Leggo su “Il fatto quotidiano” questa notizia:
“Niente comunione per il bambino disabile. Succede a Porto Garibaldi, uno dei sette lidi di Comacchio, in provincia di Ferrara. Al momento dell’eucarestia don Piergiorgio Zaghi non porge l’ostia a un piccolo affetto da gravi disturbi.
Era il momento propedeutico alla celebrazione della prima comunione. Dopo il percorso di catechismo i giovanissimi frequentatori della parrocchia dell’Immacolata concezione si accingevano a ricevere per la prima volta il “corpo di Cristo”. Era un momento al quale i genitori del piccolo diversamente abilesi erano avvicinati con preoccupazione.
Loro stessi avevano chiesto consiglio su come poter avviare a questo primo percorso spirituale il loro figlio. Il sacerdote avrebbe manifestato immediatamente le proprie perplessità in merito alla possibilità di dare il sacramento al piccolo, essendo incapace – questa la spiegazione riportata dalle cronache cittadine – di intendere e volere”.
Notizie come questa urlano nell’anima, nei cieli e negli abissi. Che diritto ha un prete o la chiesa come tale di impedire a Gesù di farsi cibo di quel ragazzo, che di certo non era il meno amato da Gesù? “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice Gesù. In base a quale diritto un prete e la chiesa come tale vieta a Gesù l’incontro con chi va a lui? Con lo stesso criterio non si dovrebbero battezzare i neonati. Perché per i neonati sì e per un bimbo “disabile” no? E quanti tra coloro che si uniscono in matrimonio o prendono l’ordinazione sacerdotale sono davvero in grado di intendere e volere? Quanti sanno e vogliono davvero la Confermazione o l’Unzione dei malati? Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita di avere a che fare con persone che si sono sposate o sono state ordinate in base a forti condizionamenti consci o inconsci da parte del loro sistema familiare d’origine e/o da parte di bisogni dovuti a patologie psichiche o relazionali: eppure, di fronte a tali situazioni, i preti e la chiesa come tale non hanno detto nulla e si sono ben guardati dall’impedire l’attuazione del sacramento.
Per certi aspetti l’Eucaristia è la risposta al Battesimo: come nel Battesimo l’essere umano “si immerge” in Gesù, nell’Eucaristia Gesù “si immerge” nell’umano, facendosi cibo e carne e sangue dell’umano; come per immergersi in Gesù non è necessaria la diretta consapevolezza del bambino, ma basta quella putativa del padrino o della madrina, così – a maggiore ragione – perché Gesù si immerga nell’umano non dovrebbe essere necessaria la coscienza diretta di chi si comunica, ma dovrebbe bastare la coscienza di Maria e della Chiesa. Quando Gesù, concepito da Maria, si fece uomo (dando già di fatto inizio all’Eucaristia, che della Incarnazione è conseguenza e compimento), non ci fu bisogno della “capacità di intendere e volere” di tutta l’umanità; bastò quella di Maria, bastò la consapevolezza immacolata del suo “Fiat”.
“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, dice Gesù nella propria passione. Se avesse aspettato che l’intera umanità, uccidendolo, sapesse quello che faceva, probabilmente neppure oggi sarebbe avvenuta l’Incarnazione, neppure oggi ci sarebbe l’Eucaristia. Se per fare il male supremo, cioè l’uccisione di Gesù, non è necessaria la diretta e piena “capacità di intendere e volere”, perché questa deve essere necessaria quando in gioco c’è il bene supremo, cioè l’Incarnazione di Gesù in ogni uomo, chiunque egli sia, a partire proprio da quel bambino di Porto Garibaldi?
P.S. Nel testo di questo articoletto ho lasciato tra virgolette l’espressione “capacità di intendere e volere” perché penso che indichi qualcosa che sfugge totalmente alla possibilità di piena valutazione persino da parte della scienza, che per propria natura è sapere falsificabile. Figuriamoci da parte di un prete … Solo il Padre, Gesù e lo Spirito sanno dove e come c’è o non c’è coscienza e “capacità di intendere e volere”, solo Loro sanno il rapporto tra corpo e coscienza, tra volontà e coscienza, tra corpo e volontà. Non si dimentichi per esempio quanto nella definizione di coscienza giochi il pregiudizio cartesiano e razionalistico della separazione tra anima e corpo e tra coscienza e coscienza riflessa.
povera mia terra
povera terra della non speranza
quanto t’ho amata
da giovane
- non so se incosciente o coraggioso -
per te sono rimasto qui
per amarti e darti
tutto me stesso
(e me ne potevo andare
in altre terre libere e vere)
da vecchio
- è coraggio dare questo consiglio -
dico ai giovani:
partite da questa terra della non speranza
lasciate questo vuoto disperato
questo spaesato paese del nulla
terra amata
e purtroppo mai tradita
terra stranita
terra perduta
allora speravo
e non capivo
oggi capisco
e non spero più
rovina sono per te
il vile cuore e l’ignoranza
Cristo venduto e ucciso e non amato
la verità mai cercata
il meretricio dell’animo
l’assente dignità
l’ignavia
le vite non vissute
il silenzio d’umano
sei la terra della non speranza
mia cara amata terra
tu mi lasci straniero
nei mie luoghi
e tra la mia gente
disperato d’averti amato
spero solo la morte
lontano da te
nell’abbraccio del Padre
gli chiederò perché
Solo ora vedo che “L’Espresso” del 24 marzo ha citato il mio commento sul giubbotto di Putin indossato da Silvio Berlusconi:
-> Silvio, il giubbotto sciamanico
Il post nel quale parlavo dell’argomento è 2010/01/12 – Perché Berlusconi mette il giaccone di Putin. Why Jacket Putin (analisi psico-antropologica)
Rispondo a un amico che mi invia la seguente domanda:
“Un articolo del teologo tedesco dissidente, Hans Kung, pubblicato su “la Repubblica” (pag. 1 del 18 marzo 2010), invita a riflettere sulla relazione possibile, alquanto sottovalutata, e sdegnosamente rifiutata dalla Chiesa, tra condizione del celibato e pulsioni sessuali dei sacerdoti che potrebbero finire per sfociare nella pedoflia. E’ possibile postulare, in termini psicologici, che possa esistere un rapporto di causa ed effetto di questo tipo, dove la causa è il celibato dei preti cattolici reso obbligatorio e l’effetto è lo scatenarsi di abusi sessuali sui minori?”.
Prima di rispondere rammento che già questo blog ha avuto occasione di parlare di chiesa e pedofilia. Rinvio al proposito ai due post 2009/07/29 – Monumento del governo irlandese, pedofilia dei preti, Agostino Vallini e denuncia di “Avvenire” contro Berlusconi e 2009/11/27 – Anche per la pedofilia, come al solito il Vaticano tace.
Rispondo ora al mio amico: a) con una premessa filosofica, teologica e psicologica; b) con considerazioni cliniche legate alla mio professione di psicologo psicoterapeuta.
Premessa filosofica, teologica e psicologica
Sia l’uomo che Dio sono relazione. A suggerirlo, sono da un lato il sapere naturale, dall’altro quello sovrannaturale.
Per sapere naturale intendo ogni discorso che dica a partire dall’uomo e soltanto dall’uomo.
Per sapere sovrannaturale intendo ogni discorso che dica a partire dalla Rivelazione o, comunque, da un dato assunto come non falsificabile, proprio perché attribuito a Dio (e, in quanto tale, non verificabile né falsificabile scientificamente) e/o direttamente alla sua ispirazione.
Il sapere naturale, in tutti i propri maggiori registri – da quello più propriamente espressivo (in particolare la letteratura, l’arte, il dirsi storico, l’esprimersi antropologico-culturale) a quello più propriamente riflesso o teoretico (le scienze, la filosofia, l’ermeneutica) – giunge sempre più decisamente a cogliere nella relazione inter-umana il senso dell’umano (o, all’estremo opposto, il suo disperante e spaesante non senso; ma – come ben sanno i logici – ogni negazione presuppone l’affermazione che sta negando). In particolare, in filosofia, il pensiero fenomenologico, da Husserl a Sartre, a Heidegger, senza per altro dimenticare riflessioni quali quella di Martin Buber, ci ha detto dell’uomo come in-tenzione dell’essere e nell’essere e come relazione; in psicologia poi, soprattutto l’approccio sistemico-relazionale ci ha detto della relazione come dell’evento decisivo per l’attivazione, costituzione e strutturazione dell’universo psichico, al punto che la funzionalità o meno del sistema relazionale di riferimento decide della salute o della patologia degli individui.
Il sapere sovrannaturale, in particolare quello ebraico-cristiano derivante dalla rivelazione biblico-evangelica, ci dice che Dio e l’uomo sono, ciascuno a modo proprio, relazione. Quanto a Dio, la rivelazione ci parla di Lui come di una trinità di persone tra loro relazionate in modo talmente perfetto che il loro essere coincide con il loro stesso relazionarsi: il Figlio difatti è l’essere stesso del Padre nel relazionarsi con la propria divinità (relazione di “filiazione”); lo Spirito Santo è l’essere stesso del relazionarsi tra loro del Padre e del Figlio (relazione di “spirazione”). Quanto all’uomo, in Genesi, 1, 27 e in tutto Genesi, 2, la rivelazione dice dell’uomo come sostanziale relazione tra maschio e femmina: dunque non c’è uomo se non nella relazione tra le due diversità umane1, come non c’è Dio se non nella relazione tra le tre diversità divine.
Genesi, 2 inoltre parla del “peccato originale” come di un evento della coppia umana, lo descrive come dinamica della coppia umana, per cui è facilmente presumibile che anche la salvezza non possa prescindere dalla coppia umana come tale. La teologia e la dottrina poi del sacramento del Matrimonio suggeriscono notazioni formidabili: a) ponendo come “ministri” di questo sacramento gli sposi stessi, dice della relazione tra gli sposi come “segno visibile ed efficace della Grazia”, cioè come eucarestia del divino, senza alcuna altra mediazione ministeriale che non sia quella degli sposi stessi nel loro relazionarsi; b) questa unicità e questo privilegio sono propri non del sacerdozio ministeriale, ma direttamente di quello “regale”, di fatto affermando che – nel e con il sacramento del Matrimonio – il sacerdozio “regale” ha e trova “ministerialità” soltanto in sé stesso.
Pensando a tutto questo, mi pare inconcepibile pensare all’uomo prescindendo dalla relazione tra maschio e femmina. Sarebbe un’assurdità pari a quella che pretenda di dire di Dio prescindendo dalla Trinità.
Del resto Gesù prese come apostolo e “pietra” della propria chiesa Pietro, sposato e con tanto di suocera, che Gesù non mancò di guarirgli.
Non penso sia certo un caso che la Bibbia in Genesi, 1, 27 dica della relazione tra le due diversità umane (il maschio e la femmina) come dell’immagine di Dio, che – come si è detto – è relazione tra le tre entità relazionali divine. Penso perciò che l’imitazione di Cristo non possa, limitarsi alla imitazione di alcuni suoi comportamenti, ma vada ripensata molto profondamente sulla base di considerazioni di natura relazionale, non dimenticando che nell’unica persona di Gesù sono presenti sia la natura umana sia quella divina, con una tale complessità relazionale, che forse sia la teologia, sia l’ermeneutica, sia il magistero della Chiesa non hanno ancora saputo adeguatamente nè affrontare, né approfondire.
Considerazioni su base clinica
Da psicologo clinico poi mi pare assurdo che si possa pensare che nella loro giovinezza un maschio o una femmina decidano – in piena, evoluta, adeguata consapevolezza – di rinunciare alla propria identificazione primaria2, quella che unisce tra loro maschio e femmina in una relazione in-tenzionalmente piena, assoluta, spregiudicata e, nella propria spregiudicatezza, pura3.
L’esperienza clinica poi mi dà ogni giorno di più conferme in proposito. Quando, direttamente o attraverso le loro famiglie d’origine, ho avuto in terapia consacrati legati al voto di celibato o nubilato, ho sempre constatato la presenza di gravi e patogene disfunzioni relazionali, sfociate – all’interno del sistema familiare o direttamente sul consacrato – in gravi patologie psicotiche e/o borderline e/o nevrotiche. Queste famiglie presentano rigidità di sistema particolarmente gravi e patogene; inoltre, di solito, utilizzano in misura più o meno massiccia e pervasiva il riferimento alla fede (pensano alla propria sanità psichica come “provata” proprio dalla presenza in famiglia della persona consacrata) come alibi difensivo e mitico che impedisce ancora di più l’ingaggio e/o il pieno impegno terapeutici.
In particolare, da un punto di vista relazionale, queste famiglie presentano dinamiche incestuose coperte, rimosse o negate (e di solito la prima e più pesante copertura o rimozione o negazione è proprio giocata sulla convinzione che la presenza di uno o più consacrati in famiglia sia la prova che tutto vada bene, che “Dio ci è vicino”, che “siamo proprio una famiglia sana”): spesso in queste famiglie la madre o la sorella fanno da perpetua al figlio (soprattutto il primogenito) o al fratello, con una devozione e una dedizione di solito tanto idealizzate quanto ambivalenti, tali in ogni caso da coprire o rimuovere o negare la reale presenza di dinamiche incestuose. Il fatto che si tratti di dinamiche incestuose psicologiche e non fisicamente consumate, non toglie molto alla loro rilevanza relazionale; semmai ne favorisce la copertura, rimozione o negazione difensive.
Ho trovato parecchi casi nei quali il sacerdozio del figlio copriva, rimuoveva o negava la presenza di gravi disfunzioni nella relazione della coppia genitoriale. Spesso, poi, il figlio sacerdote ha come proprio padre relazionale non il padre naturale, bensì il prete del quale la madre era, per lo più inconsciamente, innamorata, non importa che fosse il parroco del paese le cui prediche ascoltava rapita o il proprio fratello sacerdote al quale era legata da dinamica tanto ambivalente, quanto inconsciamente incestuosa.
In famiglie tanto problematiche, come può il figlio accedere a una evoluzione edipica adeguata? Come può accedere a una sessualità corretta e adeguatamente evoluta, tale da portarlo a un equilibrato rapporto con l’alterità sessuale e con la propria identita sessuale? Non può allora stupire che il sacerdozio di frequente possa finire con l’essere la strategia difensiva, che copre, rimuove o nega la presenza di sessualità preedipiche, infantili, fortemente connotate da dinamiche proiettive, che possono anche facilmente portare alla pedofilia. Che poi individui, figli di famiglie con siffatte dinamiche, si ritrovino tra loro in gran numero in strutture esclusive e protette quali i seminari, non può non favorire la copertura, rimozione e negazione delle dinamiche in atto.
Se è vero, come purtroppo è vero, che spesso le madri di queste famiglie sono donne bloccate o perfino mortificate nella propria femminilità e nella espressione della propria sessualità, come si può pensare che sappiano davvero dare al padre e al mondo il loro figlio, che di solito è l’unico maschio con il quale abbiano la possibilità di relazionarsi? Ne deriva che, allora, il suo sacerdozio può essere il modo per mezzo del quale queste donne, di solito sposate con uomini spesso del tutto evanescenti, trattengono a sé il figlio, possedendolo per sempre, impedendone il parto effettivo. Dandolo “a Dio e alla Chiesa”, in realtà, lo tengono solo per sé, impedendogli il reale accesso alla donna, a sé stesso e al mondo. Per quanto inconscia e idealizzata possa essere la loro azione, in realtà vivono una maternità intransitiva, oggettivamente violenta, di cui il figlio è prima di tutto vittima. Tutto questo carico di violenza subìta, che si trova ad avere in sé, di solito porta, a propria volta, il figlio a espressioni di tanto coperta quanto oggettiva ed effettiva violenza, spesso identificata in comportamenti sessuali di abuso su donne molto deboli o su bambini, comportamenti resi spesso possibili proprio sfrutttando lo status e il potere religiosi.
Che l’obbligo del celibato ai preti possa essere, nella propria origine risalente all’ XI secolo (in un’epoca altamente critica, di tumultuosa “rinascita” demografica, sociale, politica, culturale), un dato di necessità storica dovuto alla più o meno urgente e corretta necessità di garantire una permanenza non ereditaria del potere sia politico che religioso, può essere. Ma di qui ad affermare che il celibato dei sacerdoti possa essere un valore e un bene assoluti, ce ne passa, e parecchio. Soprattutto oggi, in cui maschile e femminile possono e devono sempre più e sempre meglio relazionarsi tra loro, per potersi sempre più e sempre meglio identificare, così da aprire il mondo a una umanità sempre più e sempre meglio felice. Proprio nella speranza di questa apertura, ho scritto il mio libro La tenerezza dell’eros.
1Nel mio libro La tenerezza dell’eros ho precisato come, a mio avviso, il maschio la femmina vadano intesi come entità relazionali in senso pieno, cioè non come diversità pre-definite rispetto al proprio relazionarsi, ma come diversità che unicamente nel reciproco relazionarsi si definiscono, differenziandosi e al tempo stesso identificandosi.
2Come ho precisato ne La tenerezza dell’eros, per “identificazione primaria” intendo quella senza della quale non è possibile ogni altra autentica identficazione.
3Per quanto riguarda le cosiddette “vocazioni adulte”, che – a quanto mi si dice – sono oggi in aumento, il discorso esigerebbe una scansione ancora più mirata sulle storie individuali, così da potere verificare caso per caso l’applicabilità o meno di quanto vengo qui dicendo.
È disponibile
il mio nuovo ultimo libro
Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it
in “cerca” digita “gigi cortesi”
Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:
A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.
Un amico mi chiede: “Perché Berlusconi continua a dichiarare, anche oggi pomeriggio [ieri per chi legge, n.d.r.], che intende continuare ad andare in mezzo alla gente? Non gli basta più la televisione, con la quale ha incantato mezza Italia. Ora vuole il contatto con la folla, e non quello blindato e in estrema sicurezza, ma quello comunque a rischio, in mezzo alla gente, dove si trova si trova. Ora: le possibilità di essere ucciso aumentano vertiginosamente. Se invece di una statuetta è una bomba, è finita. Dunque, vuole il martirio? Vuole essere ricordato come un martire?
Non rientra anche questo altissimo rischio nel quadro di un disturbo di personalità narcisistica?Oppure non ce la fa più e spera di farla finita?”.
Nel post 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita già ho detto di quanto la persona sofferente di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) dipenda dal bisogno compulsivo, cioè irresistibile, di proiettarsi su entità femminili quali la folla, la platea, la gente, ricevendone consenso, ammirazione, comunque confermante centralità e gratificante attenzione. Ho cercato di precisare ulteriormente l’analisi psicologica di Berlusconi anche nei due post 2009/12/17 – Perchè Berlusconi guarda la folla. Psicologia del suo sguardo smarrito e 2009/12/19 – Le parole di Berlusconi: “odio”, “amore”, “invidia”, “vergogna”. Psicologia di un linguaggio.
Non ho la possibilità come psicoterapeuta di verificare clinicamente la situazione psichica di Berlusconi, che, a quanto dice sua moglie, sta male e ha bisogno di essere aiutato. Come giornalista con competenza psicoterapeutica ho però la possibilità e, quindi, il dovere di lavorare sulla ipotesi che Berlusconi Silvio soffra di un DNP con coinvolgimento sempre maggiore del versante psicotico. Capita al giornalista un po’ quello che capita al ricercatore scientifico o, per dirla tout court, allo scienziato contemporaneo: quanto più un’ipotesi risulta applicabile, quanto più riesce a leggere e a significare i fatti, tanto più quella ipotesi si legittima e si verifica. Lo ripeto, è questo il procedimento logico che sta alla base della scienza contemporanea (quella successiva alla crisi delle scienze e alla rivoluzione epistemologica avvenute a cavallo tra fine ’800 e prima metà del ’900) che è un sapere non più giocato sulla presunzione razionalistica, illuministica o positivistica della assolutezza e universalità, bensì consapevole della propria natura ipotetico-deduttiva: quanto più da una ipotesi posso dedurre la lettura e l’interpretazione dei fatti, tanto più questa ipotesi si verifica, cioè si afferma come vera, fino a quando non intervenga una nuova più efficace ipotesi, che falsificando la precedente, sia capace di leggere e significare ancora meglio e ancora più coerentemente i fatti. E finora – mi pare – l’ipotesi che Berlusconi soffra di una patologia da DNP con crescente coinvolgimento psicotico emerge, fino a prova contraria, in modo sempre più plausibile. A ulteriore conferma, starebbe l’emergenza del bisogno sempre più persistente di Berlusconi di immergersi – nonostante il rischio, anzi proprio perché c’è il rischio –in perigliosi “bagni di folla”.
Come l’avaro Paperon de’ Paperoni ha il bisogno compulsivo di tuffarsi ogni tanto nel mare di luccicanti seducenti monete, così Berlusconi ha il bisogno altrettanto invincibile di tuffarsi nei bagni di folla. Se non lo fa, sta sempre peggio, come un drogato in crescente delirio da astinenza. Tale bisogno di esposizione esibizionistica è tipico delle personalità pre-edipiche colpite da DNP,: è per loro più confermante e gratificante di un orgasmo, di qualsiasi orgasmo, al punto che, se non può essere esibito, l’orgasmo stesso perde di significato all’interno della loro sessualità pre-edipica (non a caso, nei giorni dello scandalo D’Addario, era proprio lui a continuare a ricordare il fatto, con battute più o meno felici).
Certo, la pericolosità dei suoi bagni di folla è sempre più monitorata dal suo entourage, con crescenti tentativi di limitarne l’incidenza. Di conseguenza, sorgerà sempre di più il problema di quanto legittimo sia, per esempio, “perquisire” preventivamente i probabili spettatori del bagno di folla berlusconiano (a quanto dice la stampa tale perquisizione è già avvenuta nell’ultima uscita di Silvio con giubbotto putiniano).
Non penso, dunque, che alla base della rischiosa ricerca del bagno di folla ci sia, come suggeriscono le domande del mio amico, una “volontà di martirio” o il bisogno suicida (cioè consapevolmente perseguito) o suicidario (cioè non consapevolmente perseguito) di “farla finita”. La personalità affetta da DNP è sì affascinata e coinvolta dalle tematiche e dalle dinamiche del “martirio”, del “suicidio”, dell’acting out sommario e quindi potenzialmente suicidario, ma sempre all’interno di una affermazione onnipotente ed esibita del proprio Sé, una affermazione infinita, eterna, ben lontana da una autentiva volontà di “farla finita”.
Può risultare utile un differenziante confronto con il Disturbo Borderline di Personalità (DBP). Mentre la personalità caratterizzata da DBP cerca davvero il rischio oppure la dinamica suicida o suicidaria, la personalità DNP ne cerca soltanto l’esibizione, lo sfruttamento manipolatorio, l’enfasi delirante, lo sfruttamento che non nega il Sé, ma lo auto-afferma ancora di più. Per rischiare o per morire, la personalità DBP non ha bisogno della scena, non dipende dalla scena, la personalità DNP esige la scena, ha nella scena il proprio vero obiettivo (in questo è più vicino alla personalità isterica o, come si suole dire oggi, istrionica [Disturbo Istrinico di Personalità]). Se la scena è davvero estrema quanto può essere estremo il delirio di onnipotente (e paranoide) affermazione del proprio narcisismo, allora sì, in questo caso, la personalità DNP può davvero agire e perseguire lucidamente e tematicamente anche il suicidio. Comunque, neppure in questo caso, si suicida per suicidarsi. Sarebbe troppo banale e troppo poco narcisistico. In questo caso, proprio in questo estremo caso, la personalità DNP si suicida solo perché è grandioso farlo, soltanto perché nessuno altro può farlo più grandiosamente di lui, più santamente di lui, più da martire di lui. Mentre si fa male o si suicida, la personalità DBP è tutta nel farsi male o nel suicidio; al contrario, mentre rischia di farsi male o di suicidarsi, la personalità DNP è già oltre il farsi male e oltre il suicidio, è già all’applauso, all’ammirazione, alla grandiosità che seguiranno, che non potranno non seguire, che dovranno, dovranno, dovranno seguire. La personalità DBP è nel dolore e nella morte, li conosce, li abita, ne è vittima angosciata; la personalità DNP è da sempre e per sempre immortale: “Che pretese può mai avere la morte? Che è mai la morte? Non sa che Io sono Superman?”
Il discorso sin qui fatto nulla toglie anche al possibile e del tutto probabile uso politico e mediatico delle componenti “rischio mortale” e possibile “martirio” (in diretta tivù, che altro?), ma questo è un altro discorso, tema di un altro possibile post, che parta da considerazioni più legate all’uso politico e alla mutata natura del linguaggio televisivo.
Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.
La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.
Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.
A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.
Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.
Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.
Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.
I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.
Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?
Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.
Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.
A quanto pare, Piero Marrazzo, ex giornalista di Rai 3 (per anni ha condotto Mi manda Raitre) e attuale Presidente della Regione Lazio, era frequentatore abituale di transessuali, il che lo ha portato alla grave situazione di auto-sospensione e di probabili prossime dimissioni.
Il caso Marrazzo ripropone il tema del rapporto tra personalità e sessualità preedipiche da un lato e gestione del potere dall’altro lato. Già questo blog vi aveva accennato parlando della sessualità preedipica di Berlusconi (vedi 2009/06/18 – la sessualità preedipica di Berlusconi e le puttane).
Per personalità preedipica intendo quella strutturazione di personalità che non è potuta adeguatamente evolvere in una corretta esperienza edipica, quale quella che avviene all’interno della dinamica triadica (triadica significa “a tre”) di un adeguato rapporto padre-madre-figlio.
Sono personalità bloccate all’interno della dinamica diadica (diadica significa “a due”) del rapporto madre-figlio. Sono figli mai davvero “dati al padre”. La madre li ha trattenuti in sé, poco importa se consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente. O perché è troppo incombente o divorante oppure perché è troppo assente o carente nel contenimento e nell’accudimento del figlio, questo tipo di madre è presa più dai propri bisogni che dall’attenzione ai bisogni del figlio; finisce così con il prevaricare e con il condizionare il figlio e il suo processo di identificazione. A monte di una maternità così intransitiva c’è sempre una coppia genitoriale inadeguata (quasi mai veramente “sposata”, nel senso non tanto confessionale o anagrafico del termine, quanto in quello psicologico e relazionale), per cui l’eccesso o il difetto della funzione materna trova sempre nella assenza o nella debolezza paterne la culla e la complicità della propria disfunzione a danno del figlio. Se la madre è l’esecutrice dell’azione dannosa, il mandante da una parte è la carente relazione di coppia (coniugale e/o genitoriale), dall’altra è la corresponsabile assenza o carenza paterne.
La personalità preedipica, dunque, non ha avuto l’accesso al confronto con la figura e con il modello paterni. Questo condiziona alla radice la strutturazione della personalità maschile del figlio, relegandolo a una fragile e destrutturata identificazione del Sé e a una assente o debolissima strutturazione dell’Io. Il che, in particolare, finisce più o meno pesantemente con il condizionare tre aspetti della vita di questi figli mai davvero “dati al padre”: 1) quello della affermazione sociale (professionale, politica, affettiva), 2) quello della espressione della sessualità, 3) quello del rapporto tra affermazione sociale e espressione della sessualità.
Cominciamo dal punto 1). L’affermazione sociale, che dovrebbe essere il tempo e il luogo della espressione della personalità adulta, finisce invece, all’interno di una strutturazione preedipica della personalità, con l’essere il luogo e il tempo della compensazione e della affermazione infantile del Sé, spesso con modalità ossessive e coattive. È come se queste personalità non potessero fare a meno dell’affermazione sociale, ne avessero bisogno, ne dipendessero, proprio come – più o meno – un tossicodipendente dipende dalla sostanza e dalla sua assunzione. Ne deriva che anche il rapporto con l’affermazione sociale presenta la stessa ambivalenza tipica del rapporto del tossicodipendente con la sostanza. Senza la “dose” di potere sociale stanno male: per questo la cercano, hanno bisogno di cercarla spasmodicamente. La quantità della “dose” deve aumentare progressivamente: per questo ne dipendono in modo sempre più massiccio, al punto che devono fare sempre più carriera, magari passando dal giornalismo alla politica, dall’imprenditoria alla finanza e poi alla politica. Con la “dose” sono in perenne conflitto: come uno schiavo ora la odiano, come un innamorato ora la corteggiano; quanto hanno costruito per anni e con compulsiva ossessione, possono cercare di distruggere in un attimo, mai comunque costruiscono carriere limpide e inattaccabili, proprio come se avessero bisogno di camminare sempre ai margini dell’abisso della auto-distruzione, per poi altrettanto ossessivamente cercare l’acrobazia riparatrice e onnipotente o la caduta pietosa. Non a caso l’iter della loro affermazione professionale ha un andamento a spirale, in crescendo, spesso spinto fino a esiti maniacali e paranoidi. Allora , nel momento del fallimento, che prima o poi puntuale arriva, salta fuori il bambino indifeso che chiede il consenso della compassione o la compassione del consenso o il capriccio della arrogante permanenza.
Veniamo al punto 2). È pressoché impossibile che queste persone abbiano delle relazioni sessuali inscritte in una relazione d’amore profonda, caratterizzata dalla continuità e dalla mutua identificazione dei due partners all’interno di una intimità adulta, capace di approdare all’esperienza del Noi di coppia. Come potrebbero mai arrivare al Noi, se non sono manco arrivati davvero all’Io? Quanto sto dicendo prescinde dall’orientamento sessuale eterosessuale o omosessuale, che senza una adeguata strutturazione dell’Io risulta comunque – come tutta la loro strutturazione della personalità – indeterminato, comunque bisognoso di sempre nuove e mai definitive conferme. Quando fa l’amore (poco importa se con modalità eterosessuale o omosessuale), la personalità preedipica si relaziona non tanto con il partner e con la sua alterità, quanto con i propri bisogni, con la propria intransitiva inadeguatezza, con la propria ansia, con la propria paura della donna-madre e della sua prevaricante presenza o assenza. Per questo la prostituta o il trans mercenari sono il partner adatto: è comunque un femminile svalutato o svalutabile, parziale e imprecisato, in ogni caso un femminile in gran parte disinnescato di potere e, perciò, vissuto come più abbordabile e, al tempo stesso, come per loro più rassicurante. Prima che essere un rapporto eterosessuale o omosessuale, l’esperienza sessuale della personalità preedipica è sempre un evento radicalmente intransitivo e onanistico, con forti connotazioni ansiolitiche e/o antidepressive, comunque compensatorie e pseudo-identificative.
Per certi aspetti può essere l’espressione della ricerca di una conferma onnipotente e ossessivo-maniacale, tipica del don Giovanni predatore che usa le conquiste come trofei da esibire al Leporello di turno (l’esibizione della conquista è ancora più necessaria della stessa conquista): quanto più numerosi, prestigiosi, strani o “trasgressivi” essi sono, tanto meglio; quello che importa è che vanno esibiti all’amico o agli amici, in una sostanziale impotenza o non empatia relazionali con il partner sessuale e in una altrettanto essenziale omosessualità relazionale (il vero referente emotivo non è il partner con cui si è fatto l’amore, ma l’amico con il quale si esibisce la conquista). Mi pare questo il caso di Berlusconi.
Per altri aspetti può essere l’espressione della ricerca di una fusione compensatoria e confermante, all’interno di una caduta depressiva, propria di personalità radicalmente sole e con una autostima elevata soltanto in apparenza e in superficie. Per loro non c’è un Leporello cui andare a esibire la conquista e la prestazione, ma c’è soltanto il proprio Sé disperato, destrutturato, indefinito e solitario, da affidare a un partner che presenti in sé qualcosa di speculare, qualche aspetti di disperazione, destrutturazione, indefinito e solitudine (chi più di un trans può avere tutto ciò nel fondo della propria anima e della propria vita?), in cui ritrovarsi e fondersi, per trovare accoglienza e consolazione, sia pure per pochi minuti, sia pure all’interno di un processo potenzialmente dissociativo, quasi alla ricerca di una umiliazione necessaria, colpevole e autopunitiva. Mi pare questo il caso di Marrazzo.
Veniamo al punto 3), quello che come cittadini forse più ci interessa e interroga. Quanto e come gioca in queste persone il rapporto tra il loro bisogno di affermazione sociale e l’espressione della loro sessualità? Prima di tutto, urge dire che gioca e gioca in modo rilevante. Non mi pare corretto affermare in modo sbrigativo che la sessualità appartiene qua talis al privato e non ha alcuna rilevanza pubblica. Se l’espressione della sessualità rivela una strutturazione di personalità preedipica, questo, comunque sia, ci pone l’interrogativo prima di tutto circa la possibilità o meno di esercitare il potere sociale da parte di personalità con strutturazione preedipica; in secondo luogo circa l’eventuale danno sociale che la gestione del potere attuata da personalità preedipiche può produrre nei confronti di tutti; in terzo luogo circa le eventuali precauzioni da prendersi in ordine a questa ultima possibilità. Non sto dicendo che va vietato l’accesso al potere sociale da parte di queste personalità, ma va comunque considerato il problema del rapporto tra la loro carente strutturazione di personalità e l’esercizio del potere sociale.
Come ho in più occasioni scritto, da ormai molti anni sociologi e psicologi ci stanno dicendo quanto la società del terziario o, se si preferisce, la società postindustriale siano sempre più caratterizzate da personalità a strutturazione prevalentemente preedipica. Quello che nessuno, mi pare, ci ha ancora detto, è in quale modo verrà gestito il potere dalla personalità preedipiche, non soltanto di quelle che fanno politica, ma anche di quelle che occupano posti di rilievo nella giustizia, nella scienza, nella imprenditoria, nella finanza, nella amministrazione pubblica e privata, nella scuola, nello sport eccetera. È possibile l’esercizio della democrazia e dello stato di diritto per tali personalità e con tali personalità al potere?
La personalità a strutturazione preedipica non giunge ad accedere alla strutturazione della normatività, che è tipica della strutturazione edipica. Che sarà delle norme, delle leggi, del diritto, dei criteri normativi e giuridici, della funzione legislativa o giudiziaria, se e quando a gestire il potere saranno sempre più o soltanto le personalità a strutturazione preedipica, che non hanno le strutture psichiche necessarie a gestire il potere in ordine a tali problemi? Qualcosa lo si è già visto nel corso dei millenni, quando hanno preso il potere personalità con forti deficit a livello di strutturazione del Sé. Si è visto “di che lacrime grondi e di che sangue” il potere dei vari tiranni e dei vari Hitler. Qualcosa purtroppo si sta già cominciando a vedere anche da noi, in questa nostra povera Italia degli ultimi decenni e degli ultimi anni in particolare: leggi ad personam, uso strumentale e personale della legge e del potere legislativo e giudiziario, aggiramento della Costituzione, spregio della Corte Costituzionale, delegittimazione del potere legislativo (Parlamento) e giudiziario (CSM), caduta della loro autonomia, perdita del senso della normatività scientifica e svalutazione della ricerca scientifica (la ricerca sta alla scienza come il Parlamento sta alla legge), affermazione per esempio della non scientificità della economia (come affermato dall’entrante presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi), uso personale e medievale del potere politico e amministrativo in una deriva mafiosa e delinquenziale sempre più preoccupante.
Talora i casi e le coincidenze suggeriscono considerazioni dallo strano valore simbolico. In questo nostro oscuro autunno Piero Marrazzo è stato sorpreso a fare sesso con un trans a Roma, in via Gradoli, proprio nella stessa palazzina dove, prima dell’assassinio, fu imprigionato Aldo Moro nella primavera del 1978. Con la uccisione di Moro, trovano tragica conclusione la stagione tipicamente edipica, propria della età industriale e della società della contestazione dei figli nei confronti dei padri e del loro potere. Non a caso, da alcuni sociologi, la morte di Moro è stata letta come l’uccisione simbolica del padre-totem. Proprio in quello stesso edificio viene ora colto un poveraccio, figlio ed espressione della società preedipica, in compagnia di un trans, che probabilmente sapeva di tradirlo. Ci sarebbe quasi da compatirne la pochezza e la fragilità, se questo poveraccio non fosse anche il Presidente della Regione Lazio.

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