È disponibile
il mio nuovo ultimo libro
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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:
A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.
Novità
2010/02/10
È disponibile
il mio nuovo ultimo libro
IMPLOSIONE
Psiche, Politica, Etica e Chiesa
a confronto sul Web
Se lo vuoi, vai su www.ilmiolibro.it
in “cerca” digita “gigi cortesi”
Troverai anche altri tre miei libri,
in particolare
La tenerezza dell’eros
Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.
Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:
A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.
Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.
In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.
Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.
Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.
Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?
Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.
Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.
Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?
Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.
Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.
Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.
Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano
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Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.
La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.
Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.
A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.
Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.
Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.
Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.
I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.
Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?
Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.
Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.
21 morti ha prodotto l’attentato di Kabul: 6 militari italiani, 15 civili afghani, di cui alcuni – non si sa quanti – bambini. Quanto dolore! Che tristezza! Quanto futuro e quanta umanità negati! Se poi si pensa alle migliaia di morti che in quella terra ogni anno colpiscono afghani e non, da più di trent’anni, il dolore si fa ancora più tremendo e urgente.
Non bastano certo il lutto nazionale o i funerali di Stato per dare senso ai morti di oggi e a quelli di ieri, italiani e non. Né i politici possono più limitarsi alle solite frasi di circostanza, ai soliti rituali di cordoglio più o meno credibile. Né la stampa di radio, giornali, tv può limitarsi alla ricorstruzione dell’attentato o – anch’essa – alle solite dichiarazioni di circostanza. Né la gente può continuare a limitare la propria reazione all’emozione o all’indifferenza emotiva, come se il lutto fosse solo un evento dell’emozione, una fiammata limbica del momento, una simpatia solo temporanea.
Occorre che fino alla profondità delle nostre oscienze e della nostra umanità tutti ci si interroghi su quanto sta avvenendo e su che cosa c’è in gioco veramente in Afghanistan e ancora più in generale sulla scena politica internazionale, così da sapere che cosa fare, che cosa volere, per che cosa lottare. In quella terra martoriata non c’è in gioco soltanto la reale o presunta lotta contro l’integralismo dei talebani o contro il finanziamento di Al Qaeda al terrorismo. Ci sono in gioco ben altri e ben più grossi interessi, che riguardano l’equilibrio politico mondiale, il senso stesso della politica internazionale, il senso degli organismi politici supernazionali quale l”ONU e la UE, il rapporto tra questi organsmi e i singoli stati. Per quanto riguardo gli USA, per esempio, in gioco c’è anche l’affermazione o meno della leadership e della politica di Obama.
Ma più e prima tutto in gioco c’è la sfida che l’industria del riciclaggio, della droga, della guerra (che nel terorrismo degli integralisti trova sia il proprio dichiarato nemico sia la propria ragione d’essere sia la propria legittimazione), industrie gestite dalle grandi mafie internazionali e da quella parte del mondo politico, finanziario ed economico (e non solo) che più o meno dichiaratamente dipende dalle mafie e/o da queste è ricattata o condizionata o diretta.
In particolare noi italiani dobbiamo chiederci perchè siamo lì. Per una “missione di pace”? Per “aiutare gli afghani a diventare una democrazia”? O per rafforzare la nostra posizione all’interno dell’ONU, così da potere ottenere, per esempio, un posto nel Consiglio Permanente? O per renderci benvisti dagli USA? O per ingraziarci le mafie di cui sopra?
E questi obiettivi valgono il sacrificio di tante vite di italiani e non?
Se gli obiettivi sono davvero quelli dichiarati, soprattutto quello di aiutare l’affermazione della democrazia in Afghanistan, è davvero quella militare l’unica possibile modalità di intervento? E, se lo fosse, siamo davvero certi di avere messo i nostri soldati nelle migliori condizioni possibili, con i migliori mezzi a disposizione possibili? L’attuale governo e l’attuale Ministro della Difesa Ignazio La Russa non hanno sempre dato risposta a interorgazioni parlamentari in proposito.
Se poi in gioco ci sono gli interessi dell’industria del riciclaggio, della droga e della guerra, gli interessi dunque delle grandi mafie internazionali, che dopo la caduta del muro di Berlino, si sono sempre più rafforzate e sempre più hanno condizionato la politica degli stati e dei terroristi, allora che rapporto c’è fra la nostra attuale permanenza in Afghanistan e questi interessi? Che rapporto c’è tra la politica del nostro attuale governo e questi interessi?
Senza la risposta a queste domande, senza il dovere-diritti di cercare, di trovare e di avere risposta a queste domande, il dolore per le vittime di ieri, di oggi e di domani rischia di essere un dolore sordo e soffocato, solo emotivo, soltanto di facciata, comunque senza senso e senza vera prospettiva.
Tutti noi siamo interrogati. Tutti noi dobbiamo esigere che ci vengano date risposte adeguate dai politici, dalla stampa, dagli intellettuali. Tutti noi dobbiamo esigere da noi stessi la forza di esigere queste risposte e – prima ancora – la forza di porci queste domande. Altrimenti non rispettiamo né i morti né i vivi, né chi se ne va né chi resta. Altrimenti, oltre alla morte, non rispettiamo la vita. E non rispettiamo neppure noi stessi.
Lettera di ripudio di Berlusconi da parte di don Paolo Farinella e mia perplessità – 20/09/’09
2009/09/19
Riporto qui la lettera di don Paolo Farinella, che condivido in grande e sostanziale parte (http://www.facebook.com/group.php?gid=125572698637).
Come sanno i lettori del blog, sono però convinto che la fine di Berlusconi è già in atto e che gli attori veri di questa fine sono gli stessi “poteri forti” che hanno avuto interesse a lasciare esistere e a sostenere la “cosa Berlusconi”, come l’ha chiamata il Nobel José Saramago. I “poteri forti” sono mafia siculo-americana con suoi collegati italiani (‘Ndrangheta, Camorra ecc.) e internazionali (mafie sudamericana, russa e cinese, con i governi a queste subordinati o da queste condizionati), P2, parte del Vaticano collusa con questi “poteri” e/o da questi ricattabile, tutti i soggetti (compresi individui inseriti in istituzioni statali, sociali, pubblicistiche ecc.) coinvolti nelle cosiddette industrie del riciclaggio, della droga, della guerra, della sanità manipolata, dello sfruttamento dell’immigrazione. I “poteri forti” hanno ora interesse a scaricare Berlusconi, diventato sempre meno controllabile e presentabile, in una momento in cui – a seguito dell’ascesa di Obama e del possibile nuovo affermarsi della Unione Europea (UE), occorre loro una politica più intelligente, defilata e articolata di quella che può garantire loro “Superman”. Quest’ultimo, percependo con fiuto animale la fine imminente e probabilmente “malato”, come dice Veronica, fa la politica delirante del “muioa Sansone con tutti i filistei”, per cui cerca e cercherà sempre più di colpire i suoi vecchi alleati e sostenitori palesi e occulti. Tutto ciò rende più dififcile per i “poteri forti” la eliminazione soft di Berlusconi e ostacola il loro vero obiettivo: quello di fare scomparire Berlusconi, dando l’illusione, con ciò, di un cambiamento profondo e autentico. In realtà i “poteri forti” vogliono che, come direbbe Tomasi da Lampedusa nel Gattopardo, cambi tutto perchè non cambi nulla, così che i “poteri forti” continuino a dominare e a rafforzarsi senza che ciò appaia. Per questo, di fronte a iniziative come questa di don Farinella (che, ripeto, non posso nel merito non condivere in tutto o quasi), rimango perplesso, perchè – proprio qualora avessero esito fortunato – potrebbero, senza averlo voluto, contribuire ad affermare l’idea che con la fine di Berlusconi cambi davvero qualcosa; farebbero senza averlo voluto, da alibi e da complici alla politica dei “poteri forti”.
Ecco il testo della lettera di don Farinella:
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Sig. Presidente «pro tempore»
del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, Palazzo Chigi 00100 Roma Lettera di ripudio Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo. Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materi di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei: Legittimità elettorale e dignità etica Essere «alto» ed essere »grande» La maledizione italiana Spergiuro Affari privati o deriva di Stato? Strategie convergenti Ripudio Genova 09 settembre 2009 Paolo Farinella, prete |
L’ONU accusa l’Italia. Logiche naziste, follia istituzionale e disperazione imperante – 15/09/’09
2009/09/15
Nella persona dell’Alto Commissario per i Diritti Umani Navy Pillay, l’ONU accusa l’Italia per la gravi discriminazioni cui sono soggetti i ROM e per la politica dei respingimenti, che “con una chiara violazione del diritto internazionale, vengono abbandonati e respinti senza una adeguata verifica del fatto che stiano e meno fuggendo da persecuzioni”. Pillay ricorda anche il “tragico” episodio del gommone di eritrei lasciati morire in mezzo al mediterraneo. Per fortuna che c’è l’ONU.
Politica dei respingimenti significa, con logiche che a me paiono naziste (negare sistematicamente la dimensione di persona propria dell’essere umano: questo è per me il nazismo, questo è il significato del nazismo), fare morire i profughi in mare o mandarli incontro a probabilissima morte e a certissima violenza in Libia (si sono viste le foto drammatiche), nella patria di Gheddafi, il socio d’affari di Berlusconi.
Roberto Maroni, ministro degli Interni (cioè quinta carica dello Stato, uno dei gradini del cursus honorum che può portare direttamente alla Presidenza della Repubblica), inneggia pubblicamente alla Secessione, cioè spregia e violenta lo Stato di cui è ministro, se è vero, come è vero, quello che dice Furio Colombo: “Nel diritto internazionale la dichiarazione di secessione, o di intento di secessione è un atto di spregio e violenza della parte secessionista contro la parte che – con la secessione – si vuole punire e amputare”.
A Venezia due camerieri extracomunitari sono stati pestati e insultati da un comando leghista.
Non si contano i pestaggi di inaudita violenza contro gli omosessuali.
La libertà di stampa e di espresisone viene ogni giorno di più mortificata e impedita, trasformando andhe la televisione di stato in un’agiografica esaltazione della “cosa Berlusconi”. Sembra di vedere certe sommarie scenografie di facciata, che dietro non hanno nulla, proprio come il cerone e il lifting del nostro “Premier”. Stasera, con Ballarò oscurato, avremo un’ulteriore episodio di negazione della libertà di stampa. Si farà vedere il poco fatto, perchè non si veda il molto non fatto. Intanto “Superman” dopo Boffo intimidisce pure Fini grazie ai suoi killer giornalistici che paga e indirizza, salvo dissociarsi da loro dopo che il sasso è lanciato.
La povera patetica Maria Stella Gelmini lasca i precari in piazza e dice lei insegnante – che gli insegnanti non devono fare politica nella scuola. Non sa che cosa dice. Perchè non prova a leggere don Milani? Come si fa a pensare e a vivere senza fare e essere politica? Come si fa a insegnare senza fare e essere politica? Non so che intenda per “politica” la poveretta. Forse pensa che pure lei non stia facendo politica.
I giovani intanto continuano a morire sulle strade (sulle stragi del sabato sera vedi il mio articolo Perché muoiono tanti giovani sulla strada), avvolti da sballi incoscienti, in cui cercano di affogare l’impotenza e la disperazione.
Le famiglie stanno implodendo sempre più in vuoti vertiginosi e tragici, di cui i ricorrenti episodi di omicidi e suicidi in famiglia sono solo la punta dell’iceberg.
Per non parlare della disoccupazione e dell’aumento della miseria.
Questa è la nostra povera Italia.
La politica italiana da circa 60 anni è drogata e rende molto difficile la democrazia
La politica italiana continua a essere drogata.
Durante la guerra fredda, fino al crollo del muro di Berlino, l’afflusso di capitali Usa (e in questi si nascondevano gli afflussi di capitali mafiosi) di qua e di capitali URSS di là, drogarono la lotta politica, finanziando e gonfiando a dismisura gli apparati di partito, senza tuttavia minimamente aprirli alla democrazia interna, anzi condizionandoli e controllandoli. Il caporalato dei signori delle tessere di qua e la permanente rigidità del centralismo democratico di là impedirono ogni reale dibattito interno ai partiti. La presenza del “fattore K”, cioè l’impossibilità concordata dalle due superpotenze di un governo non filo-americano in Italia, di fatto paralizzò la vita politica, pur dando l’illusione di essa a molti (soprattutto la mia generazione e in essa coloro che più credettero alla possibilità reale di fare politica); bloccò ogni vera costituzione e crescita del dibattito politico, con il micidiale sacrificio di almeno un paio di generazioni (oltre a quella del ’68, quella che si aprì alla politica a cavallo tra gli anni settanta e ottanta). La deriva terroristica fece il gioco della paralisi politica, di fatto rafforzando e legittimando gli apparati di partito sia di chi governava sia di chi faceva opposizione.
La carenza sempre più grave della vita democratica difatti non poteva non favorire l’affermarsi dei mediocri e degli opportunisti, aprendo i partiti alla mafia da un lato e agli altri “poteri forti” dall’altro (multinazionali, gerarchia ecclesiale, lobbies finanziarie, parte corrotta e autoreferenziale di industriali e sindacalisti, P2), spingendoli per forza di cose alla collusione e alla complicità, in un clima di sempre crescente corruzione, caduta di moralità, perdita di ogni tensione etica. Solo all’interno di questa complice collusione di interessi fu possibile l’affermazione del PSI di Craxi, come di un terzo partito che in realtà non spostava per nulla la sostanza del quadro complessivo. Si creò una classe politica sempre più corrotta e mediocre, con partiti sempre più identificabili come comitati d’affari.
Le istituzioni nazionali e locali venivano usate a favore di interessi personali o di gruppo, sempre più lontani dalla cura del bene comune. Tutto ciò portava alla perdita di peso della parte più sana e disinteressata degli amministratori e dei politici da un lato e degli intellettuali dall’altro. È sempre così: quando in un organismo le cellule malate sono prevalenti a essere espulse sono quelle sane.
Quando cade la vita democratica, lo Stato non può non finire schiava nelle mani dei “poteri forti”, cosa questa che continua ancora oggi. La stagione di “mani pulite” promise un cambiamento che non avvenne né poté avvenire, proprio perché, non contrastati da 8una classe politica decente, i “poteri forti” finirono con il normalizzare ogni vera intenzione di cambiamento, sostenuti proprio da quella mancanza di abitudine alla vita democratica che essi stessi per quasi 40 anni avevano finito per imporre.
Ancora oggi siamo in questa situazione. La mafia siculo-americana ha un bilancio molto più forte di quello che mai potrebbe avere lo Stato Italiano. Al bilancio di questa poi vanno aggiunti, oltre alla ricchezza finanziaria della P2, quello della consorziata ‘Ndrangheta e delle varie mafie collegate (in particolare quelle sudamericane, quella russa, ora anche quella cinese); quello delle multinazionali; quello della parte del Vaticano e di una parte almeno di alcuni potentati interni alla chiesa (Opus Dei, Compagnia delle Opere di CL, grossi ordini religiosi e grosse confraternite) che a partire dagli anni settanta hanno colluso con tutti questi poteri.
Come può in tale situazione essere ancora possibile la democrazia in Italia?
Solo la partecipazione sempre più attiva alla Unione Europea (UE) può aiutare l’Italia. Per questo la “cosa” Berlusconi ha sempre avversato l’UE, cercando in particolare la costituzione di un asse d’alleanza in particolare con Putin e con la mafia russa.
Ma soprattutto occorre che ci si impegni in una azione di presenza, denuncia e testimonianza democratiche forti, ostinate, continue, senza esitazione, tutte tese all’affermazione della discussione, del dibattito, della presa di coscienza, dell’utilizzo e della creazione di tutti gli spazi di incontro e di dibattito possibili. Ci vogliono grande tensione etica, coraggio morale, pazienza, amore per ogni persona e per ogni diversità, mancanza di paura, desiderio di libertà. Forza!

