendo sostituto materno che per lui è la folla.

Mi pare che il commento di Walter a 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita intuisca di più la dinamica in gioco: “tra le varie immagini passate nei telegiornali, mi ha colpito molto quella del Cavaliere, che ormai ferito, si erge sul suo cavallo (la macchina blu) e va a cercare il feritore, quasi a volerlo sfidare, quasi a volergli dire: “che ti credevi, non sai che sono immortale?”. Tutto questo nonostante la nutrita scorta cercasse inutilmente di proteggerlo e portarlo in tempi rapidi all’interno della macchina”.

Il suo Sé di bambino follemente spaesato era là buttato in mezzo alla gente. Era là. E là Berlusconi guardava, come se la madre l’avesse tradito. Era per lei, come sempre, che si era esibito, che aveva recitato lo smarrirsi di sé nell’incesto seduttivo e pauroso con quella folla madre, che voleva sua, che non poteva non continuare a essere sua, come sempre, come da sempre, come per sempre. E lei, la madre-folla, l’aveva tradito, con quello schiaffo che lo smentiva, lo perdeva, lo tradiva.

Negli occhi del vecchio parlava il bambino: “Come? Tu, madre, mi tradisci? È per essere te che voglio e devo sedurre la folla. E tu mi tradisci? Mi illudi? Mi rubi l’anima, così? Dove è la mia anima? Perché mi portano via? Non posso lasciare lì la mia anima! Lasciatemi vedere dov’è. Lasciatemela riprendere. Non portatemi via. Perché, madre, questo schiaffo che mi annienta? Perché espropriarmi di me, mentre io mi perdevo in te, come al solito, come da sempre, come per sempre? È questo il mio vero dolore. È questo il mio vero morire. Madre, non mi tradire anche tu!”.

Troppo presi dalla furia di dare un lettura politica e solo politica dell’aggressione a Berlusconi, i commentatori hanno forse dimenticato di dare una lettura psicologica dell’evento, lettura che, oltre che essere la più immediata, in questo caso è probabilmente la sola pertinente.

A quanto è dato intuire dai dati di cronaca (come al solito molto o del tutto incompetenti appaiono i giornalisti in materia psicologica) e dalle poche immagini, l’aggressore, Massimo Tartaglia di 42 anni, è una personalità gravemente problematica, sofferente da molti anni, quindi in condizioni di cronicità; parrebbe vittima di un quadro psicotico o quanto meno caratterizzato da forti nodi psicotici.

L’aggredito, Silvio Berlusconi di 73 anni, secondo la moglie è, a propria volta, soggetto malato e bisognoso di cure. In effetti, da molti dei suoi comportamenti, parrebbe personalità caratterizzata da un narcisismo accentuato, forse inquadrabile in un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) (confronta altri miei post in questo blog), diagnosi pienamente verificabile soltanto all’interno di un competente rapporto clinico, il quale tuttavia viene rifiutato dal diretto interessato. Nel senso della verifica del reale stato di salute di Berlusconi (proprio a partire dalla parole di Veronica) si muoveva una delle 10 domande de “la Repubblica”, alla quale il Presidente del Consiglio si è sottratto. Peraltro va notato che, se davvero Berlusconi soffrisse di DNP, rientrerebbe proprio nelle caratteristiche di tale patologia sottrarsi a ogni verifica e cura, con sdegnoso senso di onnipotenza.

Se in gioco non ci fosse l’esigenza giornalistica di comprendere il più possibile quanto sta avvenendo con tutte le non irrilevanti conseguenze sociali, politiche, istituzionali, economiche, che quanto sta avvenendo comporta per tutti noi, la competenza psicologica e psicoterapeutica tacerebbe di fronte alle richieste della competenza giornalistica. Invece, proprio in nome del diritto politico e civile della comprensione, occorre dare precedenza alla competenza giornalistica e procedere sia pure sulla base di ipotesi, di quelle tuttavia che allo stato dei fatti possono apparire le più plausibili e pertinenti. E, ripeto, le ipotesi che con più legittimità emergono sono proprio queste: che l’aggressore presenti un quadro più o meno gravemente caratterizzabile come psicotico; che l’aggredito presenti un quadro di tipo narcisistico. La domanda che ne esce sarebbe allora questa: perché uno psicotico aggredisce un narcisista?

Di fronte a una domanda di questo tipo, uno psicoterapeuta clinico comincerebbe probabilmente così:

  1. difficilmente uno psicotico, fosse anche sofferente di psicosi reattiva, aggredisce di propria iniziativa. Se lo fa, è perché nel proprio vissuto sta – a torto o a ragione – rispondendo a un comportamento che egli vive come aggressione prossima e fortemente invasiva, alla quale non può in alcun altro modo sottrarsi;
  2. difficilmente uno psicotico, fosse anche sofferente di psicosi reattiva, aggredisce persone al di fuori dell’ambito familiare. Se lo fa, è perché l’aggressore appare al suo vissuto come così vicino da risultargli familiare o comunque sovrapponibile a una figura familiare e identicabile come questa figura (per esempio identificabile come la propria madre troppo divorante o troppo abbandonica oppure come il proprio padre troppo svalutante e castrante o – al contrario – eccessivamente esigente).

Da parte propria, la personalità narcisistica tende proprio a identificarsi con l’altro e nell’altro, invadendolo, snidandolo, provocandolo (cioè, letteralmente, “chiamandolo innanzi a sé” fino a considerarlo sé stesso), aggredendolo o con seduzione manipolante o con appellativi svalutanti e comunque non empatici. La personalità narcisistica tende a fare corto circuito tra sé e l’altro da sé, proiettando sull’alto da sé sé stesso: se l’altro accetta di subire la proiezione, è bravo; se non lo fa, è un niente o, per usare appellativi berlusconiani, è un “coglione” o un “farabutto”, che può soltanto precipitare nell’abisso annullante della “vergogna” (altro vocabolo tipicamente berlusconiano). È come se la personalità narcisistica ragionasse soltanto in bianco e nero, senza tenere alcun conto delle sfumature, della infinita gamma dei grigi intermedi: o sei la mia proiezione e allora esisti e hai diritto di esistere; o non sei la mia proiezione e allora non esisti e non hai diritto di esistere.

Di fronte a dinamiche di questo tipo, la personalità psicotica cerca di sottrarsi il più possibile, dato che la sua strategia abituale è quella dell’evitamento dell’incontro con l’altro, soprattutto con l’altro percepito e vissuto come eccessivamente invasivo. Bene lo sanno i clinici, che cercano di evitare il più possibile ogni prematuro o eccessivo avvicinamento nei confronti della personalità psicotica.

Un uomo politico dovrebbe, più di ogni altro, conoscere e sapere gestire l’esatto senso della distanza, partendo prima di tutto da una adeguata conoscenza di sé e della propria personalità (sia in sé stessa sia per come può venire percepita e vissuta dall’altro). Se non lo fa, è un dilettante della politica, soprattutto della politica attuale, così giocata sulla immagine di sé e sulle modalità di esposizione e di impatto che l’immagine di sé può o non può avere.

È dunque del tutto sconsigliabile l’attività politica di immagine e di esposizione a personalità con problemi narcisistici non risolti. Rischiano di proiettarsi troppo sulla “platea”, sulla “folla”, sulla “gente” (metto le virgolette per evidenziare il comune genere femminile di questi termini), come se fossero madri, con le quali occorre essere i più seduttivi e manipolatori possibile, ma dalle quali è impossibile separarsi. Rischiano di avere così bisogno dell’ “incontro”, del “contatto”, del “consenso”, del “voto” (metto le virgolette per evidenziare il comune genere maschile di questi termini), da doverlo continuamente cercare, provocare, evocare, chiedere, richiedere, in una ossessiva ricerca di sé, proprio e solo a partire da quell’incontro, da quel contatto, da quel consenso da quel voto, in una crescente e quasi maniacale dipendenza da essi. Con tale dinamica in atto, come può una personalità narcisistica non impattare prima o poi nel controtransfert di una personalità psicotica? Basta sfogliare un qualunque libro di storia per accorgersi quanto sia frequente l’uccisione – tentata o, purtroppo, riuscita – del Re, del Monarca, del Potente o, comunque, di colui, che come tale sia o possa essere vissuto. Il regicidio non è solo un atto o un progetto politici. È spesso, molto spesso, il prodotto di una dinamica esclusivamente psicologica. Che poi, a un livello più complesso, il regicidio politico possa nascondersi dietro l’azione del pazzo di turno, lasciando per esempio che questi agisca e appaia come l’unico attore, anche questo la storia ci dice (ma questo appartiene alle pagine più nere, complesse e micidiali della storia).

Se una personalità narcisistica fa politica, avvicinandosi troppo, prima o poi, incontrerà una personalità psicotica, che si vivrà come aggredita, troppo aggredita, così aggredita, da non potere non rispondere, a propria volta, con l’aggressione, al di qua di ogni premeditazione, scagliando il primo oggetto che capita, magari quel souvenir che si stava per portare a casa alla propria madre o al proprio padre, per fare vedere loro dove si era riusciti ad arrivare.

Poco fa, nello Speciale del TG1 in onda a cavallo della mezzanotte tra il 13 e il 14 dicembre, Alessandro Sallusti, vicedirettore de “il Giornale”, ha definito prima la sinistra, poi anche Casini, da ultimo pure Fini “mandanti morali” dell’aggressione a Berlusconi, operata oggi a Milano da Massimo Tartaglia. Il ragionamento di Sallusti è stato più o meno questo: criticare Berlusconi può determinare azioni inconsulte da parte di persone fragili o, come si è detto più volte di Tartaglia, “psicolabili”. La conclusione del ragionamento di Sallusti portava dritto filato alla necessità di non fare alcuna opposizione a Berlusconi, secondo quanto è stato subito notato da Piero Sansonetti, direttore de “Gli Altri” e da Nicola Latorre, vicepresidente del gruppo PD al Senato. Quest’ultimo ha definito “farneticante” il discorso di Sallusti.

Sempre nel corso di questo Speciale del TG1 era intervenuto, poco prima, Roberto Maroni, Ministro degli Interni, che ha affermato la necessità di un rigido controllo dei siti internet, senza meglio precisare di che controllo parlasse, di che siti parlasse, in merito a quale tipo di interventi sul web parlasse, a quali criteri di intervento si riferisse. Maroni non è parso chiaro per nulla, mentre doveva esserlo più che mai, visto l’argomento (la libertà di pensiero, di espressione e di stampa). Se anche Maroni fosse – metti caso (quanto più vago è il discorso, tanto più è lasciata aperta ogni possibile ipotesi) – sulla linea di Sallusti, ci sarebbe davvero da temere per la libertà di pensiero, di opinione e di espressione, per la possibilità stessa della democrazia, dato che il Ministro degli Interni è a capo di Carabinieri, Polizia e Servizi Segreti.

Di certo pare sempre più evidente che da parte della destra berlusconiana si cerca non certo di circoscrivere per quello che è l’atto folle di Tartaglia (era davvero così imprevedibile e inevitabile l’aggressione? perché Tartaglia ha potuto prendere la mira e tenere bene visibile e in alto l’oggetto prima di scagliarlo? che ci stanno a fare le guardie del corpo e i servizi di sorveglanza?), ma di leggerlo il più possibile come atto politico prodotto dall’ “odio” contro Berlusconi e solo da questo.

Nessuno dice del paese che sta malissimo, dello Stato che ogni giorno viene sfasciato nelle sue più sacrosante fondamenta proprio dagli attacchi sempre più violenti di Berlusconi, dell’economia che va a catafascio, di un governo che non sa fare politica e che, per reggersi, ha bisogno di approvare le leggi a colpi di fiducia. Eppure questo governo è espressione di una maggioranza molto ampia, che dovrebbe garantire la più facile delle esistenze.

Non vorrei che una lettura troppo o solo strumentale della gravissima ed esecrabile aggressione subìta oggi da Berlusconi finisse anch’essa con il ritardare la soluzione dei problemi, con l’incancrenire ulteriormente la vita politica, con il fornire ulteriori alibi alla inerzia del governo e alla incapacità politica di gran parte della maggioranza e di una buona fetta pure della minoranza.

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