Che dite? Hanno ragione i telegiornali? Sono davvero “disgraziati”, “insensibili” e ”barbari”, i manifestanti di ieri a Milano per i quarant’anni dal massacro fascista di piazza Fontana del 12-12-1969?
Guardando i telegiornali pro-Berlusconi, di-Berlusconi, filo-Berlusconi e quasi mai correttamente critici nei confronti di Berlusconi e del suo governo, pareva che il vero obiettivo dei manifestanti fossero i parenti delle vittime, “indegnamente colpiti nel loro dolore” dai fischi di chi protestava, specialmente durante il minuto di silenzio.
Nessuno ha detto chiaramente due cose:
- i manifestanti protestavano non contro i parenti delle vittime, ma contro quarant’anni di silenzio, di omertà, di complicità da parte di chi doveva parlare e non ha parlato, di chi doveva capire e non ha capito, di chi doveva indagare e fare giustizia e non l’ha fatto, di chi doveva rispondere e non ha risposto, di chi doveva dimettersi e non si è mai dimesso, di chi doveva pagare e non ha mai pagato. Protestavano contro tutti quei politici, governanti, amministratori che nel corso di questi quarant’anni si sono sottratti alle loro responsabilità, limitandosi a commemorare senza mai dare e fare giustizia. Protestavano in particolare contro questo governo e contro i suoi sodali locali, i vari Moratti, Podestà e Formigoni, perché questo governo agli occhi di molti appare, forse più degli altri, figlio di quei “poteri forti”, che da quarant’anni cercano di immobilizzare e monopolizzare lo stato, le istituzioni, negando la democrazia, uccidendo la vita civile, usando anche il terrorismo pur di affermarsi;
- i parenti delle vittime non sono certo gli unici ad avere sofferto in questi quarant’anni. Con loro e forse più di loro hanno sofferto la libertà, la democrazia, l’intelligenza, la verità, la speranza, la voglia di vivere, amare, progettare, costruire. Hanno sofferto le generazioni che in questi quarant’anni non hanno avuto un paese praticabile, dove la legge, la giustizia, la partecipazione fossero possibili, dove i giovani potessero vedere e vivere la speranza di esserci e di essere.Solo la peggiore logica può pensare e tentare di fare pensare che i soli colpiti siano i parenti delle vittime. Si ragiona così soltanto nei luoghi dove la mafia e la barbarie del potere riesce a privatizzare a tale punto il dolore da indurre a pensare che soffre solo chi è colpito direttamente nella persona o nella parentela. È questa la logica dei lager e dei gulag, dei luoghi dove la negazione della libertà è totale, dove sei costretto a non vivere più, dove sei giorno dopo giorno prosciugato d’umanità, fino a pensare solo a sopravvivere tu e solo tu, dove nessuno – forse neppure i tuoi parenti – ti interessano più.
Non conosco i parenti delle vittime di Piazza Fontana. Ma, se fossi uno di loro, probabilmente avrei avuto meno difficoltà a stare giù dal palco e a urlare contro chi è bravo solo a commemorare.
A quanto pare, Piero Marrazzo, ex giornalista di Rai 3 (per anni ha condotto Mi manda Raitre) e attuale Presidente della Regione Lazio, era frequentatore abituale di transessuali, il che lo ha portato alla grave situazione di auto-sospensione e di probabili prossime dimissioni.
Il caso Marrazzo ripropone il tema del rapporto tra personalità e sessualità preedipiche da un lato e gestione del potere dall’altro lato. Già questo blog vi aveva accennato parlando della sessualità preedipica di Berlusconi (vedi 2009/06/18 – la sessualità preedipica di Berlusconi e le puttane).
Per personalità preedipica intendo quella strutturazione di personalità che non è potuta adeguatamente evolvere in una corretta esperienza edipica, quale quella che avviene all’interno della dinamica triadica (triadica significa “a tre”) di un adeguato rapporto padre-madre-figlio.
Sono personalità bloccate all’interno della dinamica diadica (diadica significa “a due”) del rapporto madre-figlio. Sono figli mai davvero “dati al padre”. La madre li ha trattenuti in sé, poco importa se consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente. O perché è troppo incombente o divorante oppure perché è troppo assente o carente nel contenimento e nell’accudimento del figlio, questo tipo di madre è presa più dai propri bisogni che dall’attenzione ai bisogni del figlio; finisce così con il prevaricare e con il condizionare il figlio e il suo processo di identificazione. A monte di una maternità così intransitiva c’è sempre una coppia genitoriale inadeguata (quasi mai veramente “sposata”, nel senso non tanto confessionale o anagrafico del termine, quanto in quello psicologico e relazionale), per cui l’eccesso o il difetto della funzione materna trova sempre nella assenza o nella debolezza paterne la culla e la complicità della propria disfunzione a danno del figlio. Se la madre è l’esecutrice dell’azione dannosa, il mandante da una parte è la carente relazione di coppia (coniugale e/o genitoriale), dall’altra è la corresponsabile assenza o carenza paterne.
La personalità preedipica, dunque, non ha avuto l’accesso al confronto con la figura e con il modello paterni. Questo condiziona alla radice la strutturazione della personalità maschile del figlio, relegandolo a una fragile e destrutturata identificazione del Sé e a una assente o debolissima strutturazione dell’Io. Il che, in particolare, finisce più o meno pesantemente con il condizionare tre aspetti della vita di questi figli mai davvero “dati al padre”: 1) quello della affermazione sociale (professionale, politica, affettiva), 2) quello della espressione della sessualità, 3) quello del rapporto tra affermazione sociale e espressione della sessualità.
Cominciamo dal punto 1). L’affermazione sociale, che dovrebbe essere il tempo e il luogo della espressione della personalità adulta, finisce invece, all’interno di una strutturazione preedipica della personalità, con l’essere il luogo e il tempo della compensazione e della affermazione infantile del Sé, spesso con modalità ossessive e coattive. È come se queste personalità non potessero fare a meno dell’affermazione sociale, ne avessero bisogno, ne dipendessero, proprio come – più o meno – un tossicodipendente dipende dalla sostanza e dalla sua assunzione. Ne deriva che anche il rapporto con l’affermazione sociale presenta la stessa ambivalenza tipica del rapporto del tossicodipendente con la sostanza. Senza la “dose” di potere sociale stanno male: per questo la cercano, hanno bisogno di cercarla spasmodicamente. La quantità della “dose” deve aumentare progressivamente: per questo ne dipendono in modo sempre più massiccio, al punto che devono fare sempre più carriera, magari passando dal giornalismo alla politica, dall’imprenditoria alla finanza e poi alla politica. Con la “dose” sono in perenne conflitto: come uno schiavo ora la odiano, come un innamorato ora la corteggiano; quanto hanno costruito per anni e con compulsiva ossessione, possono cercare di distruggere in un attimo, mai comunque costruiscono carriere limpide e inattaccabili, proprio come se avessero bisogno di camminare sempre ai margini dell’abisso della auto-distruzione, per poi altrettanto ossessivamente cercare l’acrobazia riparatrice e onnipotente o la caduta pietosa. Non a caso l’iter della loro affermazione professionale ha un andamento a spirale, in crescendo, spesso spinto fino a esiti maniacali e paranoidi. Allora , nel momento del fallimento, che prima o poi puntuale arriva, salta fuori il bambino indifeso che chiede il consenso della compassione o la compassione del consenso o il capriccio della arrogante permanenza.
Veniamo al punto 2). È pressoché impossibile che queste persone abbiano delle relazioni sessuali inscritte in una relazione d’amore profonda, caratterizzata dalla continuità e dalla mutua identificazione dei due partners all’interno di una intimità adulta, capace di approdare all’esperienza del Noi di coppia. Come potrebbero mai arrivare al Noi, se non sono manco arrivati davvero all’Io? Quanto sto dicendo prescinde dall’orientamento sessuale eterosessuale o omosessuale, che senza una adeguata strutturazione dell’Io risulta comunque – come tutta la loro strutturazione della personalità – indeterminato, comunque bisognoso di sempre nuove e mai definitive conferme. Quando fa l’amore (poco importa se con modalità eterosessuale o omosessuale), la personalità preedipica si relaziona non tanto con il partner e con la sua alterità, quanto con i propri bisogni, con la propria intransitiva inadeguatezza, con la propria ansia, con la propria paura della donna-madre e della sua prevaricante presenza o assenza. Per questo la prostituta o il trans mercenari sono il partner adatto: è comunque un femminile svalutato o svalutabile, parziale e imprecisato, in ogni caso un femminile in gran parte disinnescato di potere e, perciò, vissuto come più abbordabile e, al tempo stesso, come per loro più rassicurante. Prima che essere un rapporto eterosessuale o omosessuale, l’esperienza sessuale della personalità preedipica è sempre un evento radicalmente intransitivo e onanistico, con forti connotazioni ansiolitiche e/o antidepressive, comunque compensatorie e pseudo-identificative.
Per certi aspetti può essere l’espressione della ricerca di una conferma onnipotente e ossessivo-maniacale, tipica del don Giovanni predatore che usa le conquiste come trofei da esibire al Leporello di turno (l’esibizione della conquista è ancora più necessaria della stessa conquista): quanto più numerosi, prestigiosi, strani o “trasgressivi” essi sono, tanto meglio; quello che importa è che vanno esibiti all’amico o agli amici, in una sostanziale impotenza o non empatia relazionali con il partner sessuale e in una altrettanto essenziale omosessualità relazionale (il vero referente emotivo non è il partner con cui si è fatto l’amore, ma l’amico con il quale si esibisce la conquista). Mi pare questo il caso di Berlusconi.
Per altri aspetti può essere l’espressione della ricerca di una fusione compensatoria e confermante, all’interno di una caduta depressiva, propria di personalità radicalmente sole e con una autostima elevata soltanto in apparenza e in superficie. Per loro non c’è un Leporello cui andare a esibire la conquista e la prestazione, ma c’è soltanto il proprio Sé disperato, destrutturato, indefinito e solitario, da affidare a un partner che presenti in sé qualcosa di speculare, qualche aspetti di disperazione, destrutturazione, indefinito e solitudine (chi più di un trans può avere tutto ciò nel fondo della propria anima e della propria vita?), in cui ritrovarsi e fondersi, per trovare accoglienza e consolazione, sia pure per pochi minuti, sia pure all’interno di un processo potenzialmente dissociativo, quasi alla ricerca di una umiliazione necessaria, colpevole e autopunitiva. Mi pare questo il caso di Marrazzo.
Veniamo al punto 3), quello che come cittadini forse più ci interessa e interroga. Quanto e come gioca in queste persone il rapporto tra il loro bisogno di affermazione sociale e l’espressione della loro sessualità? Prima di tutto, urge dire che gioca e gioca in modo rilevante. Non mi pare corretto affermare in modo sbrigativo che la sessualità appartiene qua talis al privato e non ha alcuna rilevanza pubblica. Se l’espressione della sessualità rivela una strutturazione di personalità preedipica, questo, comunque sia, ci pone l’interrogativo prima di tutto circa la possibilità o meno di esercitare il potere sociale da parte di personalità con strutturazione preedipica; in secondo luogo circa l’eventuale danno sociale che la gestione del potere attuata da personalità preedipiche può produrre nei confronti di tutti; in terzo luogo circa le eventuali precauzioni da prendersi in ordine a questa ultima possibilità. Non sto dicendo che va vietato l’accesso al potere sociale da parte di queste personalità, ma va comunque considerato il problema del rapporto tra la loro carente strutturazione di personalità e l’esercizio del potere sociale.
Come ho in più occasioni scritto, da ormai molti anni sociologi e psicologi ci stanno dicendo quanto la società del terziario o, se si preferisce, la società postindustriale siano sempre più caratterizzate da personalità a strutturazione prevalentemente preedipica. Quello che nessuno, mi pare, ci ha ancora detto, è in quale modo verrà gestito il potere dalla personalità preedipiche, non soltanto di quelle che fanno politica, ma anche di quelle che occupano posti di rilievo nella giustizia, nella scienza, nella imprenditoria, nella finanza, nella amministrazione pubblica e privata, nella scuola, nello sport eccetera. È possibile l’esercizio della democrazia e dello stato di diritto per tali personalità e con tali personalità al potere?
La personalità a strutturazione preedipica non giunge ad accedere alla strutturazione della normatività, che è tipica della strutturazione edipica. Che sarà delle norme, delle leggi, del diritto, dei criteri normativi e giuridici, della funzione legislativa o giudiziaria, se e quando a gestire il potere saranno sempre più o soltanto le personalità a strutturazione preedipica, che non hanno le strutture psichiche necessarie a gestire il potere in ordine a tali problemi? Qualcosa lo si è già visto nel corso dei millenni, quando hanno preso il potere personalità con forti deficit a livello di strutturazione del Sé. Si è visto “di che lacrime grondi e di che sangue” il potere dei vari tiranni e dei vari Hitler. Qualcosa purtroppo si sta già cominciando a vedere anche da noi, in questa nostra povera Italia degli ultimi decenni e degli ultimi anni in particolare: leggi ad personam, uso strumentale e personale della legge e del potere legislativo e giudiziario, aggiramento della Costituzione, spregio della Corte Costituzionale, delegittimazione del potere legislativo (Parlamento) e giudiziario (CSM), caduta della loro autonomia, perdita del senso della normatività scientifica e svalutazione della ricerca scientifica (la ricerca sta alla scienza come il Parlamento sta alla legge), affermazione per esempio della non scientificità della economia (come affermato dall’entrante presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi), uso personale e medievale del potere politico e amministrativo in una deriva mafiosa e delinquenziale sempre più preoccupante.
Talora i casi e le coincidenze suggeriscono considerazioni dallo strano valore simbolico. In questo nostro oscuro autunno Piero Marrazzo è stato sorpreso a fare sesso con un trans a Roma, in via Gradoli, proprio nella stessa palazzina dove, prima dell’assassinio, fu imprigionato Aldo Moro nella primavera del 1978. Con la uccisione di Moro, trovano tragica conclusione la stagione tipicamente edipica, propria della età industriale e della società della contestazione dei figli nei confronti dei padri e del loro potere. Non a caso, da alcuni sociologi, la morte di Moro è stata letta come l’uccisione simbolica del padre-totem. Proprio in quello stesso edificio viene ora colto un poveraccio, figlio ed espressione della società preedipica, in compagnia di un trans, che probabilmente sapeva di tradirlo. Ci sarebbe quasi da compatirne la pochezza e la fragilità, se questo poveraccio non fosse anche il Presidente della Regione Lazio.
Stasera davanti al piccolo ulivo di Ponteranica ho mandato un bacio a Peppino Impastato – 27/09/’09
2009/09/27
Stasera davanti al piccolo ulivo di Ponteranica ho mandato un bacio a Peppino Impastato
Stasera, poco prima del tramonto, sono andato da solo a Ponteranica, al confine di Bergamo, a poche centinaia di metri da dove abito. Ho visto il piccolo ulivo ripiantato al posto di quello abbattuto due giorni fa. Sotto c’è la piccola targa che, nel trentennale del martirio, ricorda Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978.
L’alberello se ne sta in un angolo, di fianco al bocciodromo del paese, accanto alla piccola stazione della ex ferrovia della Valle Brembana, quella che ora non c’è più. Ho fatto il segno della croce e ho mandato un piccolo bacio all’anima di Peppino, nato soltanto sei mesi dopo di me, quasi mio coscritto
Qualche giorno fa, prima che l’albero fosse abbattuto, il sindaco leghista di Ponteranica ha tolto dal muro della Biblioteca una targa dedicata a Peppino.
Ho pensato allo strano formidabile destino dei simboli. Se quando sei morto da più di trent’anni uccidono i simboli che ti ricordano, allora tu non sei morto. Tu continui a vivere, anche se il potere che ti ha ucciso è più potente che mai, anche se dopo avere prodotto e mantenuto la “cosa Berlusconi” ora si appresta a una restaurazione ancora più forte.
Poveri sciocchi! Non sanno come sono i simboli. Non sanno il loro potere. Non sanno che, se tagli un albero, crei un santuario. Se togli una targa, crei la coscienza. Non sanno che i simboli non muoiono. Non sanno che ogni foglia è ora una reliquia. Non sanno che hanno fatto di Ponteranica “il luogo”, una frontiera, dove passa il confine tra idiozia e libertà, tra morte e vita, tra paura e dignità. Non sanno che ora lì c’è la trincea, che interroga e apre la speranza.
Chi dissacra un simbolo, lo consacra.
La politica italiana da circa 60 anni è drogata e rende molto difficile la democrazia
La politica italiana continua a essere drogata.
Durante la guerra fredda, fino al crollo del muro di Berlino, l’afflusso di capitali Usa (e in questi si nascondevano gli afflussi di capitali mafiosi) di qua e di capitali URSS di là, drogarono la lotta politica, finanziando e gonfiando a dismisura gli apparati di partito, senza tuttavia minimamente aprirli alla democrazia interna, anzi condizionandoli e controllandoli. Il caporalato dei signori delle tessere di qua e la permanente rigidità del centralismo democratico di là impedirono ogni reale dibattito interno ai partiti. La presenza del “fattore K”, cioè l’impossibilità concordata dalle due superpotenze di un governo non filo-americano in Italia, di fatto paralizzò la vita politica, pur dando l’illusione di essa a molti (soprattutto la mia generazione e in essa coloro che più credettero alla possibilità reale di fare politica); bloccò ogni vera costituzione e crescita del dibattito politico, con il micidiale sacrificio di almeno un paio di generazioni (oltre a quella del ’68, quella che si aprì alla politica a cavallo tra gli anni settanta e ottanta). La deriva terroristica fece il gioco della paralisi politica, di fatto rafforzando e legittimando gli apparati di partito sia di chi governava sia di chi faceva opposizione.
La carenza sempre più grave della vita democratica difatti non poteva non favorire l’affermarsi dei mediocri e degli opportunisti, aprendo i partiti alla mafia da un lato e agli altri “poteri forti” dall’altro (multinazionali, gerarchia ecclesiale, lobbies finanziarie, parte corrotta e autoreferenziale di industriali e sindacalisti, P2), spingendoli per forza di cose alla collusione e alla complicità, in un clima di sempre crescente corruzione, caduta di moralità, perdita di ogni tensione etica. Solo all’interno di questa complice collusione di interessi fu possibile l’affermazione del PSI di Craxi, come di un terzo partito che in realtà non spostava per nulla la sostanza del quadro complessivo. Si creò una classe politica sempre più corrotta e mediocre, con partiti sempre più identificabili come comitati d’affari.
Le istituzioni nazionali e locali venivano usate a favore di interessi personali o di gruppo, sempre più lontani dalla cura del bene comune. Tutto ciò portava alla perdita di peso della parte più sana e disinteressata degli amministratori e dei politici da un lato e degli intellettuali dall’altro. È sempre così: quando in un organismo le cellule malate sono prevalenti a essere espulse sono quelle sane.
Quando cade la vita democratica, lo Stato non può non finire schiava nelle mani dei “poteri forti”, cosa questa che continua ancora oggi. La stagione di “mani pulite” promise un cambiamento che non avvenne né poté avvenire, proprio perché, non contrastati da 8una classe politica decente, i “poteri forti” finirono con il normalizzare ogni vera intenzione di cambiamento, sostenuti proprio da quella mancanza di abitudine alla vita democratica che essi stessi per quasi 40 anni avevano finito per imporre.
Ancora oggi siamo in questa situazione. La mafia siculo-americana ha un bilancio molto più forte di quello che mai potrebbe avere lo Stato Italiano. Al bilancio di questa poi vanno aggiunti, oltre alla ricchezza finanziaria della P2, quello della consorziata ‘Ndrangheta e delle varie mafie collegate (in particolare quelle sudamericane, quella russa, ora anche quella cinese); quello delle multinazionali; quello della parte del Vaticano e di una parte almeno di alcuni potentati interni alla chiesa (Opus Dei, Compagnia delle Opere di CL, grossi ordini religiosi e grosse confraternite) che a partire dagli anni settanta hanno colluso con tutti questi poteri.
Come può in tale situazione essere ancora possibile la democrazia in Italia?
Solo la partecipazione sempre più attiva alla Unione Europea (UE) può aiutare l’Italia. Per questo la “cosa” Berlusconi ha sempre avversato l’UE, cercando in particolare la costituzione di un asse d’alleanza in particolare con Putin e con la mafia russa.
Ma soprattutto occorre che ci si impegni in una azione di presenza, denuncia e testimonianza democratiche forti, ostinate, continue, senza esitazione, tutte tese all’affermazione della discussione, del dibattito, della presa di coscienza, dell’utilizzo e della creazione di tutti gli spazi di incontro e di dibattito possibili. Ci vogliono grande tensione etica, coraggio morale, pazienza, amore per ogni persona e per ogni diversità, mancanza di paura, desiderio di libertà. Forza!
C’è ancora democrazia in Italia? Preludio complesso alla fine di Berlusconi, con attacchi a mafia, Vaticano S.p.a. e compagnia - 31/07/’09
Mi sconcerta che nessuno o quasi si accorga e – meno che meno – ammetta che il nostro paese non sia più da tempo uno stato veramente sovrano e davvero democraticamente governabile. Più o meno implicitamente tutti o quasi lasciano intendere prima a sé stessi e poi agli altri che le elezioni contano veramente, che il voto o – addirittura – il non voto e l’astensione sono importanti e decisivi, che le opinioni degli individui determinano l’orientamento politico del paese. Non importa se poi tutti o quasi non fanno nulla dapprima per avere davvero una opinione oggettiva, documentata, approfondita e successivamente per poterla esprimere e sostenere. Non importa se tutti o quasi fanno con la politica più o meno quello che fanno con il calcio, limitandosi a tifare per una opinione o per l’altra, per un partito o per l’altro, per un personaggio politico o per l’altro, con la stessa stupida acriticità con cui un tifoso imbecille “difende” la propria squadra in tutto e per tutto e “attacca” in tutto e per tutto la squadra e i tifosi avversari.
Neppure lontanamente immaginano quanto sia manipolabile il voto in un paese come il nostro, quanto poco basti al potere politico e mediatico per spostare di quel tanto che basti il risultato delle elezioni, magari utilizzando la solita tragica vigliacca arma del terrorismo. Soprattutto nessuno pensa che mafie varie, P2, parti del Vaticano e dello Stato colluse e coinvolte nel riciclaggio del denaro di mafia internazionale, società offshore, droga e armi abbiano bilanci ben superiori a quelli dello Stato Italiano, rendendone impossibile ogni reale autonomia e democrazia.
È come se nessuno o quasi volesse fermarsi un attimo e fare un semplicissimo due più due. Non si ragiona più. Si fa soltanto il tifo; c’è interesse che si faccia soltanto il tifo. Tra una trasmissione politica e una che parli di calcio ormai regia, toni, urla, sovrapposizioni di voce, a volte gli stessi partecipanti al dibattito sono e vogliono essere un indistinto confusissimo tutt’uno.
Nessuno o quasi si accorge o dice che la vera posta in gioco non è il conflitto tra “destra e sinistra”, tra Berlusconi e Franceschini (o chi per lui), tra PDL e PD. Nessuno o quasi dice che l’Italia e in parte non irrilevante la stessa Spagna sono al centro di una grande lotta tra il potere delle mafie (con annesse tutte le diramazioni che a queste portano attraverso guerra, terrorismo, armi, droga, riciclaggio) e il potere della legalità e del diritto.
In Italia la situazione è, per certi aspetti, più complicata di quella spagnola. In Spagna, per chi combatte contro lo stato di diritto, l’obiettivo da colpire è chiaro: da un lato il governo Zapatero, dall’altro Re Juan Carlos, che dai tempi del fallito golpe Tejero nel 1981 garantisce una notevole presenza di tutela democratica. Quando l’obiettivo è così chiaro, basta manovrare il terrorismo nei modi e con le dosi più opportune, e il gioco è fatto. Basta vedere quanto sta succedendo in questi giorni, utilizzando il terrorismo dell’ETA. Non sempre c’è l’ingenuità di Aznar che si fa autogol e permette a uno allora quasi sconosciuto Zapatero di salire al governo e di restarci per due mandati.
In Italia lo scoppio della “cosa Berlusconi” ha reso più problematico il gioco. Purtroppo questo non rende del tutto immune da attacchi terroristici il nostro paese, ma indubbiamente confonde e complica l’agenda delle forze che combattono la legalità e il diritto. Per loro il primo vero problema, come questo blog sta dicendo da tempo, è oggi “far fuori” Berlusconi, senza che ciò tolga minimamente loro il potere che hanno. Berlusconi non è più – prima ancora che per l’opposizione, per loro! – presentabile, affidabile, gestibile. Loro sanno benissimo quanto folle Silvio sia, quanto improponibile sia quella vera e propria “corte dei miracoli” che gli sta intorno. Ma sanno altrettanto bene quanto pericolosi possano essere i colpi di coda di un pescecane che si senta arpionato a morte. Da parte sua, Berlusconi con la lucidità dei folli intuisce da par suo che l’unica vera arma che ancora possegga è proprio la sua follia e l’imprevedibile terrore che essa suscita nei suoi alleati e nei poteri forti che prima e sempre l’hanno favorito o sostenuto.
Uscito da poco e già vendutissimo il libro Vaticano S.p.a. è, a mio avviso, un esempio significativo dell’azione di difesa intestina che Berlusconi sta facendo contro i poteri forti che ora vogliono scaricarlo. Questo libro, rifacendosi – a quanto dice chi l’ha scritto – all’archivio di monsignor Renato Dardozzi, figura e cerniera di primissimo piano della storia dello IOR dagli anni ’80 al 2000, rispolvera tutte le vicende del rapporto mafia-P2-Andreotti-sistema dei partiti fin dagli anni ’70, passa in rassegna le vicende IOR, Marcinkus, Sindona, Calvi, Ambrosiano, Tangentopoli, Enimont, Gardini ecc., il tutto con l’apparente scopo di fare chiarezza in tanto fango. Poi si guarda chi è l”autore e si scopre che Gialuigi Nuzzi è pupillo del grande trombettiere del Re di Arcore Maurizio Belpietro; è inviato del belusconiano “Panorama”; ha collaborato con “il Corriere della Sera”, tanto spesso sensibile a presenze piduiste. Come non pensare allora che questo libro magari voglia rappresentare un messaggio o forse una minaccia o forse un ricatto o un’arma puntata contro certi ambienti del Vaticano, della mafia, della P2 e della politica, quasi a dire: state attenti perché, se si vuole, si possono riesumare molti scheletri e riaprire con ottiche e dati nuovi vecchi scomodissimi scandali? È forse un caso che il libro termini con un’intervista a Massimo Ciancimino, che nella sostanza anticipa quanto sta – guarda caso – emergendo in questi giorni dagli interrogatori della magistratura allo stesso Ciancimino in ordine alla collusione tra stato e mafia, tra politici e mafiosi di primissimo piano, collusione che avrebbe portato prima alla uccisione di Giovanni Falcone e poi a quella di Paolo Borsellino, che tale collusione avevano scoperto?
È un caso che proprio ieri sia stata data via libera all’utilizzo in Italia della pillola abortiva Ru486, pochi giorni dopo l’attacco di “Avvenire” a Berlusconi? Che dice e farà CL in proposito? Che dice e farà l’Opus Dei? Che dicono e faranno Bagnasco, Vallini, Bertone e Ratzinger?
È un caso che Berlusconi si attacchi sempre più alla Lega, utilizzandola come arma contro quella parte del PDL che, evidentemente, meglio risponde ai bisogni di chi vuole liberarsi della “cosa” berlusconiana?
Berlusconi e la Lega sanno che la fine del “Premier” porterà prima o poi a un governo del Centro (proprio quello prefigurato quasi alla fine di Vaticano S.p.a.), che lascerà fuori di qua qualche brandello di estrema destra e di là Di Pietro e quella parte del PD che non vorrà adeguarsi a una logica di restaurazione del potere di mafia, P2 e parti colluse dell’ex PCI e del cosiddetto mondo cattolico. Proprio perché sanno questo, Berlusconi e Bossi si compattano sempre di più. Sono nati dalla stessa costola craxiana (come ho detto in altro post di questa stessa rubrica), non possono non restare uniti fino alla morte. Per questo Silvio ha favorito le Ronde leghiste; per questo la parte post-berlusconiana del PDL, identificabile soprattutto nella ex AN, le ha contrastate, anche se di suo, sotto sotto, arde dal desiderio di avere essa stessa Ronde proprie, magari con nome diverso e – per loro – più rievocativo e suggestivo.
Luna, spazio, sfida, limite e speranza
2009/07/31
Luna, spazio, sfida, limite e speranza
A quaranta anni dal primo allunaggio alcune considerazioni mi pare utile aggiungere alle tante scritte in questi giorni.
Solo se la presenza del limite è abitata dalla possibilità del suo superamento, sono possibili la sfida e la speranza. Non solo. Il superamento di un limite è davvero vincente soltanto se apre a un nuovo limite sfidabile e non insuperabile.
L’allunaggio di Armstrong e soci è stato momento straordinario. Ma ha aperto a un nuovo limite – la conquista di Marte – troppo invalicabile, non identificabile come nuova possibile sfida se non in tempi molto, troppo, lunghi, tali da comportare una capacità di identificazione umana trans-generazionale e una identità politica nuova, in grado di presupporre un sentimento di comune appartenenza non a un singolo paese magari rivale di un altro, ma alla intera umanità. Il diaframma storico, ideologicoo e politico dell’uomo del Novecento non era in grado di aprirsi a respiri tanto ampi. E così il nuovo limite post-lunare non è parso vivibile e non è stato vissuto come sfida umana praticabile.
È come se con il raggiungimento del sasso lunare (così si rivelò la misteriosa luna) lo spazio cominciasse a implodere su sé stesso, dicendo sempre più piccola, pietrosa, inospitale la terra, rendendola sempre più insopportabilmente confusa e confusamente abitata. Troppo confusa e abitata, disperatamente confusa e abitata.
Il contemporaneo definirsi del mondo come villaggio globale, invece di essere percepito come la fantastica presenza di una nuova possibile empatia, di una nuova feconda vicinanza-appartenenza, è stato sempre più fastidiosamente vissuto come intollerabile riduzione degli spazi e delle identità, quasi che il mondo diventasse un piccolo invivibile pianerottolo invaso da condomini litigiosi, bolsi e beceri. La televisione ha favorito questa frammentazione del Sé, in una sequela di dipendenze via via sempre più esproprianti, a cominciare proprio da quella del video televisivo, che ha derubato sempre più le case della loro natura di relazione, parola, sguardo e che ha sempre più appiattito il cervello e reso superficiale il cuore (vedi il mio Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, Ferrari, Clusone, 1995).
La conquista della luna, tra l’altro, si definiva all’interno di una connotazione spaziale della sfida e della speranza. Non a caso gli attori di quella conquista erano statunitensi, appartenenti dunque a un paese dalla storia breve (solo due secoli) e – soprattutto – abituato a identificare il limite con la frontiera – fosse il far west dei primi coloni o la nuova frontiera kennedyana – e la sfida con lo spostamento sempre più in là della frontiera, fino ad arrivare alla Luna come estremo West da conquistare. Se il nuovo Occidente (questo significa la parola West; questo significava per gli antichi greci la stessa parola Europa) è troppo lontano, cade la connotazione spaziale della speranza e va in crisi lo stesso concetto culturale e politico di Occidente. Non credo sia un caso che con l’allunaggio del ’69 inizi la crisi della potenza USA. Solo la ancora più grave crisi della URSS e la incapacità di un rapido ed efficace processo di unificazione non soltanto “occidentale” dell’Europa hanno in parte mascherato in questi quaranta anni la lenta deriva del potere statunitense.
La connotazione spaziale del limite, della sfida e della speranza è evento tipico del maschio e delle società patriarcali o – peggio – maschilistiche. La femmina e le società matriarcali tendono invece a connotare in modo diverso il limite, la sfida e la speranza. Li leggono all’interno di una visione del tempo ciclica, giocata sulla ripresa dell’esistente, sulla sua accoglienza e gestazione, sulla capacità di mestruare il vecchio e di concepire, generare e partirire il nuovo. Non è un caso – a mio avviso – che questi ultimi quaranta anni siano stati segnati da una crisi sempre più profonda del maschile e da una affermazione sempre più decisa del femminile, soprattutto quando questa affermazione non si è limitata a scimiottare il maschile. Donne straordinarie hanno segnato in moltissimi paesi la storia politica e sociale degli ultimi decenni, come non mai era accaduto. Basti pensare a quante donne sono state premio Nobel per la pace.
Grazie soprattutto alla donna, è oggi possibile riproporre una nuova connotazione del limite, della sfida e della speranza. La donna non è soltanto la signora del tempo e della ripresa. È anche – forse ancora di più – la signora della per-sonanza. Scrivo con il trattino la parola per-sonanza, proprio per indicarne al meglio il significato: è la possibilità che ciascuno di noi ha di risuonare nell’altro attraverso l’altro, cioè di per-sonare di lui e in lui. La donna accoglie in sé il maschio e il suo seme, dunque per-sona di lui, dando poi al bambino concepito la possibilità di risuonare in lei e di lei.
La per-sonanza è la possibilità relazionale più straordinaria. È evento d’amore e di accudimento, perché è evento pieno di relazione. È evento trans-generazionale, capace di dire l’essere umano in una visione storica ampia, non schiacciata in logiche miopi, in individualismi asfittici e astratti.
Il nuovo limite, la nuova sfida, la nuova speranza oggi sono giocabili all’interno di una connotazione relazionale. Allora l’altro, la sua diversità, la sua alterità sono la grande avventura e la grande risorsa. Sono la vita della speranza e sono la speranza della vita.
Comunione e Liberazione (e non solo) e il bisogno di appartenenza - 24/06/’09
Dopo il mio ultimo articolo (2009/06/23 – Penati, Comunione e Liberazione e il dopo Berlusconi) mi si chiede che cosa pensi di Comunione e Liberazione (CL), quali siano, secondo me, le ragioni psicologiche della militanza dei ciellini. In effetti, a quanto posso sapere e capire, la grande maggioranza dei ciellini non è direttamente o consciamente sorretta da opportunismo o da interessi immediati. Non che in CL non abbia visto furbastri, furboni o furbetti, capaci di usare CL più che di viverne la dichiarata ispirazione. Ci sono, eccome se ci sono, soprattutto nelle posizioni di vertice e di potere: se non risultassi allusivo nei confronti di un noto cognome di parlamentare ciellino, potrei dire che in CL sono molti i … lupi vestiti da agnelli. Ma, ripeto, non mi paiono certo costituire la maggioranza della base di CL, che è fragile, molto fragile. È soprattutto riferendomi a questa che voglio dire qualcosa. Naturalmente quello che dirò è del tutto soggettivo, frutto di quanto ho visto e sperimentato direttamente in più di quaranta anni di conoscenza di CL e di ciellini (vip e non vip): è l’idea che mi sono fatto e che – prove alla mano -sarei ben felice di potere cambiare.
Prima una necessaria premessa. La caduta degli spazi e dei tempi sociali (vedi per esempio il mio 2009/06/19 – leggere Google a Teheran. Sta cambiando la piazza: dalla tivù a internet) ha prodotto un grande senso di spaesamento (termine usato sia da Freud che da Heidegger), di vuoto di appartenenza e di identità. Credo sia il fenomeno forse più tipico di questa nostra epoca di grandi smarrimenti, uscita da un secolo che ha visto due guerre mondiali, mlioni e milioni di morti ammazzati, i totalitarismi, i genocidi, i campi di sterminio di ebrei, omosessuali, handicappati, zingari, dissidenti, i gulag, i forni crematori, le soluzioni finali, le soppressioni sistematiche, le pulizie etniche, il napalm, l’abuso politico della scienza, Hiroshima e Nagasaki, il neocolonialismo, le morti per fame, lo sterminio degli indios, l’aborto sistematico, l’aprirsi della manipolazione genetica dell’uomo, il commercio degli organi, le varie mafie, la manipolazione della cosiddetta industria culturale e in particolare dei media eccetera eccetera (quanto densamente tragico è questo eccetera eccetera). Contemporaneamente la crisi delle ideologie e – ancora prima e forse ancora di più – quella delle scienze e della loro affermata assolutezza sono sfociate non in un nuovo e più libero senso della ricerca, della curiosità, dello stupore, ma in un’ulteriore insicurezza e in una sempre più confusa idea della ragione e del pensiero. Inoltre, come ho detto in Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, la televisione ha accentuato il vuoto rompendo anche gli spazi relazionali intrafamiliari e creando sordità e solitudine pure all’interno delle case.
Per tutto ciò, l’uomo e la donna d’oggi si sentono di nessuno, meno che meno di sé stessi. Stanno in un vuoto di identità, come mai forse nella propria storia l’umanità è stata. Di qui il bisogno di appartenenza.
Ed è qui che interviene CL: come tentativo non fisiologico di risposta a questo bisogno.
CL è un tutto nel quale essere, al quale appartenere e dal quale ricevere una più o meno gratificante idea di identità. In CL, anche se sei più o meno bloccato, incontri la ragazza, ti sposi, trovi lavoro, fai figli possibilmente senza limiti, li educhi, li “sistemi”, diventi nonno. Sempre con ciellini e tra ciellini. Preferibilmente solo con ciellini e tra ciellini.
In cielle preghi, passi le serate libere e le domeniche, sai che investimenti fare e con chi farli, sai in che negozi comprare, dove andare in vacanza, che libri leggere, in che scuola mandare i tuoi figli, da che medici farti curare, con che pompe funebri farti fare il funerale.
CL è come la televisione. Crea dipendenza. È un vuoto che ti dà l’illusione della pienezza, che ti seda l’angoscia, non lasciandola mai affiorare: in ciò CL è un grande ansiolitico ed è molto meglio della cannabis. Seda il vuoto di appartenenza e l’angoscia della non identità. Soprattutto ti evita quell’incontro con l’altro e con il diverso, che potrebbero metterti faccia a faccia con il vuoto che tu e la tua vita siete o potete essere; quell’incontro che invece è la condizione della vera identificazione e delle appartenenze autentiche e feconde.
In CL l’altro può essere solo salvato o combattuto, mai realmente incontrato per come è e per quello che è; non è mai colui al quale affidarsi davvero. Il diverso può essere solo studiato o aiutato o “amato spiritualmente”, mai davvero conosciuto, accolto. L’altro e il diverso possono, da parte loro, diventare ciellini; se non lo fanno, allora sono altro e diverso in modo colpevole, irrimediabile, irrecuperabile; allora, se dipendesse dai ciellini, non lavorerebbero più e non potrebbero più vivere. Con l’altro e il diverso si può essere solo o missionari o crociati; li si può soltanto o colonizzare o normalizzare o negare. Naturalmente a parole si dice l’esatto contrario.
In CL non è l’identificazione a produrre appartenenza; è l’appartenenza a darti l’illusione della identità. Per questo, appartenenza è non fisiologia, ma patologia; non frutto della relazione, ma difesa da essa ed evitamento di essa. Quando è un bisogno e una risposta al bisogno, l’appartenenza è difesa da ogni incontro, evitamento di ogni vero confronto, è nicchia psicotica, è follia condivisa, è psicosi istituzionalizzata e legittimata; può rappresentare il luogo d’approdo ideale per personalità deboli o con forti nodi psicotici o narcisistici. Che ci siano ciellini con figli psicotici o problematici (a quanto mi si dice sono parecchi), non è certo un caso; semmai è la conseguenza di un modo di non vivere mai con autenticità la relazione con l’alterità, la diversità, la novità, la sessualità. È un modo di non vivere mai la tua vera identità di individuo e di coppia. Difatti in CL, prima di essere te stesso, prima di essere uomo o donna, prima di essere coppia, prima di essere padre o madre, prima di essere cittadino o parrocchiano, tu sei ciellino, intrascendibilmente ciellino, radicalmente ciellino. Magari a parole questo viene ribaltato o negato, ma nella realtà mi pare sia così.
A quanto posso vedere e capire, la logica di CL mi pare la stessa logica che fonda le sette, giustifica gli integralismi, legittima i totalitarismi. Ma guai a dirlo; guai anche solo a proporre questa equazione. L’idea di salvare gli altri, di aiutare i diversi, di amare cristianamente, se e quando è mitica e acritica convinzione, diventa un alibi formidabile, un assioma inconfutabile, l’estrema santificata difesa da ogni messa in discussione, da ogni critica e autocritica, da ogni ironia e autoironia (i ciellini non sanno ridere, al limite sorridono).
L’appartenenza non può essere né un bisogno, né la risposta a un bisogno. Se, come nel caso di CL (ma, ripeto non solo di CL), lo diventa, allora come tutti i bisogni crea ed è dipendenza, può creare ed essere patologia; alla fine è morte e mortificazione individuale e sociale dell’uomo.
La vera appartenenza è non la condizione, bensì la conseguenza delle vere identificazioni, quelle che sono e vivono la relazione con l’alterità e la diversità dell’altro. Se ciò che è conseguenza lo si fa diventare condizione, tutto si trasforma in bisogno e in dipendente risposta al bisogno. Allora l’appartenenza da fisiologia diventa patologia sociale e politica. Allora abbiamo CL.
Penati, Comunione e Liberazione e il dopo Berlusconi - 23/06/’09
Nei risultati elettorali dei ballottaggi, un dato in particolare mi pare degno di rilievo: il convinto e forte appoggio di CL (Comunione e Liberazione) al candidato di centro-sinistra Filippo Penati nelle Provinciali di Milano con dissociazione dal candidato del PDL Podestà, il quale perciò vince in modo del tutto risicato, solo sul filo del rasoio. Proprio due giorni fa parlavo (vedi 2009/06/21 – A ritmo di Sarabanda il funerale di Silvio) di voltagabbana danzanti, di topi che fuggono dalla nave in naufragio, di pantegane che escono dalle chiaviche. Ebbene considero l’appoggio di CL a Penati una prova forte di questa mia lettura dei fatti.
Conosco CL dai tempi della sua nascita, quando con don Giussani insegnante di “Morale” nella Università Cattolica di Milano, Giesse si trasformò in CL sfruttando la normalizzazione post-sessantottina operata dall’allora Rettore Magnifico Giuseppe Lazzati. Dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80, ho avuto occasione di conoscere personalmente e di vedere all’opera alcuni ciellini vip e meno vip.
La convinzione che mi sono fatta è quella di surfisti eccezionali, abilissimi nell’intuire l’onda in arrivo e di cavalcarla con spregiudicata destrezza, senza troppo badare ad altro che non siano le prospettive di potere e di gestione del potere, più o meno sinceramente convinti che il potere sia santificato dal solo fatto che siano loro a gestirlo. Per questo penso che l’appoggio a Penati in quel di Milano, culla e capitale finanziaria di CL e della Compagnia delle Opere, sia altamente indicativo di un forte e prossimo cambio di potere. Le banche, la sanità, la scuola “privata” lombarde sono ormai in grande o grandissima parte in mano a CL, ai suoi uomini, alle sue cooperative. È difficile che CL possa e voglia rischiare di perderle. È molto più probabile che miri a non perderle. Con buona pace di un moribondo Berlusconi. E con sinistri presagi per l’apparentemente così solido potere della Lega.
Il dopo Noemi-“papi”. Perché nessuno parla di P2, mafia e rapporti con il Vaticano? – 27/05/’09
2009/05/27
Il dopo Noemi-“papi”. Perché nessuno parla di P2, mafia e rapporti con il Vaticano? – 27/05/’09
L’affaire Noemi con allegato Gino Flaminio, l’affaire Mills e l’ormai palese follia di Berlusconi e soci (l’ultimo siparietto è del sempre più languido Sandro Bondi che ieri sera a “Ballarò”, lui ex comunista proletario, esige istericamente gli venga dato del “lei” dai suoi colleghi) aprono molto più in fretta di quanto si potesse immaginare lo scenario del dopo Berlusconi. Da Noemi e da Mills più del cadavere Berlusconi sono paradossalmente destabilizzati gli scrittori di coccodrilli e necrologi, i becchini e i portatori del Viatico, travolti come sono dal precipitare degli eventi. In particolare sono presi in contropiede i figli di quella alleanza che fin dagli anni 1969-70 ha unito tra loro la P2, la mafia, la finanza americana e il Vaticano, alleanza che ha avuto il suo culmine proprio con l’affermazione di Berlusconi.
Già il gioco era stato messo a soqquadro dalla elezione del troppo “abbronzato” e – soprattutto – del troppo poco guerrafondaio Obama e dalla crisi dei castelli di carta della finanza occidentale e di tutte le società off shore che di essa erano insieme la metastasi e l’anima. Ci mancavano Noemi e la dirompente follia di Silvio. Ora P2, mafia, industria del riciclaggio e grossa parte del Vaticano si ritrovano a dovere improvvisare la revisione dei loro piani, con una troppo rapida e imprevista cremazione del cadavere Silvio. Eppure di tutto questo nessuno parla. Perché?