Con proteste come quelle sulla comunione negata al ragazzo disabile, se moltiplicate, si potrebbe arrivare a una primavera cattolica, tipo quelle islamiche dello scorso anno. Sarebbe ora. Il tema dell’uso/abuso del disabile solo per prendere l’8 per mille, il rifiuto dei disabili come allievi o insegnanti delle scuole cattoliche, sono alcuni dei punti di rottura. Un altro è la rimozione di ogni riflessione teologica da parte dei laici e, più in generale, della libertà della ricerca teologica e della visione non difensiva, non esclusiva, non maschilista e non omofoba della dottrina. Altro che pedofilia! Per quanto gravissima sia la presenza della pedofilia nei preti, per quanto devastante sia la pratica del riciclaggio da parte dello Ior dei fondi neri e delle varie mafie, il polverone che ne nasce serve a coprire i veri problemi della chiesa e così – paradossalmente – risulta funzionale alla conservazione dell’attuale sistema di potere ecclesiale, che poco ha a che fare con Gesù.

Solo ora vedo che “L’Espresso” del 24 marzo ha citato il mio commento sul giubbotto di Putin indossato da Silvio Berlusconi:

-> Silvio, il giubbotto sciamanico

Il post nel quale parlavo dell’argomento è 2010/01/12 – Perché Berlusconi mette il giaccone di Putin. Why Jacket Putin (analisi psico-antropologica)

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Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Novità

2010/02/10

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IMPLOSIONE

Psiche, Politica, Etica e Chiesa

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Troverai anche altri tre miei libri,

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La tenerezza dell’eros

 Il silenzio di questi ultimi 25 giorni è dovuto al lavoro di sistemazione e di pubblicazione di IMPLOSIONE. Ringrazio di cuore chi mi è stato vicino anche in questi giorni, chiedendo notizie del mio silenzio.

 

Riporto quanto è scritto sulla IV di copertina:

A partire dalla interrogazione quotidiana della cronaca e della realtà, l’autore – blogger con competenza psicologica, etica e politica – analizza quanto è accaduto dalla fine del 2008 all’inizio del 2010: lo sfascio istituzionale e morale della politica italiana (e non solo), il crescente potere delle mafie, la progressiva implosione su sé stessa della famiglia (e con essa e in essa della società) all’interno di violenze intestine anche omicide e di crescenti dinamiche di incesto, la micidiale riproposizione di logiche fasciste e naziste, la chiusura di fronte alle diversità, l’assordante silenzio di parte della Chiesa.

Dopo che gli uomini della scorta lo hanno fatto entrare a forza nell’auto, subito, quasi ribellandosi alla protezione, Berlusconi è voluto uscire, ergersi verso la folla. Analizzando proprio le immagini di questa azione, cerco qui di continuare nella ipotesi di lettura psicologica dell’aggressione al Presidente del Consiglio iniziata nel mio post 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita (ma vedi anche 2009/10/25 – La psicologia di Piero Marrazzo e Silvio Berlusconi, la sessualità preedipica e la gestione del potere ; Le dipendenze peggiori. “Meno male che ci sei tu”, dice con gli occhi la madre al proprio bambino [e correlato a questo “Meno male che Silvio c’è”]).

Se si parte dalla ipotesi di un uomo sofferente di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), allora la fenomenologia della scena e in particolare dello sguardo di Berlusconi in piedi all’auto è la seguente.

Il viso di Berlusconi non è più e soltanto il viso dell’uomo ferito, scioccato, sofferente. È ora il viso del bambino spaurito, improvvisamente abbandonato dalla mamma. È quel bambino a uscire dall’auto, ad alzarsi a guardare, come se con gli occhi dicesse: “dove sei, mamma?”, “perché mi lasci solo?”, “stavo proprio facendo quello che tu hai sempre voluto da me, stavo facendo l’uomo più importante del mondo, lo stavo facendo per te, al posto tuo, lasciando che tu diventassi me … e tu perché te ne vai? Lo sai che senza te, io non esisto, non ci sono. Lo sai che tu sei me e io sono te, unicamente te”, “perché mi hai schiaffeggiato, annientato, svuotato di anima?”, “e adesso la mia anima dove è?”, “rivoglio la mia anima, lasciatemi uscire di nuovo, la mia anima è la in mezzo, è la dove è partito lo schiaffo, non posso lasciare là la mia anima”, “perché volete partire, portarmi via da me stesso, dalla mia anima proiettata sulla folla?”, “vi ordino di non partire!, dove andate?, se partite, mi uccidete, mi lasciate vuoto di me stesso! Voglio restare qui, uscire, riprendermi l’anima!”.

La persona sofferente di DNP proietta il proprio Sé sull’altro, soprattutto su un altro femminile (il più possibile controllabile, passivo, indifeso, manipolabile), compreso quell’altro indistinto-femminile che è la “folla”. Per questa persona non c’è distanza tra sé e l’altro da sé, c’è solamente il proiettarsi del proprio Sé: se l’altro non accetta la proiezione e non la subisce, allora l’altro va annientato nel nulla della “vergogna”, nell’attribuzione moralmente mortificante della “invidia” e dell’ “odio”.

Quando però, nel momento stesso in cui pensava di essere totale, la proiezione grandiosa del Sé fallisce e si trova di fronte all’ostacolo imprevisto del rifiuto infrangibile, dello schiaffo inconfutabile, dell’oltraggio indifendibile, allora il Sé si smarrisce, resta lì spaesato, regredisce alla auto-percezione della propria nullità, al sentirsi quel “niente”, che probabilmente Veronica, da donna innamorata e da madre dei suoi figli, ha percepito nella profondità dell’anima di Silvio Berlusconi.

Quanto più il DNP coinvolge il versante psicotico del Sé, tanto più la proiezione del Sé è massiccia e delirante, fino al rischio della dissociazione stessa del Sé nell’onnipotenza suicida o nella schizofrenia: in tale ultimo caso il Sé proiettato finisce con l’essere colto come voce esterna, “altra”, irrimediabilmente perduta nell’orco della scissione. La dissociazione del Sé è un rischio possibile del DNP, soprattutto quando la spirale della proiezione delirante diviene un bisogno sempre più ossessivo, configurandosi come compulsione irrefrenabile, cioè come grave dipendenza.

La persona sofferente di DNP tende sempre più a ripetere sull’altro da sé quanto, da piccolo, in un’età tra i due e i tre anni, la madre – per lo più inconsciamente – gli ha proiettato addosso, investendo e invadendo il figlio dei propri bisogni di affermazione e di compensazione affettiva, sociale, esistenziale. Chi è stato ferito, ferisce, se non ha potuto elaborare e superare la ferita. Se la ferita narcisistica non è stata elaborata e superata attraverso una competente ed efficace psicoterapia, il DNP diviene sempre più grave; il Sé che ne soffre tende sempre più a ripetere in modo attivo (cioè agendo lui sull’altro o sugli altri) quella dinamica invasiva, espropriante e distruttiva, che ha dovuto subire da piccolo nella relazione con la madre.

Quel volto smarrito di bambino non poteva non colpire la tenerezza materna di molte donne. C’è cascata anche la stessa Sabina Guzzanti, che pure è donna abituata a quella capacità di stacco che genera l’ironia e la satira: “Sì, mi ha fatto moltissima pena vedere Berlusconi ferito. Ho visto il volto insanguinato. Ho visto un vecchio ferito. Quando è uscito per vedere in faccia il suo aggressore ho provato anche stima per la fierezza e ho visto anche un politico per la prima volta”. Credo che Sabina abbia confuso la ferita attuale del vecchio con quella antica, lo smarrimento del bambino con la fierezza del politico: quello che Berlusconi cercava di guardare là nel mezzo non era l’avversario politico, ma la propria anima proiettata e non accolta, data e non restituita da quel tremendo sostituto materno che per lui è la folla.

Mi pare che il commento di Walter a 2009/12/14 – Tartaglia vs Berlusconi. Psicologia del perchè uno psicotico aggredisce un narcisita intuisca di più la dinamica in gioco: “tra le varie immagini passate nei telegiornali, mi ha colpito molto quella del Cavaliere, che ormai ferito, si erge sul suo cavallo (la macchina blu) e va a cercare il feritore, quasi a volerlo sfidare, quasi a volergli dire: “che ti credevi, non sai che sono immortale?”. Tutto questo nonostante la nutrita scorta cercasse inutilmente di proteggerlo e portarlo in tempi rapidi all’interno della macchina”.

Il suo Sé di bambino follemente spaesato era là buttato in mezzo alla gente. Era là. E là Berlusconi guardava, come se la madre l’avesse tradito. Era per lei, come sempre, che si era esibito, che aveva recitato lo smarrirsi di sé nell’incesto seduttivo e pauroso con quella folla madre, che voleva sua, che non poteva non continuare a essere sua, come sempre, come da sempre, come per sempre. E lei, la madre-folla, l’aveva tradito, con quello schiaffo che lo smentiva, lo perdeva, lo tradiva.

Negli occhi del vecchio parlava il bambino: “Come? Tu, madre, mi tradisci? È per essere te che voglio e devo sedurre la folla. E tu mi tradisci? Mi illudi? Mi rubi l’anima, così? Dove è la mia anima? Perché mi portano via? Non posso lasciare lì la mia anima! Lasciatemi vedere dov’è. Lasciatemela riprendere. Non portatemi via. Perché, madre, questo schiaffo che mi annienta? Perché espropriarmi di me, mentre io mi perdevo in te, come al solito, come da sempre, come per sempre? È questo il mio vero dolore. È questo il mio vero morire. Madre, non mi tradire anche tu!”.

Belle sono la speranza e la parola, sono l’anima stessa di Dio, sono esercizio d’eternità, sono già il Suo bacio, sono il continuo dirsi in noi della Sua Creazione.

Lo so: chi uccide la parola e la speranza, prima o poi uccide gli uomini della speranza e della parola. Temo il morire, non temo la morte.

Ripeto qui stanotte la mia vecchia canzone di sempre:

Bastava restare in silenzio.
Non ho taciuto. Ho continuato il mio sentiero
amando come sempre ogni sasso.
E’ un sentiero solo in parte tracciato,
che pochi imboccano,
e subito vi ricrescono lo sterpo e l’ortica,
ma alle valli porta del sorriso e dell’aria.

Qui dove sono giunto,
l’erba e la via sono segnate solo dal vento
e dal soffio di quelle canzoni che antiche sanno
precedere i passi.

Solo non sono sul sentiero.
Tra le sottili canzoni con me cammina
Rosi la bella.

Di tanto in tanto,
sui confini dei giorni e delle epoche,
là dove i tramonti non sospettano ancora le albe,
Rosi ed io ci fermiamo
e mettiamo, per la notte, la nostra tenda
e lì sullo stupito limitare
insieme danziamo

come due saggi-vecchi trampolieri.

 

Poco fa, nello Speciale del TG1 in onda a cavallo della mezzanotte tra il 13 e il 14 dicembre, Alessandro Sallusti, vicedirettore de “il Giornale”, ha definito prima la sinistra, poi anche Casini, da ultimo pure Fini “mandanti morali” dell’aggressione a Berlusconi, operata oggi a Milano da Massimo Tartaglia. Il ragionamento di Sallusti è stato più o meno questo: criticare Berlusconi può determinare azioni inconsulte da parte di persone fragili o, come si è detto più volte di Tartaglia, “psicolabili”. La conclusione del ragionamento di Sallusti portava dritto filato alla necessità di non fare alcuna opposizione a Berlusconi, secondo quanto è stato subito notato da Piero Sansonetti, direttore de “Gli Altri” e da Nicola Latorre, vicepresidente del gruppo PD al Senato. Quest’ultimo ha definito “farneticante” il discorso di Sallusti.

Sempre nel corso di questo Speciale del TG1 era intervenuto, poco prima, Roberto Maroni, Ministro degli Interni, che ha affermato la necessità di un rigido controllo dei siti internet, senza meglio precisare di che controllo parlasse, di che siti parlasse, in merito a quale tipo di interventi sul web parlasse, a quali criteri di intervento si riferisse. Maroni non è parso chiaro per nulla, mentre doveva esserlo più che mai, visto l’argomento (la libertà di pensiero, di espressione e di stampa). Se anche Maroni fosse – metti caso (quanto più vago è il discorso, tanto più è lasciata aperta ogni possibile ipotesi) – sulla linea di Sallusti, ci sarebbe davvero da temere per la libertà di pensiero, di opinione e di espressione, per la possibilità stessa della democrazia, dato che il Ministro degli Interni è a capo di Carabinieri, Polizia e Servizi Segreti.

Di certo pare sempre più evidente che da parte della destra berlusconiana si cerca non certo di circoscrivere per quello che è l’atto folle di Tartaglia (era davvero così imprevedibile e inevitabile l’aggressione? perché Tartaglia ha potuto prendere la mira e tenere bene visibile e in alto l’oggetto prima di scagliarlo? che ci stanno a fare le guardie del corpo e i servizi di sorveglanza?), ma di leggerlo il più possibile come atto politico prodotto dall’ “odio” contro Berlusconi e solo da questo.

Nessuno dice del paese che sta malissimo, dello Stato che ogni giorno viene sfasciato nelle sue più sacrosante fondamenta proprio dagli attacchi sempre più violenti di Berlusconi, dell’economia che va a catafascio, di un governo che non sa fare politica e che, per reggersi, ha bisogno di approvare le leggi a colpi di fiducia. Eppure questo governo è espressione di una maggioranza molto ampia, che dovrebbe garantire la più facile delle esistenze.

Non vorrei che una lettura troppo o solo strumentale della gravissima ed esecrabile aggressione subìta oggi da Berlusconi finisse anch’essa con il ritardare la soluzione dei problemi, con l’incancrenire ulteriormente la vita politica, con il fornire ulteriori alibi alla inerzia del governo e alla incapacità politica di gran parte della maggioranza e di una buona fetta pure della minoranza.

Questi piccoli versi sono dedicati alle donne di tutte il mondo, che, soprattutto loro, grazie a internet, ci dicono la verità e la vita di chi altrimenti neppure sapremmo l’esistenza, le sofferenze, le violenze patite. In particolare penso a Yoani Sánchez, blogger cubana di recente sequestrata e fatta oggetto a violenza pochi giorni fa (vedi 2009/11/08 – Sequestro e violenza come a Gomorra. Il blog di Yoani Sánchez, cubana ).

Yoani Sánchez

 

bambine curiose

figlie di Verità

sacerdotesse

 

a Verità rispondete

complici felici

come solo sanno tra loro

due donne amiche

parlare attente

 

spose d’amore e passione

vi ingravidate del dolore

dei vostri popoli nascosti

 

madri prodigiose

date al mondo

le generazioni negate

 

nutrici feconde

insegnate a parlare

alla impotente infanzia

di chi vuole e non può la parola

 

testimoni di coraggio

non temete il timore

né temete la morte

 

siete la pietà e il senso

da croci i corpi deponete

nell’abbraccio

date significato ai morti

e vita alla vita

 

fanciulle di bellezza

aprite il mondo

date primavera alle epoche

soffiate nel tempo

la speranza e il bacio

 

 

Fantastico Roberto Saviano su Rai 3, da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” dell’11 novembre. Ci ha ricordato quanto potente è la parola, quanta vita e forza abbia, quanto umana sia.

Gli spazi e i tempi della parola sono stati in gran parte negati, uccisi da una società televisiva che paralizza e inbisce la parola (vedi il mio Noi e la tivù). C’è anche chi – potere violento ed espropriante – questi spazi e tempi li vuole controllare, fino a ucciderli, perché vuole uccidere l’uomo. Negare e uccidere la parola è negare e uccidere l’uomo. Soprattutto quando la parola è incontro, la parola fa paura a chi vuole il potere fine a sé stesso, uccidendo prima di tutto proprio la parola “potere”, che in-dica, cioè “dice in sé” la possibilità, il potere essere, l’apertura d’essere all’infinito.

Anche quando è pronunciata o scritta nei luoghi della costrizione, della segregazione, della prigionia, della emarginazione, della fragilità, della malattia, del limite apparentemente più invalicabile, della morte stessa, anche allora e anche lì, soprattutto allora e soprattutto lì, la parola è “tra” che unisce e lega (questo significa il termine greco logos), inter-roga (cioè “chiama in mezzo”), pro-voca (cioè “chiama, parla davanti”, “chiama, parla al posto di chi la dice”), in-voca (cioè “chiama, parla dentro e/o verso”), pro-nuncia (cioè “annuncia davanti”, “annuncia al posto di chi la dice”), de-nuncia (cioè “annuncia dall’alto” di un’autorità comunque sia, facendosi anche ev-angelo, cioè “forte annuncio”), es-orcizza (cioè “libera dalla morte e dal buio”), col-lega (cioè “lega insieme, unisce”), per-sona (cioè “suona attraverso” chi la dice e chi la ascolta, “suona per mezzo” di chi la dice e l’ascolta).

Come suggerisce la densità della radice di logos, la parola, prima di essere letta, è lei che legge, interpreta, detta, anima.

La parola è come l’acqua: filtra, scorre, piove, evapora per condensarsi e rifluire, ghiaccia per essere ghiacciaio che genera fiumi e forma valli e in-forma mari e oceani, gocciola nelle caverne più sotterranee scolpendo prodigiose stalattiti e stalagmiti, scava paziente le pietre più ostinate. La parola è acqua di donna: piange di emozione, inumidisce di desiderio, bagna d’orgasmo, con-tiene in fecondità amniotiche, allatta di maternità, insaliva di svezzamento, bacia di umida passione.

Lo dice la sua stessa etimologia ( parola deriva dal greco para-ballo , che significa “gettare accanto”, “gettare contro”, “gettare in modo eterdosso” ): parola è proiettile, bolide, messaggio forte, fantasia, slancio, ironia, satira, consacrazione dissacrante, dissacrazione consacrante, preghiera che bestemmia, bestemmia che prega, ossimoro che crea, parabola che si genera intorno a un fuoco e si apre all’infinito e all’assoluto; parola è seme maschile, eiaculanzione generante, spora nel vento, primavera vivificante, anima, soffio creante, pneuma liberante, pentecoste delle lingue.

La parola comenda lei, è più forte di chi la osa e la tenta, fa tremare le vene e i polsi di chi le si affida, rende “macro” e scavato chi la dice, si appropria di chi la usa. Basta che chi la incontra lasci che la propria vita e il proprio Sé vengano detti loro per primi dalla parola che dicono. Allora parola è autore e autorità, auctor et auctoritas, cioè “colui e ciò che fa crescere”. Allora parola è risposta e responsabilità, cioè “possibilità della risposta”. Ma, anche quando a dirla è chi vuole negarla, la parola – nonostante chi la dice e alla faccia di chi crede di usarla – dice sempre la verità, a condizione che chi la ascolta sia e stia attento, sappia essere critico, non la dia mai per scontata, la in-tenda oltre chi la sta dicendo, la ami tutta oltre ogni deformazione, la riconosca nonostante ogni ferita e al di là di ogni suo tradimento. Il miracolo della parola è anche questo: quando nega, afferma; quando tace, dice; quando chiede, dona; quando muore, risorge.

Mi piace pensare che Dio nella seconda persona della Trinità si identifichi proprio come Parola ; che nella terza persona della Trinità si identifichi come Paraclito , cioè come “colui che chiama vicino e accanto”, per consolare, proteggere, difendere, testimoniare. Per questo parola è anche – e forse prima e più di tutto – lasciarsi dire da Dio, incarnarlo, testimoniarlo fino alla stessa possibilità della “grande tribolazione” che rivela e annuncia cieli nuovi e terre nuove.

 Yoani Sánchez è una dissidente cubana, contraria al regime castrista. Tiene un blog “Generación Y”, premiato (tra l’altro ha ricevuto il premio Ortega y Gasset del 2008, sul giornalismo digitale) e molto cliccato fuori dall’isola, rappresenta una delle voci critiche più ascoltate nel mondo. Nel blog parla di coome è oggi la vita a Cuba e di come vive che non è in linea con il regime. Il resoconto che segue racconta quanto è avvenuto a Yoani venerdì scorso 6 novembre.

Nei pressi di calle 23, proprio alla rotonda dell’avenida de los Presidente, abbiamo visto arrivare a bordo di un’auto nera – di fabbricazione cinese – tre robusti sconosciuti: “Yoani, sali in auto” mi ha detto il primo afferrandomi con forza per un polso. Gli altri due trattenevano Claudia Cadelo, Orlando Luís Pardo Lazo e un’amica che ci accompagnava a una marcia contro la violenza. Ironia della vita, quella che doveva essere una giornata di pace e concordia si è trasformata in una serata carica di botte, grida e male parole. Gli stessi “aggressori” hanno chiamato una pattuglia che si è portata via gli altri miei due compagni, Orlando e io eravamo condannati all’auto con targa gialla, lo spaventoso terreno dell’illegalità e dell’impunità per l’Armageddon.
Mi sono rifiutata di salire sul brillante Jelly e abbiamo preteso che si identificassero e mostrassero un mandato giudiziario che li autorizzasse a portarci via. Non ci hanno fatto vedere nessuna carta che provasse la legittimità del nostro arresto. I curiosi si accalcavano intorno e io gridavo: “Aiuto, questi uomini ci vogliono sequestrare”, ma loro hanno fermato chi voleva intervenire con un grido che rivelava tutto il fondamento ideologico dell’operazione: “Non vi intromettete, questi sono dei controrivoluzionari”.
Di fronte alla nostra resistenza verbale, hanno preso il telefono e hanno detto a qualcuno che doveva essere il loro capo: “Cosa facciamo? Non vogliono salire sull’auto”. Immagino che all’altro lato la risposta sia stata categorica, perché dopo ci hanno riempito di botte e spintoni, mi hanno caricato con la testa verso il basso e hanno tentato di infilarmi nell’auto. Ho afferrato la porta, ricevendo colpi sulle mani, sono riuscita a togliere un foglio che uno di loro portava in tasca e me lo sono messo in bocca. Mi sono presa un’altra scarica di botte perché restituissi il documento.
Orlando era già dentro l’auto, immobilizzato da una mossa di karate che lo faceva stare con la testa verso il pavimento. Uno ha messo le sue ginocchia sul mio petto e l’altro, dal sedile anteriore mi colpiva nella zona dei reni e sulla testa per farmi aprire la bocca e liberare il documento. Per un istante, ho temuto che non sarei più uscita da quell’auto. “Sei arrivata fino a qui, Yoani”, “Adesso la finirai di fare pagliacciate”, ha detto quello che era seduto accanto all’autista e che mi tirava i capelli.
Nel sedile posteriore si poteva assistere a uno spettacolo molto strano: le mie gambe verso l’alto, il mio volto arrossato per la pressione e il corpo indolenzito, all’altro lato c’era Orlando conciato male da un picchiatore professionista. In un gesto di disperazione sono riuscita ad afferrare, dai pantaloni, i testicoli di questo personaggio. Ho affondato le mie unghie, supponendo che lui avrebbe continuato a schiacciare il mio petto fino all’ultimo respiro. “Uccidimi adesso”, gli ho gridato, con il fiato che mi restava, ma quello che stava nei sedili anteriori ha detto al più giovane: “Lasciala respirare”.
Sentivo Orlando ansimare e le botte continuavano a cadere su di noi, ho pensato per un attimo di aprire la porta e gettarmi fuori, ma all’interno non c’era una maniglia utilizzabile. Eravamo nelle loro mani ma ascoltare la voce di Orlando mi rincuorava.
In seguito lui mi ha detto che gli accadeva lo stesso ascoltando le mie parole rotte dai singhiozzi… perché gli dicevano “Yoani è ancora viva”. Ci hanno lasciati in pessime condizioni, scaraventandoci in una strada della Timba, una donna si è avvicinata: “Che cosa vi è successo?”… “Un sequestro”, ho risposto.
Ci siamo messi a piangere abbracciati in mezzo al marciapiede, pensavo a Teo, non sapevo come avrei potuto spiegargli quel che avevo passato. Come potrò dirgli che vive in un paese dove succedono queste cose, come potrò guardarlo e raccontargli che sua madre è stata malmenata in mezzo alla strada perché scrive un blog dove esprime le sue opinioni in kilobytes. Come potrò descrivergli il volto autoritario di chi ci ha fatto salire con la forza su quella macchina, il piacere che si leggeva sui loro volti mentre ci percuotevano, alzavano la mia gonna e mi trascinavano seminuda verso l’auto. Sono riuscita a vedere, nonostante tutto, il livello di agitazione dei nostri aggressori, la paura del nuovo, delle cose che non possono distruggere perché non le comprendono, il terrore del gradasso che sa di avere i giorni contati.” (traduzione di Gordiano Lupi)

Come si vede, oggi, la vera agorá, cioè la vera piazza, capace di garantire la libertà di espressione, di confronto, di democrazia è internet pur con tutti i suoi limiti. Se in Italia a fare “opinione”, molto spesso e certamente non sempre in senso democratico, è ancora la televisione, questo è dovuto da un lato a un grave ritardo sociale e culturale del nostro paese, dall’altro a un sistema di potere intellettuale molto medievale, fondato sulla mediocrità e sull’asservimento diffuso degli intellettuali e in particolare dei giornalisti. I cambiamenti richiedono tempo, però internet può essere, almeno oggi, uno spiraglio di speranza, che non deve cozzare contro il muro di quel sistema proprietà-direzione-lettore quale è quello che oggi caratterizza la stampa italiana televisiva e non. Ci vorrà tempo, fatica e coraggio, ma la goccia scava la pietra, come dicevano i latini.

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