È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Novità

2010/02/10

È disponibile

il mio nuovo ultimo libro

IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

a confronto sul Web

 

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Troverai anche altri tre miei libri,

in particolare

La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

.

Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.

La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.

Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.

A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.

Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.

Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.

Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.

I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.

Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?

Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.

Albert Schweitzer

Albert Schweitzer

Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.

Come era prevedibile (e questo blog l’aveva detto), riecco le bombe, con l’esplosione a Milano, davanti alla caserma “Santa Barbara” (che è? Una minaccia di nuove esplosioni?).

Cui prodest? A chi giovano bombe di questo tipo? O – meglio – a chi si spera che giovino? Da parte di chi si spera? Chi vuole che lo scontro si sposti sulle esplosioni, togliendolo da istituzioni e da piazze per molti non più tanto facilmente gestibili? La storia degli ultimi decenni dovrebbe avercelo largamente insegnato a chi fanno gioco azioni di questo tipo.

Quegli stessi poteri che hanno lasciato crescere e hanno sostenuto la “cosa Berlusconi” (mafie nazionali e internazionali, tutta la criminalità a queste connessa, P2, industria del riciclaggio, indistria delle armi, industria della droga, industria del commercio degli esseri umani, parte corrotta e collusa del Vaticano, delle istituzioni, dei servizi segreti, della imprenditoria, della finanza, della economia), hanno oggi interesse a riaffermare la propria egemonia al di là di Berlusconi, oltre Berlusconi, dopo Berlusconi. Sono poteri che nei momenti critici hanno bisogno del terrorismo come i pesci dell’acqua: li legittima agli occhi degli sprovveduti, dà loro l’alibi di un nemico da combattere e sconfiggere. Chi si presenta come vetraio, ha interesse che i vetri non restino intatti, come ben ricordava il “comunista” Charlie Chaplin nel film Il monello.

Certo, può davvero essere l’azione di qualche terrorista o presunto tale. Ma, anche in questo caso, si può benissimo lasciarlo agire, non prevenirne l’azione, non identificarlo prima. Ciò che conta è – purtroppo e soprattutto – valutare quali e di chi sono gli interessi politici a lasciare accadere il terrorismo, quasi a “dosarlo”, come già a suo tempo disse Emuanuele Severino in Techné. Le radici della violenza.

Nei mesi scorsi le dichiarazioni, per esempio, di Ciancimino junior hanno affermato la collusione tra mafia bombarola, politica e parte dei servizi segreti, causa tra l’altro – a quanto pare – della morte di Paolo Borsellino. Nei giorni scorsi sull’argomento sono intervenuti in vario modo, ma sostanzialmente a conferma, sia l’ex guardasigilli Claudio Martelli (ad “Annozero”), sia l’ex Ministro degli Interni ed ex Presidente del Consiglio e della Repubblica Francesco Cossiga. Sempre nei giorni scorsi si è pure parlato di presenza – subìta o lasciata agire o invocata – nel nostro paese di servizi segreti di paesi stranieri, come del resto già il caso Abu Omar aveva affermato.

Il quadro internazionale è anch’esso congruo alla possibilità dell’acting out bombarolo da parte dei poteri sopraccitati. Da un lato l’ulteriore affermazione di Obama a seguito del Nobel per la Pace e, dunque, l’avviarsi sempre più deciso e probabile dell’exit strategy obamiana dall’Afghanistan, dall’altro la sempre più ferma azione dei media europei e della UE contro l’affermazione in Italia del berlusconismo autoritaristico e becero, impongono ogni ora di più ai poteri forti quanto questo blog già da parecchio ha detto: fare fuori Berlusconi in modo più o meno soft (proprio nei giorni scorsi – guarda caso – non si è forse parlato di attentato al “Premier”?), così che dietro il polverone della liquidazione di “Superman”si possa rifondare più forte che mai il potere, dando per giunta l’impressione che tutto sia cambiato.

“La vera leadership non si misura dall’abilità di soffocare il dissenso, di brutalizzare gli oppositori” (Barack Obama).

“Ha detto quello che volevo dire io” (Silvio Berlusconi).

21 morti ha prodotto l’attentato di Kabul: 6 militari italiani, 15 civili afghani, di cui alcuni – non si sa quanti – bambini. Quanto dolore! Che tristezza! Quanto futuro e quanta umanità negati! Se poi si pensa alle migliaia di morti che in quella terra ogni anno colpiscono afghani e non, da più di trent’anni, il dolore si fa ancora più tremendo e urgente.

Non bastano certo il lutto nazionale o i funerali di Stato per dare senso ai morti  di oggi e a quelli di ieri, italiani e non. Né i politici possono più limitarsi alle solite frasi di circostanza, ai soliti rituali di cordoglio più o meno credibile. Né la stampa di radio, giornali, tv può limitarsi alla ricorstruzione dell’attentato o – anch’essa – alle solite dichiarazioni di circostanza. Né la gente può continuare a limitare la propria reazione all’emozione o all’indifferenza emotiva, come se il lutto fosse solo un evento dell’emozione, una fiammata limbica del momento, una simpatia solo temporanea.

Occorre che fino alla profondità delle nostre oscienze e della nostra umanità tutti ci si interroghi su quanto sta avvenendo e su che cosa c’è in gioco veramente in Afghanistan e ancora più in generale sulla scena politica internazionale, così da sapere che cosa fare, che cosa volere, per che cosa lottare. In quella terra martoriata non c’è in gioco soltanto la reale o presunta lotta contro l’integralismo dei talebani o contro il finanziamento di Al Qaeda al terrorismo. Ci sono in gioco ben altri e ben più grossi interessi, che riguardano l’equilibrio politico mondiale, il senso stesso della politica internazionale, il senso degli organismi politici supernazionali quale l”ONU e la UE, il rapporto tra questi organsmi e i singoli stati. Per quanto riguardo gli USA, per esempio, in gioco c’è anche l’affermazione o meno della leadership e della politica di Obama.

Ma più e prima tutto in gioco c’è la sfida che l’industria del riciclaggio, della droga, della guerra (che nel terorrismo degli integralisti trova sia il proprio dichiarato nemico sia la propria ragione d’essere sia la propria legittimazione), industrie gestite dalle grandi mafie internazionali e da quella parte del mondo politico, finanziario ed economico (e non solo) che più o meno dichiaratamente dipende dalle mafie e/o da queste è ricattata o condizionata o diretta.

In particolare noi italiani dobbiamo chiederci perchè siamo lì. Per una “missione di pace”? Per “aiutare gli afghani a diventare una democrazia”? O per rafforzare la nostra posizione all’interno dell’ONU, così da potere ottenere, per esempio, un posto nel Consiglio Permanente? O per renderci benvisti dagli USA? O per ingraziarci le mafie di cui sopra?

E questi obiettivi valgono il sacrificio di tante vite di italiani e non?

Se gli obiettivi sono davvero quelli dichiarati, soprattutto quello di aiutare l’affermazione della democrazia in Afghanistan, è davvero quella militare l’unica possibile modalità di intervento? E, se lo fosse, siamo davvero certi di avere messo i nostri soldati nelle migliori condizioni possibili, con i migliori mezzi a disposizione possibili? L’attuale governo e l’attuale Ministro della Difesa Ignazio La Russa non hanno sempre dato risposta a interorgazioni parlamentari in proposito. 

Se poi in gioco ci sono gli interessi dell’industria del riciclaggio, della droga e della guerra, gli interessi dunque delle grandi mafie internazionali, che dopo la caduta del muro di Berlino, si sono sempre più rafforzate e sempre più hanno condizionato la politica degli stati e dei terroristi, allora che rapporto c’è fra la nostra attuale permanenza in Afghanistan e questi interessi? Che rapporto c’è tra la politica del nostro attuale governo e questi interessi?

Senza la risposta a queste domande, senza il dovere-diritti di cercare, di trovare e di avere risposta a queste domande, il dolore per le vittime di ieri, di oggi e di domani rischia di essere un dolore sordo e soffocato, solo emotivo, soltanto di facciata, comunque senza senso e senza vera prospettiva.

Tutti noi siamo interrogati. Tutti noi dobbiamo esigere che ci vengano date risposte adeguate dai politici, dalla stampa, dagli intellettuali. Tutti noi dobbiamo esigere da noi stessi la forza di esigere queste risposte e – prima ancora – la forza di porci queste domande. Altrimenti non rispettiamo né i morti né i vivi, né chi se ne va né chi resta. Altrimenti, oltre alla morte, non rispettiamo la vita. E non rispettiamo neppure noi stessi.

Riporto qui la lettera di don Paolo Farinella, che condivido in grande e sostanziale parte (http://www.facebook.com/group.php?gid=125572698637).

Come sanno i lettori del blog, sono però convinto che la fine di Berlusconi è già in atto e che gli attori veri di questa fine sono gli stessi “poteri forti” che hanno avuto interesse a lasciare esistere e a sostenere la “cosa Berlusconi”, come l’ha chiamata il Nobel José Saramago. I “poteri forti” sono mafia siculo-americana con suoi collegati italiani (‘Ndrangheta, Camorra ecc.) e internazionali (mafie sudamericana, russa e cinese, con i  governi a queste subordinati o da queste condizionati), P2, parte del Vaticano collusa con questi “poteri” e/o da questi ricattabile, tutti i soggetti (compresi individui inseriti in istituzioni statali, sociali, pubblicistiche ecc.) coinvolti nelle cosiddette industrie del riciclaggio, della droga, della guerra, della sanità manipolata, dello sfruttamento dell’immigrazione. I “poteri forti” hanno ora interesse a scaricare Berlusconi, diventato sempre meno controllabile e presentabile, in una momento in cui – a seguito dell’ascesa di Obama e del possibile nuovo affermarsi della Unione Europea (UE), occorre loro una politica più intelligente, defilata e articolata di quella che può garantire loro “Superman”. Quest’ultimo, percependo con fiuto animale la fine imminente e probabilmente “malato”, come dice Veronica, fa la politica delirante del “muioa Sansone con tutti i filistei”, per cui cerca e cercherà sempre più di colpire i suoi vecchi alleati e sostenitori palesi e occulti. Tutto ciò rende più dififcile per i “poteri forti” la eliminazione soft di Berlusconi e ostacola il loro vero obiettivo: quello di fare scomparire Berlusconi, dando l’illusione, con ciò, di un cambiamento profondo e autentico. In realtà i “poteri forti” vogliono che, come direbbe Tomasi da Lampedusa nel Gattopardo, cambi tutto perchè non cambi nulla, così che i “poteri forti” continuino a dominare e a rafforzarsi senza che ciò appaia. Per questo, di fronte a iniziative come questa di don Farinella (che, ripeto, non posso nel merito non condivere in tutto o quasi), rimango perplesso, perchè – proprio qualora avessero esito fortunato – potrebbero, senza averlo voluto, contribuire ad affermare l’idea che con la fine di Berlusconi cambi davvero qualcosa; farebbero senza averlo voluto, da alibi e da complici alla politica dei “poteri forti”.

Ecco il testo della lettera di don Farinella:

 
Sig. Presidente «pro tempore»
del Consiglio dei Ministri
Silvio Berlusconi,
Palazzo Chigi
00100 Roma

Lettera di ripudio

Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo. Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materi di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:
< http://www.youtube.com/watch?v=Se3yqycsMyg&feature=video_response >.
Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari … Voglio la rivoluzione contro i bambini degli immigrati … Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): “Tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri, ma non avanzerà niente”». Questo il link con la sua voce in diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:
< http://www.youtube.com/watch?v=_WCZNQJkV3E&feature=related >.

Legittimità elettorale e dignità etica
Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e mazziati dicono a Napoli.
Quando la sua maggioranza si sveglierà dall’oppio che lei ha diffuso a piene mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati, nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo viene definito come doppio furto.
Da quando lei «è sceso in campo», l’Italia ha iniziato un degrado inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine «berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l’Italia sia sul piano economico (mai l’economia è stata così disastrata come sotto i suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri, disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».
Nei confronti dell’ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila, milioni che faremo obiezione di coscienza all’ignobile e illegale decreto, pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto «persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e disumane. La legge che definisce l’immigrazione come illegalità è un insulto a tutte le Carte internazioni e nazionali sui «diritti», un vulnus alla dottrina sociale della Chiesa e colloca l’Italia tra le nazioni responsabili delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.

Essere «alto» ed essere »grande»
Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere «grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell’antipolitica, il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di sopraffazione. Lei, da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale. Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto. Non faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l’ombra del dittatore.
Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su Repubblica.it del 28-09-2003).

La maledizione italiana
A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui si è sempre servito per averne l’appoggio e il sostegno. Partecipa convinto al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d’amorosi sensi» tra lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull’Italia ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se volesse avere la documentazione di legga il molto istruttivo saggio di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L’unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano 2009.
Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse, utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall’Opus Dei, da Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei «comunisti» e con l’odore satanico dei soldi.
Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L’incidente di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo «Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di «Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un granellino si sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l’altra vulgata, tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e nelle forme da voi progettato.
Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento – gli dissi – e si prepari alla guerra d’autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi (20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in tv a dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra.
Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande, immenso» presidente che è stato lei, ma come «l’utilizzatore finale di prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c’è che dire: lei è un grande in bassezza e amoralità.

Spergiuro
Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti» che tanto dispiacciano al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende, sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l’ultima caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia patologica di potere. D’altronde il suo amico per la pelle non è l’ex «kgb» Vladimir Vladimirovič Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore tradizione comunista italiana?
Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il «ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti, condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro che già Cicerone condannava con la «rovina» e l’esposizione all’umana infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus – La pena divina dello spergiuro è la rovina e l’infamia/il disprezzo degli uomini» (De legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in Cicerone, Opere politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I, UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368), demandata all’Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica per il g8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e morale.
Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei (non era difficile), ma anche l’Istituto Presidenza del Consiglio in un letamaio senza precedenti. Mai l’Italia è stata derisa nel mondo intero (ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo presidente del consiglio che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent’anni, per cui si presume lo conosca bene, è malato e come un dio d’altri tempi esige per la sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco abbondante.

Affari privati o deriva di Stato?
Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c’è privacy per uno che ha portato i suoi fatti «privati» in tv attaccando indecorosamente la sua stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha dimenticato che sull’immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell’Istituzione della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando si comporta da uomo pubblico e promette carriere tv o posti in parlamento a donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si riferiva? C’entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?
Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore. Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse presidente del consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non promettesse incarichi in aziende pubbliche (tv) o posti in parlamento se non addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo? Perché Mara Carfagna posava nuda o la Gelmini prendeva l’abilitazione in Calabria?
Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veroni Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di sua moglie a seno nudo di quando faceva l’attrice. Non credo che lei possa dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.
Per lei è cominciato l’inizio della fine perché il suo declino è iniziato nel momento stesso in cui è andato nella tv di Stato compiacente e, senza contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto l’urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel suddetto, compiacente recital.

Strategie convergenti
Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità, ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte a servizio del bene comune a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità morale, in base al principio giuridico della complicità.
Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno ritrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia, in genere felpata e compassata, in questo frangette è risorta come un sol uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l’occasione per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e bertoniani. Come insegna l’amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.

Ripudio
Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l’identità della sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come complici di ingiustizia e di immoralità.
Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e all’Estero, io la ripudio come politico e come presidente del consiglio: lei non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all’estero perché lei è la negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di rappresentare il buon nome dell’Italia seria, laboriosa e civile e legale che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia la mia coscienza
Io, Paolo Farinella, prete ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a coloro che l’adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell’etica e della fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l’Italia dal flagello nefasto della sua presenza.

Genova 09 settembre 2009

Paolo Farinella, prete

Nella persona dell’Alto Commissario per i Diritti Umani Navy Pillay, l’ONU accusa l’Italia per la gravi discriminazioni cui sono soggetti i ROM e per la politica dei respingimenti, che “con una chiara violazione del diritto internazionale, vengono abbandonati e respinti senza una adeguata verifica del fatto che stiano e meno fuggendo da persecuzioni”. Pillay ricorda anche il “tragico” episodio del gommone di eritrei lasciati morire in mezzo al mediterraneo. Per fortuna che c’è l’ONU.
Politica dei respingimenti significa, con logiche che a me paiono naziste (negare sistematicamente la dimensione di persona propria dell’essere umano: questo è per me il nazismo, questo è il significato del nazismo), fare morire i profughi in mare o mandarli incontro a probabilissima morte e a certissima violenza in Libia (si sono viste le foto drammatiche), nella patria di Gheddafi, il socio d’affari di Berlusconi.
Roberto Maroni, ministro degli Interni (cioè quinta carica dello Stato, uno dei gradini del cursus honorum che può portare direttamente alla Presidenza della Repubblica), inneggia pubblicamente alla Secessione, cioè spregia e violenta lo Stato di cui è ministro, se è vero, come è vero, quello che dice Furio Colombo: “Nel diritto internazionale la dichiarazione di secessione, o di intento di secessione è un atto di spregio e violenza della parte secessionista contro la parte che – con la secessione – si vuole punire e amputare”.
A Venezia due camerieri extracomunitari sono stati pestati e insultati da un comando leghista.
Non si contano i pestaggi di inaudita violenza contro gli omosessuali.
La libertà di stampa e di espresisone viene ogni giorno di più mortificata e impedita, trasformando andhe la televisione di stato in un’agiografica esaltazione della “cosa Berlusconi”. Sembra di vedere certe sommarie scenografie di facciata, che dietro non hanno nulla, proprio come il cerone e il lifting del nostro “Premier”. Stasera, con Ballarò oscurato, avremo un’ulteriore episodio di negazione della libertà di stampa. Si farà vedere il poco fatto, perchè non si veda il molto non fatto. Intanto “Superman” dopo Boffo intimidisce pure Fini grazie ai suoi killer giornalistici che paga e indirizza, salvo dissociarsi da loro dopo che il sasso è lanciato.
La povera patetica Maria Stella Gelmini lasca i precari in piazza e dice lei insegnante – che gli insegnanti non devono fare politica nella scuola. Non sa che cosa dice. Perchè non prova a leggere don Milani? Come si fa a pensare e a vivere senza fare e essere politica? Come si fa a insegnare senza fare e essere politica? Non so che intenda per “politica” la poveretta. Forse pensa che pure lei non stia facendo politica.
I giovani intanto continuano a morire sulle strade (sulle stragi del sabato sera vedi il mio articolo Perché muoiono tanti giovani sulla strada), avvolti da sballi incoscienti, in cui cercano di affogare l’impotenza e la disperazione.
Le famiglie stanno implodendo sempre più in vuoti vertiginosi e tragici, di cui i ricorrenti episodi di omicidi e suicidi in famiglia sono solo la punta dell’iceberg.

Per non parlare della disoccupazione e dell’aumento della miseria.

Questa è la nostra povera Italia.

 

La politica italiana da circa 60 anni è drogata e rende molto difficile la democrazia

La politica italiana continua a essere drogata.

Durante la guerra fredda, fino al crollo del muro di Berlino, l’afflusso di capitali Usa (e in questi si nascondevano gli afflussi di capitali mafiosi) di qua e di capitali URSS di là, drogarono la lotta politica, finanziando e gonfiando a dismisura gli apparati di partito, senza tuttavia minimamente aprirli alla democrazia interna, anzi condizionandoli e controllandoli. Il caporalato dei signori delle tessere di qua e la permanente rigidità del centralismo democratico di là impedirono ogni reale dibattito interno ai partiti. La presenza del “fattore K”, cioè l’impossibilità concordata dalle due superpotenze di un governo non filo-americano in Italia, di fatto paralizzò la vita politica, pur dando l’illusione di essa a molti (soprattutto la mia generazione e in essa coloro che più credettero alla possibilità reale di fare politica); bloccò ogni vera costituzione e crescita del dibattito politico, con il micidiale sacrificio di almeno un paio di generazioni (oltre a quella del ’68, quella che si aprì alla politica a cavallo tra gli anni settanta e ottanta). La deriva terroristica fece il gioco della paralisi politica, di fatto rafforzando e legittimando gli apparati di partito sia di chi governava sia di chi faceva opposizione.

La carenza sempre più grave della vita democratica difatti non poteva non favorire l’affermarsi dei mediocri e degli opportunisti, aprendo i partiti alla mafia da un lato e agli altri “poteri forti” dall’altro (multinazionali, gerarchia ecclesiale, lobbies finanziarie, parte corrotta e autoreferenziale di industriali e sindacalisti, P2), spingendoli per forza di cose alla collusione e alla complicità, in un clima di sempre crescente corruzione, caduta di moralità, perdita di ogni tensione etica. Solo all’interno di questa complice collusione di interessi fu possibile l’affermazione del PSI di Craxi, come di un terzo partito che in realtà non spostava per nulla la sostanza del quadro complessivo. Si creò una classe politica sempre più corrotta e mediocre, con partiti sempre più identificabili come comitati d’affari.

Le istituzioni nazionali e locali venivano usate a favore di interessi personali o di gruppo, sempre più lontani dalla cura del bene comune. Tutto ciò portava alla perdita di peso della parte più sana e disinteressata degli amministratori e dei politici da un lato e degli intellettuali dall’altro. È sempre così: quando in un organismo le cellule malate sono prevalenti a essere espulse sono quelle sane.

Quando cade la vita democratica, lo Stato non può non finire schiava nelle mani dei “poteri forti”, cosa questa che continua ancora oggi. La stagione di “mani pulite” promise un cambiamento che non avvenne né poté avvenire, proprio perché, non contrastati da 8una classe politica decente, i “poteri forti” finirono con il normalizzare ogni vera intenzione di cambiamento, sostenuti proprio da quella mancanza di abitudine alla vita democratica che essi stessi per quasi 40 anni avevano finito per imporre.

Ancora oggi siamo in questa situazione. La mafia siculo-americana ha un bilancio molto più forte di quello che mai potrebbe avere lo Stato Italiano. Al bilancio di questa poi vanno aggiunti, oltre alla ricchezza finanziaria della P2, quello della consorziata ‘Ndrangheta e delle varie mafie collegate (in particolare quelle sudamericane, quella russa, ora anche quella cinese); quello delle multinazionali; quello della parte del Vaticano e di una parte almeno di alcuni potentati interni alla chiesa (Opus Dei, Compagnia delle Opere di CL, grossi ordini religiosi e grosse confraternite) che a partire dagli anni settanta hanno colluso con tutti questi poteri.

Come può in tale situazione essere ancora possibile la democrazia in Italia?

Solo la partecipazione sempre più attiva alla Unione Europea (UE) può aiutare l’Italia. Per questo la “cosa” Berlusconi ha sempre avversato l’UE, cercando in particolare la costituzione di un asse d’alleanza in particolare con Putin e con la mafia russa.

Ma soprattutto occorre che ci si impegni in una azione di presenza, denuncia e testimonianza democratiche forti, ostinate, continue, senza esitazione, tutte tese all’affermazione della discussione, del dibattito, della presa di coscienza, dell’utilizzo e della creazione di tutti gli spazi di incontro e di dibattito possibili. Ci vogliono grande tensione etica, coraggio morale, pazienza, amore per ogni persona e per ogni diversità, mancanza di paura, desiderio di libertà. Forza!

 

 

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