È disponibile
il mio nuovo ultimo libro
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in “cerca” digita “gigi cortesi”
Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:
A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.
Novità
2010/02/10
È disponibile
il mio nuovo ultimo libro
IMPLOSIONE
Psiche, Politica, Etica e Chiesa
a confronto sul Web
Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it
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Troverai anche altri tre miei libri,
in particolare
La tenerezza dell’eros
Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.
Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:
A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.
Un amico mi chiede: “Perché Berlusconi continua a dichiarare, anche oggi pomeriggio [ieri per chi legge, n.d.r.], che intende continuare ad andare in mezzo alla gente? Non gli basta più la televisione, con la quale ha incantato mezza Italia. Ora vuole il contatto con la folla, e non quello blindato e in estrema sicurezza, ma quello comunque a rischio, in mezzo alla gente, dove si trova si trova. Ora: le possibilità di essere ucciso aumentano vertiginosamente. Se invece di una statuetta è una bomba, è finita. Dunque, vuole il martirio? Vuole essere ricordato come un martire?
Non rientra anche questo altissimo rischio nel quadro di un disturbo di personalità narcisistica?Oppure non ce la fa più e spera di farla finita?”.
Nel post 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita già ho detto di quanto la persona sofferente di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) dipenda dal bisogno compulsivo, cioè irresistibile, di proiettarsi su entità femminili quali la folla, la platea, la gente, ricevendone consenso, ammirazione, comunque confermante centralità e gratificante attenzione. Ho cercato di precisare ulteriormente l’analisi psicologica di Berlusconi anche nei due post 2009/12/17 – Perchè Berlusconi guarda la folla. Psicologia del suo sguardo smarrito e 2009/12/19 – Le parole di Berlusconi: “odio”, “amore”, “invidia”, “vergogna”. Psicologia di un linguaggio.
Non ho la possibilità come psicoterapeuta di verificare clinicamente la situazione psichica di Berlusconi, che, a quanto dice sua moglie, sta male e ha bisogno di essere aiutato. Come giornalista con competenza psicoterapeutica ho però la possibilità e, quindi, il dovere di lavorare sulla ipotesi che Berlusconi Silvio soffra di un DNP con coinvolgimento sempre maggiore del versante psicotico. Capita al giornalista un po’ quello che capita al ricercatore scientifico o, per dirla tout court, allo scienziato contemporaneo: quanto più un’ipotesi risulta applicabile, quanto più riesce a leggere e a significare i fatti, tanto più quella ipotesi si legittima e si verifica. Lo ripeto, è questo il procedimento logico che sta alla base della scienza contemporanea (quella successiva alla crisi delle scienze e alla rivoluzione epistemologica avvenute a cavallo tra fine ’800 e prima metà del ’900) che è un sapere non più giocato sulla presunzione razionalistica, illuministica o positivistica della assolutezza e universalità, bensì consapevole della propria natura ipotetico-deduttiva: quanto più da una ipotesi posso dedurre la lettura e l’interpretazione dei fatti, tanto più questa ipotesi si verifica, cioè si afferma come vera, fino a quando non intervenga una nuova più efficace ipotesi, che falsificando la precedente, sia capace di leggere e significare ancora meglio e ancora più coerentemente i fatti. E finora – mi pare – l’ipotesi che Berlusconi soffra di una patologia da DNP con crescente coinvolgimento psicotico emerge, fino a prova contraria, in modo sempre più plausibile. A ulteriore conferma, starebbe l’emergenza del bisogno sempre più persistente di Berlusconi di immergersi – nonostante il rischio, anzi proprio perché c’è il rischio –in perigliosi “bagni di folla”.
Come l’avaro Paperon de’ Paperoni ha il bisogno compulsivo di tuffarsi ogni tanto nel mare di luccicanti seducenti monete, così Berlusconi ha il bisogno altrettanto invincibile di tuffarsi nei bagni di folla. Se non lo fa, sta sempre peggio, come un drogato in crescente delirio da astinenza. Tale bisogno di esposizione esibizionistica è tipico delle personalità pre-edipiche colpite da DNP,: è per loro più confermante e gratificante di un orgasmo, di qualsiasi orgasmo, al punto che, se non può essere esibito, l’orgasmo stesso perde di significato all’interno della loro sessualità pre-edipica (non a caso, nei giorni dello scandalo D’Addario, era proprio lui a continuare a ricordare il fatto, con battute più o meno felici).
Certo, la pericolosità dei suoi bagni di folla è sempre più monitorata dal suo entourage, con crescenti tentativi di limitarne l’incidenza. Di conseguenza, sorgerà sempre di più il problema di quanto legittimo sia, per esempio, “perquisire” preventivamente i probabili spettatori del bagno di folla berlusconiano (a quanto dice la stampa tale perquisizione è già avvenuta nell’ultima uscita di Silvio con giubbotto putiniano).
Non penso, dunque, che alla base della rischiosa ricerca del bagno di folla ci sia, come suggeriscono le domande del mio amico, una “volontà di martirio” o il bisogno suicida (cioè consapevolmente perseguito) o suicidario (cioè non consapevolmente perseguito) di “farla finita”. La personalità affetta da DNP è sì affascinata e coinvolta dalle tematiche e dalle dinamiche del “martirio”, del “suicidio”, dell’acting out sommario e quindi potenzialmente suicidario, ma sempre all’interno di una affermazione onnipotente ed esibita del proprio Sé, una affermazione infinita, eterna, ben lontana da una autentiva volontà di “farla finita”.
Può risultare utile un differenziante confronto con il Disturbo Borderline di Personalità (DBP). Mentre la personalità caratterizzata da DBP cerca davvero il rischio oppure la dinamica suicida o suicidaria, la personalità DNP ne cerca soltanto l’esibizione, lo sfruttamento manipolatorio, l’enfasi delirante, lo sfruttamento che non nega il Sé, ma lo auto-afferma ancora di più. Per rischiare o per morire, la personalità DBP non ha bisogno della scena, non dipende dalla scena, la personalità DNP esige la scena, ha nella scena il proprio vero obiettivo (in questo è più vicino alla personalità isterica o, come si suole dire oggi, istrionica [Disturbo Istrinico di Personalità]). Se la scena è davvero estrema quanto può essere estremo il delirio di onnipotente (e paranoide) affermazione del proprio narcisismo, allora sì, in questo caso, la personalità DNP può davvero agire e perseguire lucidamente e tematicamente anche il suicidio. Comunque, neppure in questo caso, si suicida per suicidarsi. Sarebbe troppo banale e troppo poco narcisistico. In questo caso, proprio in questo estremo caso, la personalità DNP si suicida solo perché è grandioso farlo, soltanto perché nessuno altro può farlo più grandiosamente di lui, più santamente di lui, più da martire di lui. Mentre si fa male o si suicida, la personalità DBP è tutta nel farsi male o nel suicidio; al contrario, mentre rischia di farsi male o di suicidarsi, la personalità DNP è già oltre il farsi male e oltre il suicidio, è già all’applauso, all’ammirazione, alla grandiosità che seguiranno, che non potranno non seguire, che dovranno, dovranno, dovranno seguire. La personalità DBP è nel dolore e nella morte, li conosce, li abita, ne è vittima angosciata; la personalità DNP è da sempre e per sempre immortale: “Che pretese può mai avere la morte? Che è mai la morte? Non sa che Io sono Superman?”
Il discorso sin qui fatto nulla toglie anche al possibile e del tutto probabile uso politico e mediatico delle componenti “rischio mortale” e possibile “martirio” (in diretta tivù, che altro?), ma questo è un altro discorso, tema di un altro possibile post, che parta da considerazioni più legate all’uso politico e alla mutata natura del linguaggio televisivo.
Anche in ordine al caso Marrazzo puntualmente spunta il dilemma: perdonare o non perdonare?; è giusto che una moglie perdoni il marito che la tradisce, “per giunta”, con un trans?; non c’e forse – come si chiede Maria Corbi su “La Stampa” – anche “un diritto, forte, ugualmente meritevole al non perdono”?
Come ho già detto nel mio precedente post (2009/10/28 – Perché la moglie di Marrazzo si comporta così. L’articolo di Giulia Bongiorno sul “Corriere della sera”), non conosco la coppia Roberta Serdoz e Piero Marrazzo, né so quali siano le dinamiche reali e profonde (quali può conoscerle soltanto il lavoro clinico di un attento psicoterapeuta) che costituiscono e strutturano la loro relazione di coppia. Né tanto meno conosco se, quanto e come si stia davvero vivendo da parte loro la dinamica del tradimento e quella del perdono.
Vorrei però trarre spunto dal fatto di cronaca, per ragionare sul senso e sul significato di un perdono troppo precoce, quale quello che molti, più o meno inconsciamente, vorrebbero che Roberta concedesse o negasse subito a Piero. Al di là della prurigine di molti di fronte a un tradimento colto come particolarmente trasgressivo e – soprattutto – al di là del bisogno sommario della folla di chiedere per un tradimento (o per un omicidio) “perdono subito” (come per altri versi usa chiedere “santo subito” o, per altri ancora, “a morte subito”), vorrei un attimo riflettere sul senso – all’interno della coppia e di fronte al tradimento – della esperienza del perdono o del non perdono precoci e sommari. Perché, prima ancora che qualcuno lo chieda, la coppia giunge in fretta al perdono, troppo in fretta, così in fretta?
La mia esperienza clinica di psicoterapeuta mi induce in forte perplessità di fronte a una moglie o a un marito che perdonino un tradimento subito, totalmente, immediatamente o – al contrario – che non perdonino mai, assolutamente mai, inesorabilmente mai, come se “quel” tradimento fosse il male assoluto e inassolvibile. In entrambi i casi di solito significa che quella coppia non si è mai davvero costituita; di solito significa che, sotto la apparenza nobile o indignata del perdono dato o negato in modo tanto sommario, sotto sotto si sta vivendo una di queste due strategie relazionali:
- più o meno inconsciamente si continua la recita di un matrimonio che in realtà non c’è e che a tutti e due serve non ci sia. Allora “concedere il perdono” è la vernice di superficie che cela il permanere della indifferenza; spesso è la variante presentabile della solita dinamica relazionale, che mira a evitare ogni vera intimità, ogni vero coinvolgimento, ogni autentica costituzione del Noi di coppia;
- si manda immediatamente tutto all’aria, senza alcun margine di parola, di dialogo, di confronto, di attesa, di possibile mediazione, come se non si aspettasse altro. Allora le frasi “non posso assolutamente perdonare” o “non posso essere assolutamente perdonato” sono l’alibi, l’occasione per rompere con sdegno altezzoso o con remissività sospetta la vita di coppia.
L’evento del tradimento è esperienza oltremodo complessa all’interno di una coppia, come ho detto altrove in parecchi miei articoli (vedi per esempio i seguenti: Il tradimento è sempre un evento della coppia e nella coppia; C’è tradimento e tradimento; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire (II commento) ecc. ecc.). Se i due partners non sono personalità adeguatamente evolute (quando uno dei due ha carenze di rilievo, di solito anche l’altro ha nodi problematici non trascurabili, consci o inconsci), allora la relazione di coppia difficilmente si costituisce e si struttura come dinamica simmetrica, cioè equilibrata. È più facile che si costituisca e si strutturi come sbilanciata, con uno dei due che sovrasti o domini o controlli l’altro. Allora, in questo caso, anche la “concessione” o la “impossibilità” del perdono possono essere funzionali allo squlibrio e alla asimmetria della coppia della coppia. Invece che superarli, possono ulteriormente sedimentarli e addirittura legittimarli. Fino alla successiva sempre più misera crisi.
Di solito un perdono dato o rifiutato troppo precocemente è frutto non tanto di una autentica e profonda dinamica di coppia, quanto di un bisogno (da parte sia della vittima che perdona sia del traditore che è perdonato) di percorrere un corto circuito che eviti all’uno, all’altro e al loro essere coppia un autentico processo di elaborazione dei vissuti e della crisi. È come se la coppia, perdonando o rifiutando il perdono troppo in fretta, perdesse o volesse perdere l’occasione di evolvere, di crescere, di amare meglio e di più, magari proprio a partire dall’analisi e dalla elaborazione del tradimento, delle sue modalità dei suoi perché consci e inconsci, dei suoi come e quando.
Di fronte alla esperienza drammatica del tradimento, la coppia dovrebbe – auspicabilmente aiutata dalla mano esperta di uno psicoterapeuta della coppia e della famiglia – affrontare con attenzione e gradualità, step by step, tutte le dolorose e impegnative fasi del lutto:
- la disperazione e l’urlo lacerante dell’anima, che prendono di fronte alla scoperta e/o alla rivelazione del tradimento (non è per nulla trascurabile che il tradimento sia rivelato invece che scoperto o viceversa);
- il bisogno di negare magicamente l’evidenza dei fatti o – più spesso ancora – di continuare a negare questa evidenza;
- la spesso incontenibile rabbia non solo del tradito nei confronti del traditore, ma anche del traditore nei confronti di chi, lasciandosi tradire, non ha visto, non si è accorto, non ha reagito, non ha impedito (di solito raramente viene riconosciuto anche questo secondo versante del tradimento);
- l’impotenza della coppia e nella coppia di fronte al vuoto e al silenzio nel quale improvvisamente si avverte di ritrovarsi e di viversi;
- la depressione di almeno uno dei due di fronte alla presa di coscienza della improvvisa solitudine, della paralisi esistenziale, della caduta delle certezze prima di allora credute o sperate;
- la voglia della ripresa, della comprensione, della evoluzione sulla base di riferimenti più solidi e di identificazion più vere.
Come si vede, il tradimento può essere la preziosa occasione di una costituzione e strutturazione profonda della coppia. Dare o negare troppo in fretta il perdono può essere il modo di tradire questa occasione.
Per-dono è parola di origine latina, formata dalla preposizione per, che significa “attraverso”, e dal sostantivo donum, che significa “dono”. Il tradimento può davvero essere esperienza di perdono, se attraverso di esso la coppia sa riscoprirsi come dono. Non soltanto perché l’uno si dona all’altro, ma anche perché insieme si dona la coppia al mondo e il mondo alla coppia.
Se si intende il perdono nel senso abituale di “concessione” che l’uno concede o nega all’altro, si dimentica che il perdono – lungi dall’essere soltanto un fatto a due – vive sempre come presenza di quel tertium, che è appunto quel dono che la coppia è e può essere per sé stessa e per il mondo e che, secondo la Bibbia (Genesi, 1, 27), è il presenziarsi dell’immagine di Dio e delle relazioni Trinitarie.
Ai funerali di Viareggio Silvio non c’è. Berlusconi sempre più grave? - 06/07/’09
A quanto pare, Silvio Berlusconi ai funerali di stato a Viareggio domani non ci sarà. Non so con quale scusa o motivazione, dato che lo stesso Presidente della Repubblica sarà presente.
Di certo la sua assenza non sembra dovuta a improbabili – per lui -applicazioni del proverbio latino ubi maior minor cessat. Chi mai Silvio potrebbe considerare maior rispetto a sé stesso?
Neppure pare possibile che la sua assenza sia dovuta a un estremo rigurgito di rispetto e di pietà per i morti, uccisi dall’incuria di un sistema il cui funzionamento e la cui non pericolosità dovrebbero essere di prima competenza dell’esecutivo e di chi lo presiede.
Non resta dunque che pensare a questo: Berlusconi non c’è, perché qui non potrebbe esibirsi in prefica politica, come lui, poveretto, amerebbe tantissimo fare.
La manipolante esibizione della pietà può funzionare solo quando – come è successo in Abruzzo – si faccia credere che l’unica causa del disastro sia il terremoto, occultando le micidiali responsabilità umane che hanno elevato un terribile evento naturale a micidiale e non inevitabile disastro.
Oggi neppure a L’Aquila Berlusconi potrebbe più esibire lacrime e pianti. Quanto meno non lo potrebbe fare davanti agli aquilani (non è detto che non ci provi con gli ospiti del G8). Figuriamoci se può farlo a Viareggio, dove non pare gradita neppure la sua presenza.
Di solito – si sa – sotto un mancato esibizionista abita un consolidato vigliacco. Ma questo a lui non va detto. Ci darebbe subito del comunista o dell’amico di Murdoch, dell’invidioso o dell’eversivo.
Resta solo da chiedersi quanto e come Berlusconi compenserà la mancata dose di esibizionismo. Se davvero Silvio, a quanto solo ora dice D’Alema, “è in difficoltà” o, a quanto da tempo ha detto Veronica, “sta male” e se – come di conseguenza pare – il suo è un Disturbo Narcisistico di Personalità con grave coinvolgimento del versante psicotico, allora è probabile che il Presidente del Consiglio viva le proprie mancate apparizioni e i propri mancati bagni di folla come delle enormi frustrazioni, delle ingiustizie subite, tali da scatenare irresistibili impulsi di vendetta, tremenda vendetta. Se questa non è possibile, chi sia disturbato nel narcisismo e sia, per giunta, facile alla paranoia, deve allora compensare massicciamente e urgentemente. Se si vuole che non faccia stupidaggini al G8, bisognerà dunque che qualcuno conceda all’ “utilzzatore finale” qualche altra consistente compensazione. Quelle che Silvio finora ha mostrato di preferire e che i suoi sodali gli hanno lasciato praticare, paiono essere le frequentazioni di escort, veline e minorenni. Quella che, più abitualmente e molto più spesso, praticano i disturbati nel narcisismo è, oltre la promiscuità e l’ambivalenza sessuali, l’assunzione di sostanze (dapprima alcool e cocaina, poi eroina o altri grandi sedativi dell’angoscia). Se poi è possibile l’accoppiata sesso-sostanza, l’illusione della riuscita compensazione è maggiore.
Sempre naturalmente che non si voglia seguire l’unica strada autenticamente risolutiva, quella di una efficace psicoterapia. Ma, come insegnano la letteratura scientifica e la pratica clinica, più il paziente è grave e meno accetta di ritenersi bisognoso di cura e di lasciarsi davvero aiutare. A quanto dice Veronica, il paziente è grave ed è circondato da gente che ha interesse a tenerlo grave, sempre più grave.
Rapporto terapeuta-paziente
2009/05/21
Rapporto terapeuta-paziente
Questo e, soprattutto, l’altro mio sito (www.gigicortesi.wordpress.com) più volte hanno accennato al rapporto terapeuta-paziente, sempre però dal punto di vista del terapeuta e sempre parlando di uno psicoterapeuta. Stavolta invece si parla di un episodio che, pure riguardando ancora questo rapporto, lo vede dal punto di vista del paziente e con in gioco un terapeuta medico, specialista in problemi vascolari. L’episodio mi è stato raccontato da un mio vecchio amico spastico dalla nascita, cui non di rado capitano episodi di questo tipo, tutti puntualmente all’interno di ambienti sanitari.
Ieri il mio amico, deambulante e autonomo, si presenta presso una clinica, per un esame “Ecocolor doppler tronchi sovraortici”. Appena entrato nello studio medico, saluta il medico presente. Questi, non rispondendo al saluto, guarda la deambulazione non “normalmente” coordinata del mio amico e gli chiede: “ma lei che cos’ha?”; alla precisa risposta del mio amico (“tetraparesi spastica da parto. Perché me lo chiede?”) aggiunge: “allora fin dalla nascita! Oh, poveretto!”. Al che il mio amico, come gli è solito fare di fronte a esternazioni simili, risponde: “poveretto sarà lei ”.
Tre domande:
-
quando certi medici capiranno che la loro funzione è quella non di compatire, peraltro non necessitati e non richiesti, ma di curare?;
-
che capacità e che preparazione hanno i medici in ordine alla relazione medico-paziente?;
-
le istituzioni accademiche prima e le direzioni sanitarie poi come preparano e verificano la corretta attuazione della relazione medico-paziente?
Se il mio amico non fosse la persona attrezzata che è, se – metti caso – fosse stato un ragazzo timido e insicuro di sé o un adulto con bassa autostima, come si sarebbe sentito a vedersi così gratuitamente compatito? È giusto e corretto che questo accada?
Perché nel vecchio blog non ci sono più alcuni post
Come alcuni lettori del mio primo blog (www.gigicortesi.wordpress.com) hanno notato, in quel sito non ci sono più alcuni post di tema più direttamente politico. A chi mi chiedeva il perché, ho risposto che, su suggerimento di un amico, erano stati raccolti in questo mio nuovo sito tutto dedicato alla politica e all’etica.
Al che Monica, a sua volta mia cara amica, mi ha detto: “sì l’ho visto, grazie. anche se a me piaceva di più l’idea di un blog unico: l’uomo è per sua natura zoon politikon1, è impensabile separare il pensiero politico dal resto che lo costituisce“.
Ho risposto: “anch’io la penso così. Mi è costato molto scorporare i due blog. Ho dovuto farlo, perchè alcuni miei lettori, i più fragili, venivano confusi e destabilizzati da considerazioni troppo direttamente politiche, condizionati come sono dal continuo plagio mediatico operato dalla destra. Rischiavo di perdere quel contatto terapeutico, che per loro è decisivo e vitale”.
Monica ha subito ribattuto: “comprendo la tua decisione, dovuta alla delicatezza della situazione, ma oggi traducendo un passo di Valerio Massimo ho pensato a te: «Ne Euripides quidem Athenis arrogans visus est, cum postulante vi populo ut ex tragoedia quandam sententiam tolleret, progressus in scaenam dixit se, ut eum doceret, non ut ab eo disceret, fabulas componere solere2»“.
A questo punto chiedo ai lettori di dirmi il loro parere. Non sono né Euripide né uno che si voglia nascondere; sono e voglio essere una persona che vuole stare vicino all’umanità di tutti, a partire da quella dei più deboli. Che debbo fare? Da un lato c’è il rischio di parere reticenti, di non essere persone a 360 gradi, forse di rispettare poco la verità e la complessità; d’altro lato il terapeuta rischia di perdere un prezioso contatto terapeutico, fosse pure con una sola fragile persona, di fatto discriminando il debole proprio per la sua debolezza. Vi prego di dirmi il vostro parere.
1Significa “animale politico”.
2Significa: “Nemmeno Euripide sembrò arrogante agli ateniesi, quando, spinto dalla violenta richiesta della gente a togliere una particolare affermazione dal testo di una tragediia, si presentò in scena e disse che era suo costume scrivere non per imparare dal pubblico, ma per insegnare”.
Quando un Decreto Legge uccide la speranza e fa stare male i più deboli – 12/02/’09
Più una cultura, una società, uno stato perdono la possibilità della speranza, più si annidano e crescono le ragioni del disturbo mentale, in particolare quello di area psicotica, quando il Sé smarrisce il contatto e il senso della realtà. Per questo un terapeuta ha anche, a mio avviso e quando è necessario, il dovere della denuncia culturale, sociale, politica. In questo senso ho previsto nel blog la rubrica “Polis Ethos Logos”. È un dovere quantomeno di prevenzione.
In questi giorni, come molti lettori hanno notato, ho scritto poco. Ho voluto riflettere il più possibile, misurare e valutare i pensieri uno a uno, senso a senso, significato a significato, valore a valore. Perciò scrivo solo ora questo post.
Sono preoccupato, molto preoccupato. Siamo nelle mani di un governo becero e irresponsabile, che distrugge le ragioni più elementari della pietà, della umanità, della legalità, della democrazia, della società, della scienza, della civiltà, della cultura. A pagare sono e saranno ogni giorno di più i più deboli e, tra essi, chi soffre nella profondità del Sé, cioè nella profondità della psiche o, per meglio dire, dell’anima. Sono loro per certo aspetto i più deboli tra i deboli.
Accanto al governo c’è una classe politica quasi del tutto inadeguata, incapace di una vera azione legislativa e di un autentico senso dello stato e della legge.
A quanto pare, salvo poche eccezioni (sempre meno), non sanno neppure la differenza tra i tempi del legiferare e i tempi dell’eseguire. Non hanno la percezione di quanto sia utile, vitale, necessaria la distinzione tra i poteri dello stato e della democrazia: distinzione di tempi, di organo, di ottica.
Siamo in un’epoca straordinaria, in cui sono in moto trasformazioni di portata radicale, ma di qualità e velocità di cambiamento del tutto eccentriche le une rispetto alle altre. I tempi di trasformazione della cultura sono i più abissali e i più lenti. Poi ci sono quelli della scienza, meno lenti di quelli culturali, ma anch’essi bisognosi di grandi sedimentazioni e di confronti profondi e ampi. Dopo vengono i tempi di trasformazione delle società e, in queste, i tempi di trasformazione delle leggi, che fanno di una società uno stato. Le leggi stesse hanno portata e tempi di trasformazione diversi tra loro, a seconda che si tratti di leggi costituzionali (sono come le fondamenta e i muri portanti dello stato) o di leggi più ordinarie. I poteri stessi dello stato hanno tempi e modi di espressione e attuazione molto diversi tra loro, giustamente diversi tra loro: il potere legislativo deve per suo natura esprimersi e attuarsi con saggezze e decisioni molto più misurate, lente e complesse di quanto lo debbano essere le decisioni del potere giudiziario e, ancora di più, di quanto lo debbano essere quelle del potere esecutivo, cioè del governo. Le decisioni del potere legislativo devono decidere anche di realtà e di eventi in ordine ai quali la scienza, la società e la cultura ancora non si sono espresse se non nella ricerca e nel dubbio, come richiedono i loro più lunghi tempi di trasformazione e evoluzione. Il Parlamento deve decidere, le decisioni sono necessarie perché si possa vivere in uno stato di diritto. Ecco perché i tempi della decisione parlamentare sono forzatamente lunghi e richiedono preveggenza, saggia programmazione, sollecitudine ampia e complessa, cose queste che solo parlamentari di grande spessore etico, culturale, scientifico, politico, civile possono garantire. Di parlamentari così ne vedo molto, molto, molto pochi.
Quando in gioco ci sono tante e tali trasformazioni, con tempi e ragioni così eccentrici tra loro, solo la sapienza della complessità può essere davvero risolutiva. In alternativa ci sono soltanto la deriva illusoria della semplificazione ottusa e rozza, l’alibi facile e tragico dei decisionismi e degli integralismi, la regressione nella mediocrità micidiale di potenti problematici o meschini. Dove e quando ci vorrebbero la saggezza della complessità, la pazienza e il gusto delle interrogazioni e dei confronti sui tempi lunghi, la preveggente capacità di decidere e di agire in modi e ottiche ampie e creative, ecco che salta fuori il corto circuito del “risolvo tutto e subito”, del “facciamola finita”, del “basta ostacoli”, “solo io risolvo tutto”. Così, qui in Italia, nascono, vegetano e crescono personaggi come, per citare soltanto gli ultimi, i Calderoli, i Borghezio, i Berlusconi, i La Russa, i Tremonti, i Gasparri, i Sacconi; e, accanto a loro e di loro complici, gli irrisolti e gli amletici personaggi dell’opposizione, della quasi opposizione, della opposizione ad horas. Più volte in questo ultimo secolo la tentazione della semplificazione sommaria ha portato il nostro paese a eventi e rischi spaventosi, funesti, micidiali, poco importa che la tentazione della semplificazione sommaria venisse da “sinistra” o da “destra”, dal Palazzo e da fuori del Palazzo. Per certi versi siamo ancora gli italiani di cui, proiettandoci nel ’600 o nell’Italia longobarda, ha detto Manzoni: incapaci di vera costruzione sociale e politica, abitualmente passivi e servi, miopi e impotenti di fronte al prevaricatore o al mistificatore di turno.
Abbiamo la fortuna forse non del tutto meritata di avere una bellissima, preziosa, saggia ed equilibrata Costituzione. Stiamo rischiando di lasciarcela lacerare sotto il naso.
Sintomatica la vicenda del Decreto Legge proposto dal Governo Berlusconi in ordine al caso di Eluana Englaro e giustamente non firmato dal Presidente della Repubblica.
Il Governo, in quanto organo del potere esecutivo, deve eseguire le leggi: il suo ambito decisionale quindi ha limiti ben precisi, che sono quelli del “fare” attuando le leggi. Non ha quindi potere legislativo; solo quando l’urgenza e la gravità di un “fare” necessario si imbattono in confini non ancora chiariti del tutto dal legislatore o non ancora definiti – per quanto è di sua competenza – dal potere giudiziario, il Governo può ricorrere al Decreto Legge, mai tuttavia uscendo dall’alveo più ampio del quadro delle leggi vigenti e mai decidendo di una singola persona. A garanzia che la scelta eccezionale del Decreto Legge non attribuisca all’esecutivo un potere legislativo che non ha né deve avere, è prevista dalla Costituzione dapprima la firma discrezionale del Presidente della Repubblica, poi la convalida della decisione del Parlamento, che è l’unico vero organo con potere legislativo.
Che un governo voglia o addirittura esiga di ricorrere in modo prevaricante all’uso dei Decreto Legge è segno di una violenza istituzionale gravissima. Quando un esecutivo prevaricante, una maggioranza parlamentare asservita al Governo e incapace dell’esercizio del potere che è proprio del Parlamento (quello legislativo), una minoranza, che a propria volta non sappia affermarsi nelle modalità proprie della democrazia e della politica, dimenticano la saggezza dei tempi lunghi richiesti dal potere legislativo e si mettono nel corto circuito delle decisioni sommarie, prese all’ultimo minuto e più o meno oneste o strumentali, allora muore il diritto, muore lo stato, muore l’uomo.
È ai tempi del potere legislativo che bisogna sapere e potere ricorrere, quando in gioco ci sono decisioni che riguardano i confini sottilissimi tra vita e non vita. Dove la stessa scienza e la stessa cultura esitano e discutono, non può un governo arrogarsi il diritto di intervenire, di decidere all’ultimo momento, di pretendere di potere e dovere legiferare fuori dalla propria competenza. Vanno rispettati i tempi della democrazia e, a monte, vanno rispettati e, per quanto è possibile, vanno attesi i tempi e le affermazioni della scienza e, ancora più a monte, i tempi e la saggezza delle profonde trasformazioni culturali. Poi il potere legislativo deve comunque decidere, perché la legge ha tempi più brevi rispetto a quelli della scienza e della cultura. Ma è il potere legislativo a doverlo fare; a dovere decidere di una legge è il Parlamento, non il Governo. Se lo fa il Governo, la sua azione è violenta e antidemocratica: uccide lo stato e, in esso e con esso, ferisce i cittadini, soprattutto i più deboli, aumentando in modo molto pericoloso l’insicurezza morale e psichica degli individui, uccidendo la speranza civile e sociale, che sono in larghissima misura la condizione della stessa speranza etica, della stessa speranza ultima, quella filosofica e/o religiosa. Se si uccide la speranza, a cominciare da quella civile, l’uomo sta male, può chiudersi e morire.
12/02/’09
Di fronte alla malattia siamo tutti clandestini indifesi – 06/02/’09
In questi due mesi ho scritto pochissimo su questo blog. Sono giorni di profondo tremendo dolore. Ho preferito il silenzio. Ogni giorno di più l’assurdo della barbarie si fa avanti, uccide il nostro stato, nega la democrazia, esclude la libertà. Pare che la menzogna e l’ingiustizia trionfino ogni giorno di più, lasciando impuniti i potenti, i bugiardi e i prevaricatori, rendendo sempre più deboli i deboli e poveri i poveri.
Riprendo la parola oggi, perché come terapeuta non posso, non devo, non voglio tacere. Ieri al Senato è stata approvata la regola secondo la quale i medici non saranno più vincolati al segreto, ma saranno “liberi” di denunciare gli extracomunitari clandestini che si rivolgono loro (suppongo e temo che la regola riguardi anche gli psicoterapeuti, dato che la loro funzione terapeutica rientra, come quella medica, nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale). Si tratta di un evento gravissimo, perché, se fosse approvata anche dalla Camera, una siffatta norma prevaricherebbe la piena possibilità del rapporto terapeutico. Con che fiducia un essere umano fragile quale è un clandestino in un mondo ignoto potrà rivolgersi a un medico o a un terapeuta? Dovrà temere colui al quale si affida chiedendo aiuto? Dovrà, sospettando di lui, rifuggire da lui negandosi la possibilità di essere aiutato a vivere, a non morire, a non soffrire, a guarire?
Più l’essere umano è debole, spaesato, povero, più va difeso e garantito nel suo diritto ad accedere – pienamente, senza alcuna condizione e senza alcuna paura – alla cura, alla terapia, alla possibilità della salute e della guarigione. È un diritto inviolabile che tocca l’essere uomini prima di ogni status anagrafico, giuridico, civile, sociale, religioso, culturale.
Per quanto riguarda in particolare la mia professione, finora, che io sappia, soltanto in un caso è previsto l’obbligo della denuncia (e direttamente alla Procura della Repubblica): il caso di abuso su minore (anche soltanto del sospetto dell’abuso); tra l’altro tale obbligo riguarda soltanto l’operatore del servizio pubblico, non – per esempio – lo psicoterapeuta che operi in una studio privato. In tale modo si afferma un principio, a mio avviso irrinunciabile per ogni società civile: persino di fronte a una patologia così potenzialmente dannosa, devono esistere uno spazio e un tempo (quelli del setting) non violabili da qualsiasi altra logica che non sia quella del dritto del malato a farsi curare. Se questo diritto vale persino per chi, disturbato a livello psichico, abusa di minori, perché non deve valere per chi, malato o timoroso di esserlo, sia un extracomunitario clandestino?
Anche senza che si entri nel merito del prevedibilissimo aprirsi di un parallelo mercato clandestino della sanità e di tutti i grossissimi rischi che questo verrebbe a produrre, risulta gravissimo – ripeto – porre dei limiti e delle condizioni alla possibilità di un vero rapporto terapeutico tra il malato e il suo medico e terapeuta. Lo stato, qualsiasi stato, non può né deve porre tali limiti. Spero che gli ordini professionali si facciano sentire con chiare e inequivocabili prese di posizione, dato che il segreto professionale sarebbe gravemente e radicalmente messo in gioco, se tale regola divenisse legge. Sarebbe come se una legge obbligasse gli avvocati difensori a denunciare il loro cliente che confessasse loro la propria colpevolezza. Un avvocato, come uno psicoterapeuta del servizio privato, può non accettare – comunque motivandola – la presa in carico di un caso, ma, se tale presa in carico c’è, egli è tenuto al segreto professionale, a costo della sua stessa vita. Nel caso di un medico non c’è neppure la discrezionalità della decisione della presa in carico: egli deve curare chi chiede il suo aiuto e la sua cura.
Prima ancora che un principio di civiltà, in gioco c’è un principio di umanità, che sta prima di ogni altro principio, prima di ogni sicurezza. Di fronte alla malattia siamo tutti clandestini indifesi.
Stamani, camminando per strada, avevo la netta sensazione che alla gente non interessasse granché di quanto sta avvenendo, dei diritti sempre più minacciati, della libertà sempre più a rischio, della umanità sempre più negata. Pochi, credo, sapevano di quanto ha deciso ieri il Senato della nostra Repubblica. Nessuno ne parlava. Mi sono sentito anch’io clandestino nel mio paese, nella mia umanità, nella mia libertà.

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